OSPITALITA'
«Ti ordino una zuppa di pesce oppure quello che vuoi, non vivrai
mica di solo tè»,
gridò Ivan che sembrava al settimo cielo per aver invitato
Alëša.
Quanto a lui, aveva già finito di pranzare e stava bevendo il tè.
«Vada per la zuppa di pesce e vada anche per il tè; ho davvero
appetito», disse allegramente Alëša.
«E la marmellata di amarene? Qui ce l'hanno. Ti ricordi che da
piccoli dai Polenov ti piaceva tanto la marmellata di amarene?»
«Te lo ricordi? Vada anche per la marmellata, mi piace molto anche
adesso».
Ivan chiamò il cameriere e ordinò zuppa di pesce, tè e marmellata.
«Ricordo tutto, Alëša, ti ricordo fino all'età di undici anni, allora io
ne avevo quindici. Quindici e undici anni: a quell'età, quando c'è una
simile differenza d'anni, i fratelli non sono mai amici. Non so neanche se
provavo dell'affetto per te. Dopo la mia partenza per Mosca, per i primi
anni non ti ho mai pensato. Poi, quando sei venuto a Mosca anche tu, ci
siamo incontrati una volta sola, credo, da qualche parte. Invece adesso
sono quasi quattro mesi che vivo qui e fino ad ora io e te non abbiamo
scambiato una parola.
Domani partirò e mentre me ne stavo seduto qui, mi
domandavo come avrei fatto ad incontrarti per salutarti, quand'ecco che ti
ho visto passare».
«Avevi davvero voglia di vedermi?»
«Tanta, voglio conoscerti una volta per sempre e voglio che anche tu
conosca me. Dopo di che, ci diremo addio. Credo che sia la cosa migliore
fare amicizia prima di separarsi. Ho notato come mi guardavi in questi tre
mesi, nei tuoi occhi si leggeva una sorta di attesa incessante e questo io
non lo sopporto, ecco perché sono rimasto sulle mie. Ma alla fine ho
imparato a stimarti, ho pensato "questo piccolo uomo sa tenere duro".
Bada che sebbene stia ridendo, sto parlando seriamente. Non è forse vero
che sai tenere duro? Io amo le persone ferme, qualunque sia l'oggetto della
loro fermezza, anche se sono dei marmocchi come te. Il tuo sguardo
d'attesa ha finito per non darmi più fastidio; al contrario, ho cominciato ad amarlo, quel tuo sguardo d'attesa...Mi sembra che, chissà perché, tu mi
voglia bene, vero Alëša?»
«Ti voglio bene, Ivan. Il fratello Dmitrij dice di te: "Ivan è una
tomba".
Io dico di te: "Ivan è un enigma".
Anche in questo momento sei un
enigma per me, ma qualcosa comincio a capirla in te, anche se soltanto da
questa mattina!»
«Che cosa intendi dire?», scoppiò a ridere Ivan.
«Non ti arrabbierai, vero?», scoppiò a ridere anche Alëša.
«Allora?»
«Ho capito che sei un giovane di ventitré anni come tutti gli altri
della tua età, sei un ragazzo giovane, ingenuo, fresco e simpatico, uno
sbarbatello insomma! Non ti avrò mica offeso troppo, vero?»
AMORE PER LA VITA
«Al contrario, sono colpito dalla coincidenza!», esclamò Ivan con
allegria e calore. «Ci credi che dopo il nostro incontro di ieri a casa di lei,
non ho fatto altro che pensare a questa mia sbarbatellaggine da
ventitreenne, e tu ad un tratto hai come indovinato i miei pensieri e hai
esordito proprio con questo.
Sedevo qui poco fa e pensavo di me stesso:
anche se non credessi nella vita, anche se avessi perso la fiducia nella
donna che amo, se avessi perso la fiducia nell'ordine delle cose e mi fossi
invece convinto che tutto è disordine, dannazione e, addirittura, diabolico
caos, se fossi rimasto colpito da tutti gli orrori della delusione umana,
tuttavia continuerei a desiderare di vivere e, dal momento che ho
assaporato questo calice, non mi staccherò da esso fino a quando non avrò
bevuto fino all'ultima goccia! Del resto, all'età di trent'anni potrei pure
gettare questo calice, decidere di non bere fino all'ultima goccia e andare
via... dove, non so. Ma fino ai trent'anni, questo lo so per certo, la mia
giovinezza sconfiggerà tutto il resto: tutte le delusioni, tutta la repulsione
per la vita.
