Visualizzazione post con etichetta ivan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ivan. Mostra tutti i post

martedì 19 ottobre 2021

V. CATASTROFE REPENTINA: IVAN TESTIMONE





Fu chiamato a deporre Ivan Fëdoroviè. 

 V • Una catastrofe improvvisa 

 Noterò che egli era stato convocato ancora prima di Alëša. 

Ma l'usciere aveva riferito al presidente che, per un'improvvisa indisposizione o per non so quale attacco, il teste non poteva presentarsi in quel momento, ma che non appena si fosse sentito meglio sarebbe stato disponibile a rendere la sua testimonianza. 

UNA PAUSA

Comunque, chissà come, nessuno aveva sentito questa notizia, che divenne nota soltanto in seguito. Inizialmente la sua apparizione passò inosservata: i testimoni principali, soprattutto le due rivali, erano già stati interrogati; la curiosità era stata sedata per il momento. Fra il pubblico si percepiva addirittura una certa stanchezza. Era rimasto ancora qualche teste da ascoltare che, con ogni probabilità, non avrebbe aggiunto niente di nuovo a quello che era già stato detto. E il tempo passava. 

ARRIVO DI IVAN

Ivan Fëdoroviè si avvicinò al banco dei testimoni con stupefacente lentezza, senza guardare nessuno, anzi persino a testa bassa, come se fosse assorto in cupi pensieri. 

Era vestito in maniera ineccepibile, ma il suo viso fece una penosa impressione, per lo meno su di me: c'era qualcosa di guasto, di terreo in esso, qualcosa di simile al viso di una persona in fin di vita. Gli occhi erano torbidi; li sollevò e abbracciò lentamente l'intera sala con lo sguardo.

Alëša fece per balzare in piedi dal suo posto e gemette: "Ah!" Me lo ricordo, questo. Ma pochi lo notarono.




RISATA IN FACCIA AL PRESIDENTE

 Il presidente esordì dicendo che quel testimone era esonerato dal giuramento, aveva facoltà di rispondere o tacere, ma che, ovviamente, doveva testimoniare secondo coscienza, eccetera eccetera. Ivan Fëdoroviè ascoltava e lo guardava con lo sguardo offuscato; ma ad un tratto il suo viso si rilassò gradualmente in un sorriso e non appena il presidente, che lo guardava stupito, ebbe concluso la sua introduzione, Ivan Fëdoroviè scoppiò a ridere: «Be' e che altro?», gli domandò ad alta voce. Si fece silenzio in aula, si percepiva qualcosa di strano. 

Il presidente mostrò segni di allarme. «Voi, forse, non vi sentite ancora bene?», fece per esordire cercando con gli occhi l'usciere. 

 «Non vi preoccupate, eccellenza, mi sento abbastanza bene da raccontarvi qualcosa di interessante», rispose Ivan Fëdoroviè, divenuto di colpo calmo e deferente. 

 «Avete qualche dichiarazione particolare da fare?», proseguiva il presidente ancora diffidente. Ivan Fëdoroviè abbassò gli occhi, indugiò qualche secondo e, sollevato di nuovo il capo, rispose quasi balbettando: «No... non ho niente di particolare da dire». 

INTERROGATORIO DEL PM

 Cominciarono a porgli le domande. 

Egli rispondeva quasi con riluttanza, con estrema laconicità, con una specie di ripugnanza che si faceva sempre più marcata, sebbene rispondesse sensatamente. A molte domande rispose che non sapeva. 

SU DMITRI E IL PADRE

Ignorava del tutto i rapporti economici tra il padre e Dmitrij Fëdoroviè. 

«Non mi sono mai occupato di questo», proferì. 

Minacce di uccidere il padre le aveva sentite da parte dell'imputato, dei soldi nel plico ne aveva sentito parlare da Smerdjakov... «Sempre la stessa cosa», interruppe bruscamente con un'aria spossata, «non ho niente di particolare da dire a questa corte». «Vedo che non state bene, e comprendo i vostri sentimenti...», cominciò a dire il presidente. Fece per voltarsi dalla parte del procuratore e del difensore per invitarli, se lo ritenevano necessario, a porre delle domande al teste quando, all'improvviso, Ivan Fëdoroviè, con voce esausta, disse: «Lasciatemi andare, vostra eccellenza, mi sento molto male». E detto questo, senza aspettare il permesso, si voltò all'improvviso e fece per uscire dall'aula.

RIPENSAMENTO:  "Se voglio, salto, se non voglio, non salto"

Ma, dopo qualche passo, si fermò, come colto da una nuova riflessione, sorrise pacato e tornò al banco dei testimoni. 

 «Io, vostra eccellenza, sono come quella ragazza contadina, sapete...: "Se voglio, salto, se non voglio, non salto". Le corrono dietro per farle indossare il sarafan o la panëva, per vestirla e portarla in chiesa a sposarsi e lei dice: "Se voglio, salto, se non voglio, non salto". È in qualche libro sul nostro folklore...» «Che cosa volete dire con questo?», domandò il presidente con severità. 

LE BANCONOTE DI SMERDIAKOV



 «Ecco cosa», e Ivan Fëdoroviè estrasse d'un tratto dalla tasca un mazzetto di banconote, «ecco i soldi... quelli che si trovavano in quel plico», egli accennò con il capo al tavolo delle prove materiali, «e per i quali hanno ucciso mio padre. Dove devo metterlo? Signor usciere, passateli voi». L'usciere prese il mazzetto e lo passò al presidente. «In che modo siete entrato in possesso di questo denaro, ammesso che si tratti dello stesso?», disse il presidente stupito. «Li ho avuti da Smerdjakov, dall'assassino, ieri. Sono stato da lui prima che si impiccasse. È stato lui ad uccidere mio padre, non mio fratello. Lui ha ucciso e io l'ho incitato a farlo... Chi non desidera la morte del proprio padre?...» 


 «Siete in possesso delle vostre facoltà?», scappò detto al presidente involontariamente. 

 «Altro che, sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali... delle mie vili facoltà mentali, come del resto voi e tutti questi... ceffi!», e si rivolse di scatto verso il pubblico. 