SETE DI VIVERE
Mi sono domandato molte volte: esiste sulla terra una
disperazione che possa sopraffare in me questa frenetica e, forse,
sconveniente sete di vivere? E ho concluso che, a quanto pare, non esiste,
cioè, torno a ripeterlo, almeno fino all'età di trent'anni; allora forse sarò io
stesso a perdere la voglia, almeno così credo. Alcuni moralisti tisici e
mocciosi - i poeti soprattutto - spesso definiscono gretta questa voglia di
vivere. Questa sete di vivere è, in parte, una caratteristica dei Karamazov,
questo lo so, e, nonostante tutto, essa esiste anche in te, sono sicuro, ma
perché poi dovrebbe essere gretta? La forza centripeta sul nostro pianeta è
ancora terribilmente forte, Alëša.
Ho voglia di vivere e vivo, anche a
dispetto della logica. Sebbene io possa non credere nell'ordine delle cose, tuttavia amo le foglioline vischiose che si dischiudono in primavera, amo il
cielo azzurro, amo alcune persone che a volte si amano senza sapere
esattamente il perché - ci crederesti? - amo alcune grandi imprese umane,
sebbene da un pezzo abbia cessato di credere in esse, eppure per una
vecchia abitudine le ammiro con tutto il cuore.
Ecco, ti hanno portato la
zuppa, mangiala, ti farà bene. È ottima, qui la sanno fare bene. Voglio
girare l'Europa, Alëša, una volta partito di qui; eppure mi rendo conto di
recarmi soltanto in un cimitero, nel più prezioso dei cimiteri, ecco cos'è!
Valorosi sono i defunti ivi sepolti, ogni pietra sopra di essi parla di una
vita così fervida in passato, di una fede così appassionata nelle proprie
azioni, nella propria verità, nella propria lotta e nella propria scienza che
io, lo so già, cadrò per terra e bacerò quelle pietre e piangerò su di esse -
sebbene, in cuor mio, io sia convinto che quello, da molto tempo ormai,
non è altro che un cimitero, niente di più. E non piangerò di disperazione,
ma solo perché sarò felice di versare le mie lacrime. Mi inebrierò della mia
stessa commozione.
Io amo le vischiose foglioline primaverili, il cielo
azzurro, ecco cosa ti dico! Qui non c'entrano l'intelligenza, la logica,
questo è amare dal proprio intimo, dalle viscere, amare la forza della
propria giovinezza... Ci hai capito niente di questo mio farneticare, eh,
Alëša?», scoppiò a ridere Ivan all'improvviso.
«Capisco benissimo: "amare dal proprio intimo, dalle viscere", hai
detto benissimo, sono felice che tu abbia tanta voglia di vivere», esclamò
Alëša. «Penso che tutti al mondo debbano amare la vita sopra ogni cosa».
«Amare la vita più che il significato di essa?»
«Proprio così, amarla a dispetto della logica, come hai detto tu,
necessariamente a dispetto della logica; soltanto allora ne coglierai anche il
significato. È da un pezzo che ci penso ormai. Metà del tuo lavoro l'hai
concluso, Ivan, l'hai portato a termine: tu ami la vita. Adesso devi cercare
di portare a termine la seconda metà e sarai salvo».
«Stai cercando di salvarmi, ma forse non sono perduto! E cosa
intendi con la tua seconda metà del lavoro?»
«Devi cercare di fare resuscitare i tuoi morti che forse non sono mai
veramente morti. Adesso, fammi bere il tè. Sono così contento della nostra
chiacchierata, Ivan».
IL CUSTODE DI MIO FRATELLO?
«Che ne sarà di Dmitrij e nostro padre? Come finirà tutto questo?»,
domandò Alëša allarmato.
«Ma tu ripeti sempre la stessa cosa? Che ci posso fare io? Sono forse
il custode di mio fratello Dmitrij?», fece per tagliar corto Ivan irritato, ma
di colpo sorrise amaramente. «È la risposta che Caino dette a Dio dopo
aver ucciso il fratello, vero? È questo che stai pensando in questo istante?
No, al diavolo, non posso mica restare qua a fare il loro custode! Ho
concluso i miei affari e me ne vado. Non penserai che sia geloso di
Dmitrij, che in questi tre mesi non ho fatto che tentare di soffiargli la sua
bella, Katerina Ivanovna. Eh, no, io avevo i miei affari da curare.
KATERINA E L'AMORE
«Alludi a quello che è accaduto da Katerina Ivanovna?»