«Hanno ucciso mio padre e fanno finta di essere inorriditi», digrignava i denti con disprezzo furioso. «Recitano la farsa l'uno con l'altro. Bugiardi! Tutti desiderano la morte del padre. Un rettile divorerà l'altro... Se non si trattasse di parricidio, si arrabbierebbero e se ne tornerebbero a casa di cattivo umore... Vogliono lo spettacolo! Panem et circenses! Del resto, da che pulpito viene la predica! Avete dell'acqua? Datemi da bere per l'amore di Cristo!», e si afferrò la testa fra le mani. L'usciere gli si avvicinò all'improvviso. 

Alëša saltò in piedi e gridò: «È malato, non gli credete, ha la febbre cerebrale!» Katerina Ivanovna si alzò impetuosamente dalla sua sedia, poi, impietrita dallo spavento, guardò Ivan Fëdoroviè. 

Mitja si era alzato, guardava e ascoltava avidamente il fratello con un certo sorriso forzato, stralunato. 

 «Calmatevi, non sono pazzo, sono soltanto un assassino!», riprese a dire Ivan. «Dagli assassini non si può pretendere l'eloquenza...», soggiunse per qualche ragione e poi scoppiò in una risata forzata. Il procuratore, evidentemente sconvolto, si piegò verso il presidente. 

Gli altri giudici sussurravano concitatamente fra di loro. 

Fetjukoviè stava con le orecchie drizzate, in ascolto. La sala era zittita nell'attesa. 

Il presidente sembrò essersi ripreso ad un tratto. 

 «Testimone, le vostre parole sono incomprensibili e inconcepibili in questa sede. Calmatevi, se potete, e raccontate quello che avete da dire, se avete davvero qualcosa da dire. In che maniera potete provare una tale confessione... ammesso che non stiate delirando?» 


 «Il fatto è proprio questo, che non ho testimoni. Quel cane di Smerdjakov dall'altro mondo non spedirà mica la sua testimonianza... in un plico. Non fate altro che pensare a plichi: uno basta e avanza. No, non ho testimoni... Tranne uno, forse», sorrise assorto. 

 «Chi è il vostro testimone?»


 

 «Ha la coda, vostra eccellenza, e questo sarebbe irregolare! Le diable n'existe point! Non gli prestate attenzione: è un diavolo abietto, un poveraccio», soggiunse poi, smettendo di ridere e con un tono quasi confidenziale, «probabilmente si trova qui da qualche parte, ecco: sotto il tavolo delle prove materiali, dove potrebbe stare se non là? Vedete, ascoltatemi; io gliel'ho detto: non voglio tacere e lui si è messo a parlare del cataclisma geologico... idiozia! Su, liberate il mostro... egli ha intonato l'inno, ecco perché gli è tutto facile! È come quella canaglia di ubriacone che sbraitava per la strada che "Van'ka è andato a Piter", mentre io per due secondi di felicità darei un quadrilione di quadrilioni. Voi non mi conoscete! Oh, com'è tutto stupido qui da voi! Su, prendete me al posto suo! Non sono venuto per niente... Perché, perché è tutto così stupido?» 

 E ricominciò lentamente a guardarsi attorno come pensieroso. Ma ora l'aula intera era sovreccitata. Alëša si precipitò accanto a lui dal suo posto, ma l'usciere aveva già afferrato Ivan Fëdoroviè per un braccio. 

L'USCIERE PORTA VIA IVAN

 «Che fate?», gridò quello guardando fisso la faccia dell'usciere e ad un tratto, prendendolo per le spalle, lo scaraventò violentemente a terra. 

 Ma le guardie erano già sul posto e lo afferrarono subito. 

A quel punto lui lanciò un urlo furioso, e per tutto il tragitto, mentre lo portavano via, egli continuò a lanciare urla e a strillare parole incoerenti. 

Successe il finimondo. Non ricordo l'ordine esatto degli eventi, anch'io ero sconvolto e non potei seguire tutto. So soltanto che alla fine, quando ogni cosa si fu calmata e tutti capirono di che si trattava, se la presero con l'usciere, sebbene questi spiegasse, basandosi su elementi validi, che il testimone stava abbastanza bene, che il dottore lo aveva visitato un'ora prima, quando aveva avvertito un leggero capogiro, e prima di entrare in aula aveva parlato coerentemente, tanto che non si poteva prevedere nulla.

mercoledì 29 settembre 2021

IL DIAVOLO DI IVAN


 






Sembrava che qualcuno fosse seduto lì, penetrato Dio solo sa come, perché prima non c'era, quando Ivan Fëdoroviè, di ritorno da Smerdjakov, era entrato nella stanza. Si trattava di un certo signore o, per meglio dire, di un gentiluomo russo di un genere particolare, non più giovane, qui frisait la cinquantaine, come dicono i francesi, con una leggera brizzolatura sui capelli scuri piuttosto lunghi e folti, e la corta barbetta a punta. Indossava una giacca color marroncino, chiaramente di ottima fattura, ma piuttosto lisa, cucita secondo lo stile di tre anni addietro e ormai del tutto fuori moda, di quelle che la gente abbiente ed elegante non indossava più da almeno due anni. La biancheria, la cravatta lunga a mo' di sciarpa erano di quelle che portano tutti i gentiluomini eleganti, ma la biancheria, a un'osservazione più attenta, era piuttosto sporchina e la larga sciarpa molto logora. I pantaloni a quadri dell'ospite gli cadevano magnificamente, ma, ancora una volta, erano troppo chiari e un pochino troppo attillati, di quelli che adesso non si portano più, come del resto anche il morbido cappello di pelo bianco che l'ospite si portava dietro del tutto fuori stagione. Insomma, era il ritratto del decoro associato a mezzi economici estremamente scarsi. Si sarebbe detto che il gentiluomo appartenesse al novero di quei possidenti oziosi che prosperavano ai tempi della servitù della gleba; sicuramente uno che aveva fatto parte del bel mondo e della crema della società, aveva avuto buone conoscenze, che tuttora forse conservava, ma che si era gradualmente impoverito, dopo una giovinezza spensierata e l'abolizione della servitù, per finire con il diventare una specie di parassita di bon ton, che girovagava da un vecchio conoscente all'altro, accolto per il suo carattere socievole e accomodante e anche in considerazione del fatto che si trattava pur sempre di un uomo dabbene che faceva anche comodo ammettere alla propria tavola, seppure, ovviamente, in un posto modesto. Questi parassiti, gentiluomini dal carattere accomodante, in grado di raccontare storielle, giocare una partita a carte, e con una netta avversione per qualunque tipo di incarico si voglia ad essi imporre, di solito sono creature solitarie, scapoli o vedovi, e, se hanno figli, questi sono puntualmente allevati da qualche parte, lontano, da qualche zia che non menzionano mai nella buona società, quasi si vergognassero di una tale parentela. Essi perdono gradualmente di vista i figli, sebbene di tanto in tanto ricevano da loro una lettera d'augurio per l'onomastico o per Natale, alla quale qualche volta si preoccupano pure di rispondere. La fisionomia dell'ospite inatteso non era tanto bonaria quanto, ancora una volta, accomodante e disponibile ad assumere un'espressione amabile qualsiasi, a seconda dell'occorrenza. Non portava orologio, ma aveva un occhialino di tartaruga appeso a un nastro nero. Al dito medio della mano destra faceva bella mostra di sé un massiccio anello d'oro ornato di un opale di scarso valore. Ivan Fëdoroviè taceva incollerito e non voleva dare inizio alla conversazione. L'ospite aspettava e stava seduto esattamente come un parassita appena sceso dalla camera assegnatagli per fare compagnia al padrone di casa per il tè, e che mantiene un discreto silenzio nel vedere che questi è impegnato e arcignamente pensieroso, pronto tuttavia a intraprendere un'affabile conversazione non appena il padrone di casa ne abbia voglia.

martedì 7 settembre 2021

IVAN - SMERDIAKOV




 


Allo stesso modo si può dire che il sosia di Ivàn Karamàzov è Smerdjakòv, 

il quale rappresenta “la parte peggiore di lui, l’incarnazione della sua cattiva coscienza, l’applicazione della sua teoria, la realizzazione delle sue tentazioni, l’esecuzione dei suoi propositi”544. 

Ciò che in Ivàn rimane “teoria puramente pensata, tentazione meramente figurata, proposito solamente vagheggiato” diventa in Smedjakòv “pratica vissuta, caduta spirituale, misfatto reale” 545. 

Pertanto, secondo Pareyson, si può dire che Smerdjakòv è “l’incarnazione della parte peggiore di Ivàn, cioè il suo sosia effettivo, il suo palpitante alter ego” 546. Infatti, Ivàn e Smerdjakòv “si odiano, come si odiano la persona e il sosia, l’io che non vuol riconoscersi nell’alter ego e l’alter ego che accompagna e perseguita l’io”. 

Allo stesso tempo, però, “non stanno 541 Ibidem. 542 Ibidem. 543 Ivi, cit., p. 55. Mar’ja Timoféevna dichiara a Stavrogin: 

“Per somigliargli, tu gli somigli molto, e forse sarai anche suo parente, – che gente furba! Solo che il mio è un gentil falco e un principe, metre tu sei un gufo e un mercantuzzo! Il mio si prosterna anche a Dio, se vuole e, se non vuole, non lo fa; ma te Šàtuška (il mio buono, caro, gentile Šàtuška!) ti ha picchiato sulle gote, il mio Lebjadkin me l’ha raccontato. E di che cosa avesti paura allora? Quando vidi la tua abietta faccia, quando caddi e tu mi sostenesti, fu come se un verme mi fosse entrato strisciando nel cuore: non è lui, pensai, non è lui! Il mio falco non si sarebbe mai vergognato di me davanti a una signorina del gran mondo! Oh, Signore! E io che durante questi cinque anni ero stata felice solo al pensiero che il mio falco viveva e volava da qualche parte laggiù, dietro i monti, e fissava il sole… Parla, impostore, quanto hai ricevuto? È per una forte somma che hai acconsentito? Io non ti avrei dato neanche un soldo” (F. DOSTOEVSKI, I demonî, cit., p. 259). 544 L. PAREYSON, Dostoevskij. Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, cit., p. 55. 545 Ibidem. 546 Ibidem. 137 l’uno senza l’altro, divisi nella loro separazione, uniti nella loro duplicazione, complici nella loro contrarietà”547. 

Di conseguenza, come abbiamo già sottolineato, il parricidio seppur commesso materialmente da Smerdjakòv, è stato perpetrato da entrambi. Lo stesso Ivàn sente di esserne responsabile, è infatti consapevole che “il delitto è nato dalla loro complicità, sia pure tacita, e dalla loro collaborazione, sia pure sottintesa, proprio come se fosse stato compiuto da una sola persona, divisa e duplicata nei suoi due aspetti contrastanti”548 . Il secondo effetto dell’azione dissolvente del male nell’uomo è “la disgregazione della sua person

domenica 4 luglio 2021

IVAN ALL'OSTERIA: CONFESSIONI SU VITA, AMORE, DIO





 OSPITALITA'


«Ti ordino una zuppa di pesce oppure quello che vuoi, non vivrai mica di solo tè», 

gridò Ivan che sembrava al settimo cielo per aver invitato Alëša. 

Quanto a lui, aveva già finito di pranzare e stava bevendo il tè. 

 «Vada per la zuppa di pesce e vada anche per il tè; ho davvero appetito», disse allegramente Alëša. 

 «E la marmellata di amarene? Qui ce l'hanno. Ti ricordi che da piccoli dai Polenov ti piaceva tanto la marmellata di amarene?» 

 «Te lo ricordi? Vada anche per la marmellata, mi piace molto anche adesso». 

 Ivan chiamò il cameriere e ordinò zuppa di pesce, tè e marmellata. 

 «Ricordo tutto, Alëša, ti ricordo fino all'età di undici anni, allora io ne avevo quindici. Quindici e undici anni: a quell'età, quando c'è una simile differenza d'anni, i fratelli non sono mai amici. Non so neanche se provavo dell'affetto per te. Dopo la mia partenza per Mosca, per i primi anni non ti ho mai pensato. Poi, quando sei venuto a Mosca anche tu, ci siamo incontrati una volta sola, credo, da qualche parte. Invece adesso sono quasi quattro mesi che vivo qui e fino ad ora io e te non abbiamo scambiato una parola. 