«Sì, mi sono sciolto da lei una volta per tutte. E poi, che cosa posso
farci con Dmitrij? Dmitrij qui non c'entra. Avevo soltanto delle questioni
personali con Katerina Ivanovna. Anzi, sai bene anche tu che Dmitrij si è
comportato come se ci fosse stato un complotto tra lui e me. Io non gli ho
chiesto mica niente e lui invece me l'ha passata solennemente, con la sua benedizione. È tutto così ridicolo. No, Alëša, no, se sapessi come mi sento
leggero adesso!
Me ne stavo seduto qui a pranzo e - ci crederesti? - volevo
ordinare dello champagne per festeggiare la mia prima ora di libertà.
Accidenti, è durata sei mesi e poi ho gettato via tutto all'improvviso.
Soltanto ieri non avrei mai sospettato che non mi sarebbe costato nulla
troncare se lo avessi voluto».
«Parli del tuo amore, Ivan, vero?»
«Amore, se vuoi, sì, mi sono innamorato di una signorina, di una
collegiale. Mi sono tormentato per lei e lei ha tormentato me. Mi ero
fissato su di lei... e ora è andato tutto all'aria. Ho parlato con ispirazione,
stamattina, ma quando sono uscito, sono scoppiato a ridere, ci crederesti?
No, proprio così, alla lettera».
«Ne parli molto allegramente anche adesso», osservò Alëša,
guardando il viso di lui che si era veramente fatto allegro, tutto ad un
tratto.
«Come potevo immaginare che non l'amavo nemmeno un pochino!
Eh,eh! Eppure è risultato proprio così. Eppure mi piaceva moltissimo!
Anche poco fa, quando le facevo il mio discorso, lei mi piaceva! E lo sai?
Anche adesso mi piace da morire, eppure è così facile separarsi da lei.
Pensi che mi stia dando delle arie?»
«No, penso solo che forse non era amore».
«Alëška», scoppiò a ridere Ivan, «non ti mettere a disquisire
sull'amore! Non sta bene che tu lo faccia.
Questa mattina, come sei saltato
su questa mattina, eh? Ho dimenticato di baciarti per quello... Come mi ha
tormentato quella lì! In effetti era come assistere a una lacerazione. Oh, lei
lo sapeva che io l'amavo! E lei amava me e non Dmitrij», insisteva Ivan
gaiamente.
AMORE E LACERAZIONI
«Dmitrij era soltanto una lacerazione per lei. Tutto ciò che le
ho detto questa mattina è la pura verità, ma il peggio è che potrà impiegare
quindici, anche vent'anni per scoprire che non ama affatto Dmitrij, ma ama
soltanto me, colui che ha tormentato. E forse non lo scoprirà mai,
malgrado la lezione che ha avuto oggi. Be', meglio così: mi sono alzato e
me ne sono andato per sempre. A proposito, come sta adesso? Che è
successo dopo che me ne sono andato?»
Alëša gli raccontò della crisi isterica e del fatto che in quel momento,
a quanto pareva, era priva di sensi e delirante.
«Non sarà mica tutta un'invenzione della signora Chochlakova?»
«Pare di no». «Devo accertarmene. Del resto, di crisi isteriche non è mai morto
nessuno. Ben vengano le crisi isteriche, Dio le ha concesse alle donne per
il loro bene. Io certo non andrò a trovarla. A che pro farmi avanti un'altra
volta?»
«Eppure stamattina le hai detto che lei non t'ha mai amato».
«L'ho detto apposta. Alëška, ordiniamo lo champagne, berremo alla
mia libertà. Se sapessi come sono contento!»
IN COSA CREDO
Per gli altri è diverso, ma noi, che
siamo degli sbarbatelli, dobbiamo prima di tutto risolvere le questioni
eterne, una volta per tutte. Ecco quello che conta per noi.
Tutti i giovani
russi non fanno che discutere sulle questioni eterne adesso. Soprattutto ora
che i vecchi sono alle prese con questioni di ordine pratico.
Per quale
motivo, in tutti questi tre mesi non hai fatto che guardarmi in attesa di
qualcosa? Per domandarmi:
"In che cosa credi, o meglio, c'è qualcosa in
cui credi?": ecco a che cosa volevano andare a parare i vostri sguardi di
questi tre mesi, signor Aleksej Fëdoroviè, non è vero?»
«Forse è così», rispose Alëša sorridendo. «Non ti starai prendendo
gioco di me, fratello?»
«Io prendermi gioco di te? Non ho nessuna intenzione di amareggiare
il mio fratellino che mi ha guardato per tre mesi con uno sguardo
trepidante di attesa.