Domani partirò e mentre me ne stavo seduto qui, mi domandavo come avrei fatto ad incontrarti per salutarti, quand'ecco che ti ho visto passare». 

 «Avevi davvero voglia di vedermi?» 

 «Tanta, voglio conoscerti una volta per sempre e voglio che anche tu conosca me. Dopo di che, ci diremo addio. Credo che sia la cosa migliore fare amicizia prima di separarsi. Ho notato come mi guardavi in questi tre mesi, nei tuoi occhi si leggeva una sorta di attesa incessante e questo io non lo sopporto, ecco perché sono rimasto sulle mie. Ma alla fine ho imparato a stimarti, ho pensato "questo piccolo uomo sa tenere duro". Bada che sebbene stia ridendo, sto parlando seriamente. Non è forse vero che sai tenere duro? Io amo le persone ferme, qualunque sia l'oggetto della loro fermezza, anche se sono dei marmocchi come te. Il tuo sguardo d'attesa ha finito per non darmi più fastidio; al contrario, ho cominciato ad amarlo, quel tuo sguardo d'attesa...Mi sembra che, chissà perché, tu mi voglia bene, vero Alëša?» 

 «Ti voglio bene, Ivan. Il fratello Dmitrij dice di te: "Ivan è una tomba"

Io dico di te: "Ivan è un enigma"

Anche in questo momento sei un enigma per me, ma qualcosa comincio a capirla in te, anche se soltanto da questa mattina!» 

 «Che cosa intendi dire?», scoppiò a ridere Ivan. «Non ti arrabbierai, vero?», scoppiò a ridere anche Alëša. «Allora?» «Ho capito che sei un giovane di ventitré anni come tutti gli altri della tua età, sei un ragazzo giovane, ingenuo, fresco e simpatico, uno sbarbatello insomma! Non ti avrò mica offeso troppo, vero?»


AMORE PER LA VITA


«Al contrario, sono colpito dalla coincidenza!», esclamò Ivan con allegria e calore. «Ci credi che dopo il nostro incontro di ieri a casa di lei, non ho fatto altro che pensare a questa mia sbarbatellaggine da ventitreenne, e tu ad un tratto hai come indovinato i miei pensieri e hai esordito proprio con questo. 

Sedevo qui poco fa e pensavo di me stesso: anche se non credessi nella vita, anche se avessi perso la fiducia nella donna che amo, se avessi perso la fiducia nell'ordine delle cose e mi fossi invece convinto che tutto è disordine, dannazione e, addirittura, diabolico caos, se fossi rimasto colpito da tutti gli orrori della delusione umana, tuttavia continuerei a desiderare di vivere e, dal momento che ho assaporato questo calice, non mi staccherò da esso fino a quando non avrò bevuto fino all'ultima goccia! Del resto, all'età di trent'anni potrei pure gettare questo calice, decidere di non bere fino all'ultima goccia e andare via... dove, non so. Ma fino ai trent'anni, questo lo so per certo, la mia giovinezza sconfiggerà tutto il resto: tutte le delusioni, tutta la repulsione per la vita.

SETE DI VIVERE 

Mi sono domandato molte volte: esiste sulla terra una disperazione che possa sopraffare in me questa frenetica e, forse, sconveniente sete di vivere? E ho concluso che, a quanto pare, non esiste, cioè, torno a ripeterlo, almeno fino all'età di trent'anni; allora forse sarò io stesso a perdere la voglia, almeno così credo. Alcuni moralisti tisici e mocciosi - i poeti soprattutto - spesso definiscono gretta questa voglia di vivere. Questa sete di vivere è, in parte, una caratteristica dei Karamazov, questo lo so, e, nonostante tutto, essa esiste anche in te, sono sicuro, ma perché poi dovrebbe essere gretta? La forza centripeta sul nostro pianeta è ancora terribilmente forte, Alëša. 

Ho voglia di vivere e vivo, anche a dispetto della logica. Sebbene io possa non credere nell'ordine delle cose, tuttavia amo le foglioline vischiose che si dischiudono in primavera, amo il cielo azzurro, amo alcune persone che a volte si amano senza sapere esattamente il perché - ci crederesti? - amo alcune grandi imprese umane, sebbene da un pezzo abbia cessato di credere in esse, eppure per una vecchia abitudine le ammiro con tutto il cuore. 

Ecco, ti hanno portato la zuppa, mangiala, ti farà bene. È ottima, qui la sanno fare bene. Voglio girare l'Europa, Alëša, una volta partito di qui; eppure mi rendo conto di recarmi soltanto in un cimitero, nel più prezioso dei cimiteri, ecco cos'è! Valorosi sono i defunti ivi sepolti, ogni pietra sopra di essi parla di una vita così fervida in passato, di una fede così appassionata nelle proprie azioni, nella propria verità, nella propria lotta e nella propria scienza che io, lo so già, cadrò per terra e bacerò quelle pietre e piangerò su di esse - sebbene, in cuor mio, io sia convinto che quello, da molto tempo ormai, non è altro che un cimitero, niente di più. E non piangerò di disperazione, ma solo perché sarò felice di versare le mie lacrime. Mi inebrierò della mia stessa commozione. 

Io amo le vischiose foglioline primaverili, il cielo azzurro, ecco cosa ti dico! Qui non c'entrano l'intelligenza, la logica, questo è amare dal proprio intimo, dalle viscere, amare la forza della propria giovinezza... Ci hai capito niente di questo mio farneticare, eh, Alëša?», scoppiò a ridere Ivan all'improvviso. 

 «Capisco benissimo: "amare dal proprio intimo, dalle viscere", hai detto benissimo, sono felice che tu abbia tanta voglia di vivere», esclamò Alëša. «Penso che tutti al mondo debbano amare la vita sopra ogni cosa». 

  «Amare la vita più che il significato di essa?» 

«Proprio così, amarla a dispetto della logica, come hai detto tu, necessariamente a dispetto della logica; soltanto allora ne coglierai anche il significato. È da un pezzo che ci penso ormai. Metà del tuo lavoro l'hai concluso, Ivan, l'hai portato a termine: tu ami la vita. Adesso devi cercare di portare a termine la seconda metà e sarai salvo». 

 «Stai cercando di salvarmi, ma forse non sono perduto! E cosa intendi con la tua seconda metà del lavoro?» 

 «Devi cercare di fare resuscitare i tuoi morti che forse non sono mai veramente morti. Adesso, fammi bere il tè. Sono così contento della nostra chiacchierata, Ivan».

IL CUSTODE DI MIO FRATELLO?

 «Che ne sarà di Dmitrij e nostro padre? Come finirà tutto questo?», domandò Alëša allarmato. «Ma tu ripeti sempre la stessa cosa? Che ci posso fare io? Sono forse il custode di mio fratello Dmitrij?», fece per tagliar corto Ivan irritato, ma di colpo sorrise amaramente. «È la risposta che Caino dette a Dio dopo aver ucciso il fratello, vero? È questo che stai pensando in questo istante? No, al diavolo, non posso mica restare qua a fare il loro custode! Ho concluso i miei affari e me ne vado. Non penserai che sia geloso di Dmitrij, che in questi tre mesi non ho fatto che tentare di soffiargli la sua bella, Katerina Ivanovna. Eh, no, io avevo i miei affari da curare. 


KATERINA E L'AMORE


«Alludi a quello che è accaduto da Katerina Ivanovna?»

 «Sì, mi sono sciolto da lei una volta per tutte. E poi, che cosa posso farci con Dmitrij? Dmitrij qui non c'entra. Avevo soltanto delle questioni personali con Katerina Ivanovna. Anzi, sai bene anche tu che Dmitrij si è comportato come se ci fosse stato un complotto tra lui e me. Io non gli ho chiesto mica niente e lui invece me l'ha passata solennemente, con la sua benedizione. È tutto così ridicolo. No, Alëša, no, se sapessi come mi sento leggero adesso! 

Me ne stavo seduto qui a pranzo e - ci crederesti? - volevo ordinare dello champagne per festeggiare la mia prima ora di libertà. Accidenti, è durata sei mesi e poi ho gettato via tutto all'improvviso. Soltanto ieri non avrei mai sospettato che non mi sarebbe costato nulla troncare se lo avessi voluto». 

 «Parli del tuo amore, Ivan, vero?» 

 «Amore, se vuoi, sì, mi sono innamorato di una signorina, di una collegiale. Mi sono tormentato per lei e lei ha tormentato me. Mi ero fissato su di lei... e ora è andato tutto all'aria. Ho parlato con ispirazione, stamattina, ma quando sono uscito, sono scoppiato a ridere, ci crederesti? No, proprio così, alla lettera». 

 «Ne parli molto allegramente anche adesso», osservò Alëša, guardando il viso di lui che si era veramente fatto allegro, tutto ad un tratto. 

 «Come potevo immaginare che non l'amavo nemmeno un pochino! Eh,eh! Eppure è risultato proprio così. Eppure mi piaceva moltissimo! Anche poco fa, quando le facevo il mio discorso, lei mi piaceva! E lo sai? Anche adesso mi piace da morire, eppure è così facile separarsi da lei. Pensi che mi stia dando delle arie?» 

 «No, penso solo che forse non era amore». 

 «Alëška», scoppiò a ridere Ivan, «non ti mettere a disquisire sull'amore! Non sta bene che tu lo faccia. 

Questa mattina, come sei saltato su questa mattina, eh? Ho dimenticato di baciarti per quello... Come mi ha tormentato quella lì! In effetti era come assistere a una lacerazione. Oh, lei lo sapeva che io l'amavo! E lei amava me e non Dmitrij», insisteva Ivan gaiamente. 

AMORE E LACERAZIONI

«Dmitrij era soltanto una lacerazione per lei. Tutto ciò che le ho detto questa mattina è la pura verità, ma il peggio è che potrà impiegare quindici, anche vent'anni per scoprire che non ama affatto Dmitrij, ma ama soltanto me, colui che ha tormentato. E forse non lo scoprirà mai, malgrado la lezione che ha avuto oggi. Be', meglio così: mi sono alzato e me ne sono andato per sempre. A proposito, come sta adesso? Che è successo dopo che me ne sono andato?» 

 Alëša gli raccontò della crisi isterica e del fatto che in quel momento, a quanto pareva, era priva di sensi e delirante. «Non sarà mica tutta un'invenzione della signora Chochlakova?» «Pare di no». «Devo accertarmene. Del resto, di crisi isteriche non è mai morto nessuno. Ben vengano le crisi isteriche, Dio le ha concesse alle donne per il loro bene. Io certo non andrò a trovarla. A che pro farmi avanti un'altra volta?» «Eppure stamattina le hai detto che lei non t'ha mai amato». 

 «L'ho detto apposta. Alëška, ordiniamo lo champagne, berremo alla mia libertà. Se sapessi come sono contento!»


IN COSA CREDO

 Per gli altri è diverso, ma noi, che siamo degli sbarbatelli, dobbiamo prima di tutto risolvere le questioni eterne, una volta per tutte. Ecco quello che conta per noi. 

Tutti i giovani russi non fanno che discutere sulle questioni eterne adesso. Soprattutto ora che i vecchi sono alle prese con questioni di ordine pratico. 

Per quale motivo, in tutti questi tre mesi non hai fatto che guardarmi in attesa di qualcosa? Per domandarmi: 

"In che cosa credi, o meglio, c'è qualcosa in cui credi?": ecco a che cosa volevano andare a parare i vostri sguardi di questi tre mesi, signor Aleksej Fëdoroviè, non è vero?» 

 «Forse è così», rispose Alëša sorridendo. «Non ti starai prendendo gioco di me, fratello?» 

 «Io prendermi gioco di te? Non ho nessuna intenzione di amareggiare il mio fratellino che mi ha guardato per tre mesi con uno sguardo trepidante di attesa. 

Alëša, guardami in faccia: io sono esattamente un ragazzino come te, solo che non sono un novizio. 

E che cosa hanno combinato i ragazzi russi fino ad oggi, alcuni di loro, voglio dire? 

Si riuniscono in una trattoria puzzolente come questa, per esempio, e si siedono in un angolo. Non si sono mai incontrati prima in vita loro, e quando usciranno dalla trattoria, non si incontreranno per una quarantina d'anni, e di che cosa vuoi che parlino durante questo momentaneo incontro in trattoria? 