Alëša, guardami in faccia: io sono esattamente un
ragazzino come te, solo che non sono un novizio.
E che cosa hanno
combinato i ragazzi russi fino ad oggi, alcuni di loro, voglio dire?
Si
riuniscono in una trattoria puzzolente come questa, per esempio, e si
siedono in un angolo. Non si sono mai incontrati prima in vita loro, e
quando usciranno dalla trattoria, non si incontreranno per una quarantina
d'anni, e di che cosa vuoi che parlino durante questo momentaneo incontro
in trattoria?
Delle questioni eterne, non di altro: dell'esistenza di Dio e
dell'immortalità; e quelli che non credono in Dio, si metteranno a discutere
di socialismo, di anarchia, della trasformazione dell'umanità secondo un
nuovo modello, vale a dire, in fin dei conti, delle stesse questioni, ma dal
punto di vista opposto.
E masse, intere masse dei più originali ragazzi russi
non fanno altro che parlare delle questioni eterne del nostro tempo, nel
nostro paese. Non è forse così?»
«Sì, per i veri russi le domande sull'esistenza di Dio e
sull'immortalità oppure, come hai appena detto, le stesse domande ma
poste dal punto di vista opposto, sono questioni primarie, ed è giusto che
sia così», disse Alëša guardando il fratello con lo stesso sorriso quieto e
interrogativo.
«Ecco, Alëša, a volte essere russi è davvero poco intelligente, ma non
si può immaginare niente di più stupido del modo in cui i ragazzi russi
passano il loro tempo. Però c'è un ragazzo russo che si chiama Alëška, al
quale voglio bene con tutto il cuore».
«Ci sei arrivato in maniera deliziosa», commentò Alëša ridendo.
«Be', da che cosa cominciamo, decidi tu: dall'esistenza di Dio? Dio
esiste oppure no?»
«Da quello che vuoi, "anche dal punto di vista opposto". Ieri, a casa
di nostro padre, hai dichiarato che Dio non esiste», e Alëša fissò il suo
sguardo indagatore dritto sul fratello.
«Ieri da nostro padre ti ho voluto stuzzicare di proposito e ho visto
come ti brillavano gli occhi. Ma ora non ho nessuna remora a parlarne con
te e lo dico molto seriamente. Io voglio diventarti amico, Alëša, perché
amici non ne ho mai avuti e voglio provare che cosa vuol dire. Be',
immagina per un attimo, che io ammetta l'esistenza di Dio», scoppiò a
ridere Ivan, «sarebbe una sorpresa per te, non è vero?»
«Naturalmente sì, sempre che tu non stia scherzando».
«Scherzare? Ieri, nella cella dello starec, qualcuno mi ha detto che
stavo scherzando.
VOLTAIRE
Vedi, caro, c'era un vecchio peccatore del diciottesimo
secolo, il quale dichiarò che se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo,
s'il n'existait pas Dieu il faudrait l'inventer. E l'uomo ha davvero inventato
Dio. E ciò che è strano, ciò che dovrebbe destare stupore, non è che Dio
possa esistere veramente, ma che questa idea, l'idea della necessità di Dio,
abbia potuto infiltrarsi nella mente di un animale così selvaggio e cattivo
come l'uomo - a tal punto è santa, commovente e saggia questa idea, a tal
punto essa fa onore all'uomo. Per quanto riguarda me, ho smesso da un
pezzo di pormi la domanda se è stato Dio a creare l'uomo o l'uomo a creare
Dio. E non starò qui a prendere in esame tutti gli assiomi che a questo
proposito hanno formulato i ragazzi russi di oggi, tutti per altro tratti da
ipotesi europee; perché ciò che per gli altri è un'ipotesi, per il ragazzo
russo diventa subito un assioma, e non soltanto per i ragazzi, ma anche
forse per alcuni loro professori, dal momento che i professori russi sono
molto spesso dei ragazzi pure loro. E quindi ometterò tutte le ipotesi.
QUALE COMPITO
Qual
è dunque il compito che abbiamo dinanzi, io e te? Io sto cercando di
spiegarti,il più rapidamente possibile, la mia natura, cioè che uomo sono,
in che cosa credo, che cosa spero, è questo, non è vero?