Delle questioni eterne, non di altro: dell'esistenza di Dio e dell'immortalità; e quelli che non credono in Dio, si metteranno a discutere di socialismo, di anarchia, della trasformazione dell'umanità secondo un nuovo modello, vale a dire, in fin dei conti, delle stesse questioni, ma dal punto di vista opposto. 

E masse, intere masse dei più originali ragazzi russi non fanno altro che parlare delle questioni eterne del nostro tempo, nel nostro paese. Non è forse così?» 

 «Sì, per i veri russi le domande sull'esistenza di Dio e sull'immortalità oppure, come hai appena detto, le stesse domande ma poste dal punto di vista opposto, sono questioni primarie, ed è giusto che sia così», disse Alëša guardando il fratello con lo stesso sorriso quieto e interrogativo. 

 «Ecco, Alëša, a volte essere russi è davvero poco intelligente, ma non si può immaginare niente di più stupido del modo in cui i ragazzi russi passano il loro tempo. Però c'è un ragazzo russo che si chiama Alëška, al quale voglio bene con tutto il cuore». 

 «Ci sei arrivato in maniera deliziosa», commentò Alëša ridendo. «Be', da che cosa cominciamo, decidi tu: dall'esistenza di Dio? Dio esiste oppure no?» 

 «Da quello che vuoi, "anche dal punto di vista opposto". Ieri, a casa di nostro padre, hai dichiarato che Dio non esiste», e Alëša fissò il suo sguardo indagatore dritto sul fratello. 

 «Ieri da nostro padre ti ho voluto stuzzicare di proposito e ho visto come ti brillavano gli occhi. Ma ora non ho nessuna remora a parlarne con te e lo dico molto seriamente. Io voglio diventarti amico, Alëša, perché amici non ne ho mai avuti e voglio provare che cosa vuol dire. Be', immagina per un attimo, che io ammetta l'esistenza di Dio», scoppiò a ridere Ivan, «sarebbe una sorpresa per te, non è vero?» 

 «Naturalmente sì, sempre che tu non stia scherzando». 

 «Scherzare? Ieri, nella cella dello starec, qualcuno mi ha detto che stavo scherzando. 

VOLTAIRE

Vedi, caro, c'era un vecchio peccatore del diciottesimo secolo, il quale dichiarò che se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, s'il n'existait pas Dieu il faudrait l'inventer. E l'uomo ha davvero inventato Dio. E ciò che è strano, ciò che dovrebbe destare stupore, non è che Dio possa esistere veramente, ma che questa idea, l'idea della necessità di Dio, abbia potuto infiltrarsi nella mente di un animale così selvaggio e cattivo come l'uomo - a tal punto è santa, commovente e saggia questa idea, a tal punto essa fa onore all'uomo. Per quanto riguarda me, ho smesso da un pezzo di pormi la domanda se è stato Dio a creare l'uomo o l'uomo a creare Dio. E non starò qui a prendere in esame tutti gli assiomi che a questo proposito hanno formulato i ragazzi russi di oggi, tutti per altro tratti da ipotesi europee; perché ciò che per gli altri è un'ipotesi, per il ragazzo russo diventa subito un assioma, e non soltanto per i ragazzi, ma anche forse per alcuni loro professori, dal momento che i professori russi sono molto spesso dei ragazzi pure loro. E quindi ometterò tutte le ipotesi. 

QUALE COMPITO

Qual è dunque il compito che abbiamo dinanzi, io e te? Io sto cercando di spiegarti,il più rapidamente possibile, la mia natura, cioè che uomo sono, in che cosa credo, che cosa spero, è questo, non è vero? 

E quindi ti dico che accetto Dio semplicemente, direttamente. Ma ecco, quello che dobbiamo notare: se Dio esiste e se è stato davvero lui a creare la terra, allora l'ha creata, come sappiamo tutti, secondo la geometria di Euclide, e ha creato la mente umana con la concezione delle sole tre dimensioni spaziali. Eppure ci sono stati, e ci sono ancora, matematici e filosofi, e anche fra i più illustri, che mettono in dubbio che il mondo, o per dirla in termini più ampi, l'universo sia stato creato unicamente in conformità alla geometria euclidea; osano persino ipotizzare che due linee parallele, che secondo la geometria euclidea non possono incontrarsi mai, possano in realtà incontrarsi in qualche punto dell'infinito. Io, fratellino caro, sono giunto alla conclusione che, se non riesco a capire nemmeno questo, come posso aspettarmi di comprendere l'idea di Dio? Riconosco umilmente di non avere le capacità necessarie per risolvere tali questioni, ho una mente euclidea, terrena, come faccio dunque a risolvere problemi che non sono di questo mondo? 

E consiglio anche a te di non pensarci mai, caro Alëša, soprattutto riguardo all'esistenza di Dio. Tutte queste domande sono del tutto fuori luogo per una mente creata con la concezione di uno spazio puramente tridimensionale. 

E quindi accetto Dio, e ne sono pure contento e, quel che più conta, accetto la sua saggezza, il suo fine, assolutamente imperscrutabile per la nostra mente; credo nell'ordine, nel significato della vita, credo nell'armonia eterna nella quale un giorno, dicono, ci dovremo fonder tutti, credo nel Verbo al quale aspira l'universo intero, il Verbo che era "presso Dio" e che era Dio e così via all'infinito. Sono state formulate molte espressioni a riguardo. Pare che io sia sulla buona strada, vero?

RIBELLIONE A QUESTO MONDO CREATO

Eppure, pensa un po', alla fine dei conti io non accetto affatto questo mondo creato da Dio, non lo accetto e anche se so che esso esiste, non lo approvo per niente. 

Non è che io non creda a Dio, cerca di capirmi, è il mondo che egli ha creato, il mondo di Dio che io non accetto e non posso accettare. Lasciami spiegare meglio: io credo, come un bambino, che le sofferenze saranno lenite e ricompensate, che tutta l'umiliante assurdità delle contraddizioni umane svanirà come un miraggio pietoso, come il prodotto deplorevole di una mente umana euclidea impotente e infinitamente piccola, come l'atomo; che in ultimo, alla fine del mondo, nel momento dell'armonia eterna, apparirà qualcosa di così prezioso che sarà sufficiente per tutti i cuori, di conforto a tutti i risentimenti, di riscatto per tutti i misfatti degli uomini, per tutto il sangue da essi versato, che renderà possibile non solo a tutti di perdonare tutto, ma anche di giustificare tutto quello che è accaduto agli uomini - sì, che tutto questo accada e si riveli, ma io non lo accetto e non lo voglio accettare! 

Che si incontrino pure le parallele, anche davanti ai miei occhi: vedrò e dirò che si sono incontrate, eppure non lo accetterò. Ecco qual è il mio essere, Alëša, ecco la mia tesi. 

 Ti ho parlato sinceramente. Ho cominciato apposta questa nostra conversazione nella maniera più stupida che si potesse immaginare, ma questo ha condotto alla mia confessione ed era questo che tu volevi. Tu non volevi sapere se credo o no in Dio, volevi solo scoprire di che vive il fratello che tu ami. Eccoti servito». 

 Ivan concluse questa sua lunga tirata con un fervore inatteso e del tutto particolare. 

 «E perché hai iniziato nella maniera più stupida che si potesse immaginare?», domandò Alëša, guardandolo pensieroso. 

 «Prima di tutto perché sono russo: le conversazioni dei russi su questi argomenti vengono sempre condotte nella maniera più stupida che si possa immaginare. 

In secondo luogo, più stupido sei, più sei vicino alla realtà. Quanto più stupido sei, più sei chiaro. La stupidità è breve e ingenua, mentre l'intelligenza si perde intorno all'argomento e si nasconde. L'intelletto è vile, mentre la stupidità è schietta e sincera. Ho condotto la discussione sulla mia disperazione e quanto più stupidamente l'ho presentata tanto meglio per me». 

 «Spiegami, se non è un segreto, per quale motivo "non accetti il mondo"?», disse Alëša. 

 «Certo che te lo spiego, non è un segreto, proprio a questo volevo andare a parare. Caro fratellino, non voglio affatto corromperti e allontanarti dalla tua roccaforte, anzi forse voglio farmi curare da te», 

disse Ivan sorridendo all'improvviso come un dolce ragazzino. 

Alëša non lo aveva mai visto sorridere in quel modo prima di allora.





 

mercoledì 9 giugno 2021

IVAN GIORNALISTA

LIBRO PRIMO - CAPITOLO 3 - IVAN



PAG. 26,27, 28 

RISTRETTEZZE ECONOMICHE

[...] nei primi due anni d'università il giovanotto si trovò in serie ristrettezze perché fu costretto, per tutto quel tempo, a provvedere da solo al proprio mantenimento e contemporaneamente a dedicarsi allo studio. 

È degno di nota che allora non volle fare nemmeno il tentativo di mettersi in contatto con il padre per via epistolare, forse per orgoglio, forse per disprezzo nei suoi confronti, oppure semplicemente per il freddo buon senso che gli suggeriva che da un paparino come quello non avrebbe ricevuto nessun vero appoggio. 


GIORNALISMO

In ogni caso, il giovanotto non si perse d'animo e si mise a lavorare, dapprima con le lezioni private a venti copeche, poi correndo per le redazioni dei giornali per consegnare articoletti di dieci righe sugli incidenti stradali firmati "Un testimone". 

Dicono che quegli articoletti fossero sempre scritti con uno stile così interessante e arguto che ben presto diventarono popolari, e già in questo il giovanotto dimostrò tutta la propria superiorità, pratica e intellettuale, sulle masse di giovani studenti di entrambi i sessi, eternamente bisognosi e sfortunati, che sono soliti bazzicare da mattina a sera presso i portoni di giornali e riviste delle nostre città, incapaci di escogitare niente di meglio che le solite richieste di trascrizioni o traduzioni dal francese. 

Una volta entrato nel giro delle redazioni, Ivan Fëdoroviè non perse mai i contatti con esse, e negli ultimi anni di università cominciò a pubblicare recensioni estremamente promettenti su libri dedicati a disparati argomenti specialistici, tanto da conquistare persino una certa notorietà nei circoli letterari. 

SUCCESSO

Comunque, solo nell'ultimo periodo riuscì casualmente ad attirare su di sé un'attenzione particolare e improvvisa presso una cerchia di gran lunga più vasta di lettori, tanto che allora moltissime persone di colpo lo notarono e se lo impressero in mente. Fu una circostanza abbastanza curiosa. 

LAUREA IN SCIENZE NATURALI E ARTICOLO SUI TRIBUNALI ECCLESIASTICI

Ivan Fëdoroviè aveva terminato gli studi universitari e si accingeva a partire per l'estero con i suoi duemila rubli, quando all'improvviso pubblicò, su uno dei giornali più importanti, uno strano articolo che attirò su di sé persino l'attenzione dei non addetti ai lavori, e, per di più, a proposito di un argomento che non doveva essergli molto familiare, visto che si era laureato in scienze naturali. L'articolo riguardava una questione dibattuta dovunque in quel periodo: i tribunali ecclesiastici. 

Dopo aver preso in esame alcune opinioni già espresse in merito, egli espose anche la propria personale opinione. Ciò che colpiva maggiormente in quell'articolo erano il tono e la singolare e inattesa conclusione. 

Intanto, molti clericali erano fermamente convinti che l'autore fosse dei loro. Eppure, all'improvviso, accanto a quelli, cominciarono ad applaudire non solo i sostenitori dei tribunali civili ma persino gli atei. 

 Alla fin fine i più perspicaci decretarono che tutto l'articolo non era che una farsa irriverente, una presa in giro. Menziono questo episodio soprattutto perché quell'articolo penetrò tempestivamente anche nel nostro rinomato monastero fuori città, dove la questione dei tribunali ecclesiastici riscuoteva largo interesse; vi penetrò e vi produsse la più caotica confusione. Dopo aver appreso il nome dell'autore, si prese ancora maggiore interesse alla faccenda, in quanto questi era nativo della nostra città e figlio «proprio di quel Fëdor Pavloviè». 

RITORNO DAL PADRE

Ed ecco che all'improvviso, esattamente in quel periodo, l'autore in carne ed ossa si fece vivo dalle nostre parti. 

 Per quale motivo Ivan Fëdoroviè era venuto da noi? 