E quindi ti dico
che accetto Dio semplicemente, direttamente. Ma ecco, quello che
dobbiamo notare: se Dio esiste e se è stato davvero lui a creare la terra,
allora l'ha creata, come sappiamo tutti, secondo la geometria di Euclide, e
ha creato la mente umana con la concezione delle sole tre dimensioni
spaziali. Eppure ci sono stati, e ci sono ancora, matematici e filosofi, e
anche fra i più illustri, che mettono in dubbio che il mondo, o per dirla in
termini più ampi, l'universo sia stato creato unicamente in conformità alla
geometria euclidea; osano persino ipotizzare che due linee parallele, che
secondo la geometria euclidea non possono incontrarsi mai, possano in
realtà incontrarsi in qualche punto dell'infinito. Io, fratellino caro, sono
giunto alla conclusione che, se non riesco a capire nemmeno questo, come
posso aspettarmi di comprendere l'idea di Dio? Riconosco umilmente di
non avere le capacità necessarie per risolvere tali questioni, ho una mente
euclidea, terrena, come faccio dunque a risolvere problemi che non sono di
questo mondo?
E consiglio anche a te di non pensarci mai, caro Alëša,
soprattutto riguardo all'esistenza di Dio. Tutte queste domande sono del
tutto fuori luogo per una mente creata con la concezione di uno spazio
puramente tridimensionale.
E quindi accetto Dio, e ne sono pure contento
e, quel che più conta, accetto la sua saggezza, il suo fine, assolutamente imperscrutabile per la nostra mente; credo nell'ordine, nel significato della
vita, credo nell'armonia eterna nella quale un giorno, dicono, ci dovremo
fonder tutti, credo nel Verbo al quale aspira l'universo intero, il Verbo che
era "presso Dio" e che era Dio e così via all'infinito. Sono state formulate
molte espressioni a riguardo. Pare che io sia sulla buona strada, vero?
RIBELLIONE A QUESTO MONDO CREATO
Eppure, pensa un po', alla fine dei conti io non accetto affatto questo
mondo creato da Dio, non lo accetto e anche se so che esso esiste, non lo
approvo per niente.
Non è che io non creda a Dio, cerca di capirmi, è il
mondo che egli ha creato, il mondo di Dio che io non accetto e non posso
accettare. Lasciami spiegare meglio: io credo, come un bambino, che le
sofferenze saranno lenite e ricompensate, che tutta l'umiliante assurdità
delle contraddizioni umane svanirà come un miraggio pietoso, come il
prodotto deplorevole di una mente umana euclidea impotente e
infinitamente piccola, come l'atomo; che in ultimo, alla fine del mondo, nel
momento dell'armonia eterna, apparirà qualcosa di così prezioso che sarà
sufficiente per tutti i cuori, di conforto a tutti i risentimenti, di riscatto per
tutti i misfatti degli uomini, per tutto il sangue da essi versato, che renderà
possibile non solo a tutti di perdonare tutto, ma anche di giustificare tutto
quello che è accaduto agli uomini - sì, che tutto questo accada e si riveli,
ma io non lo accetto e non lo voglio accettare!
Che si incontrino pure le
parallele, anche davanti ai miei occhi: vedrò e dirò che si sono incontrate,
eppure non lo accetterò. Ecco qual è il mio essere, Alëša, ecco la mia tesi.
Ti ho parlato sinceramente. Ho cominciato apposta questa nostra
conversazione nella maniera più stupida che si potesse immaginare, ma
questo ha condotto alla mia confessione ed era questo che tu volevi. Tu
non volevi sapere se credo o no in Dio, volevi solo scoprire di che vive il
fratello che tu ami. Eccoti servito».
Ivan concluse questa sua lunga tirata con un fervore inatteso e del
tutto particolare.
«E perché hai iniziato nella maniera più stupida che si potesse
immaginare?», domandò Alëša, guardandolo pensieroso.
«Prima di tutto perché sono russo: le conversazioni dei russi su questi
argomenti vengono sempre condotte nella maniera più stupida che si possa
immaginare.
In secondo luogo, più stupido sei, più sei vicino alla realtà.
Quanto più stupido sei, più sei chiaro. La stupidità è breve e ingenua,
mentre l'intelligenza si perde intorno all'argomento e si nasconde.
L'intelletto è vile, mentre la stupidità è schietta e sincera. Ho condotto la discussione sulla mia disperazione e quanto più stupidamente l'ho
presentata tanto meglio per me».
«Spiegami, se non è un segreto, per quale motivo "non accetti il
mondo"?», disse Alëša.
«Certo che te lo spiego, non è un segreto, proprio a questo volevo
andare a parare. Caro fratellino, non voglio affatto corromperti e
allontanarti dalla tua roccaforte, anzi forse voglio farmi curare da te»,
disse
Ivan sorridendo all'improvviso come un dolce ragazzino.
Alëša non lo
aveva mai visto sorridere in quel modo prima di allora.