Ricordo che sin da allora mi ponevo questa domanda con una certa inquietudine. Non sono riuscito a spiegarmi per molto tempo, e quasi sino all'ultimo, quella visita tanto fatale, che fu il primo passo verso conseguenze di così grande portata. 

In generale era strano che un giovanotto tanto istruito, e dall'aria tanto orgogliosa e avveduta, comparisse all'improvviso in una casa così indecorosa, dinanzi a un padre di quello stampo, che per tutta la vita lo aveva ignorato, non lo aveva mai incontrato né degnato di attenzione e che certo non gli avrebbe mai dato del denaro, per nessun motivo, se il figlio glielo avesse chiesto, sebbene per tutta la vita avesse temuto che anche quei figli, Ivan e Aleksej, potessero venire un giorno a chiedergli soldi. 

Ed ecco che quel giovanotto si stabilisce nella casa di un padre di tal fatta, vive con lui un mese e poi un altro, e i due vanno d'amore e d'accordo, come meglio non si potrebbe immaginare. 

Quest'ultimo particolare meravigliò molto non soltanto me, ma anche molti altri. [...]


Solo in seguito fu chiarito che Ivan Fëdoroviè era venuto in parte su richiesta, e negli interessi, di suo fratello maggiore, Dmitrij Fëdoroviè, che aveva visto e conosciuto per la prima volta quasi nello stesso periodo, in occasione di quello stesso viaggio, ma con il quale tuttavia, per via di una faccenda molto importante, che riguardava soprattutto Dmitrij Fëdoroviè, era entrato in corrispondenza prima del suo arrivo da Mosca. Di quale faccenda si trattasse, il lettore verrà a saperlo nei dettagli a tempo debito. 

 Nondimeno, persino quando questa particolare circostanza mi divenne nota, continuai a considerare Ivan Fëdoroviè una persona enigmatica e il suo arrivo fra di noi ancora inspiegabile. Aggiungerò che Ivan Fëdoroviè assunse allora le vesti di mediatore e paciere tra il padre e suo fratello maggiore, Dmitrij Fëdorovic, che progettava uno scontro ai ferri corti e persino un'azione legale contro il padre.

domenica 6 giugno 2021

IL GIUDIZIO DI RAKITIN SU IVAN

 IL GIUDIZIO DI RAKITIN SU FEDOR MITJA IVAN GRUSHENKA




FEDOR E MITIA

Dimmi solo una cosa, Alëša: che significa quel sogno? Ecco che cosa volevo domandarti». 

 «Quale sogno?» 

 «Quell'inchino fino a terra che ha fatto a tuo fratello Dmitrij Fëdoroviè. Ci ha picchiato forte con la fronte!» 

 «Stai parlando dello starec Zosima?» 

 «Sì, di padre Zosima». 

 «Picchiato con la fronte?» 

 «Ah, non mi sono espresso con il dovuto rispetto! E che sia pure senza il dovuto rispetto. Allora che significa quel sogno?» 

 «Non lo so, Miša, che cosa significa». 

 «Lo sapevo che non te l'avrebbe spiegato. Di tanto complicato, poi, a ben vedere non c'è proprio nulla, sono le solite stupidaggini da bigotti. Ma il trucco è stato fatto con un fine. Ecco che tutti i baciapile della città cominceranno a ricamarci sopra e a domandarsi per tutto il governatorato: "Che cosa significherà mai quel sogno?" Secondo me il vecchio ha davvero il naso fino: ha sentito odore di delitto. Se ne sente il lezzo lì dalle vostre parti». 

 «Di quale delitto parli?» 

 Era evidente che Rakitin volesse dire ancora qualche cosa. 

PRESAGIO DEL DELITTO

 «Avverrà nella vostra famigliola, quel delitto. Accadrà tra i tuoi fratelli e il tuo ricco papà. Padre Zosima ha battuto la fronte per ogni evenienza futura. E dopo che sarà accaduto, diranno: "Ah, il santo starec questo lo aveva predetto, lo aveva profetizzato". Anche se che grande profezia vuoi che ci sia in un colpetto con la fronte? No, si dirà che era un gesto simbolico, un'allegoria e il diavolo sa cos'altro! Si strombazzerà ai quattro venti, si ricorderà in futuro: "Ha previsto un delitto, ha individuato il colpevole". I fanatici esaltati fanno spesso così: nelle bettole si fanno il segno della croce e poi gettano le pietre contro il tempio. Lo stesso il tuo starec: i giusti li caccia con il bastone e agli assassini si inchina fino ai piedi». 

 «Ma di quale delitto parli? Di quale assassino? Che cosa stai dicendo?» Alëša si fermò impietrito, anche Rakitin si fermò. 

 «Quale assassino? Come se tu non lo sapessi! Scommetto che anche tu ci hai già pensato. A proposito, è curioso: ascolta, Alëša, tu dici sempre la verità, anche se tieni sempre il piede in due staffe: ci hai pensato o no? Rispondi». 

 «Ci ho pensato», rispose Alëša sommessamente. Persino Rakitin rimase sconcertato. 

 «Che cosa? Ci hai pensato davvero anche tu?», gridò. 

 «Non che ci abbia proprio pensato», mormorò Alëša, «ma quando tu hai cominciato a dire quelle strane cose poc'anzi, mi è sembrato di averci già pensato io stesso».

MITIA E GRUSHENKA

 Che cosa mi ha indotto a vedere tutto questo? Non avrei visto nulla, se oggi, all'improvviso, non avessi capito Dmitrij Fëdoroviè, tuo fratello, com'è veramente, un volta per tutte, in tutto il suo essere. L'ho colto per intero da un solo tratto. Queste persone onestissime, ma passionali, hanno un limite che non va oltrepassato. Altrimenti, altrimenti è capace di saltare addosso al paparino con un coltello. Ma il paparino, ubriacone e libertino smodato, non ha mai conosciuto la misura, in nessun caso, quindi basta che si lascino andare entrambi e vanno a finire tutti e due dritti dritti in un fosso...» 

 «No, Miša, no, se è solo per questo, mi sento sollevato. Non si arriverà a tal punto». 

 «E allora perché tremi tutto? Lo sai tu come vanno queste cose? Ammettiamo pure che sia una persona onesta, quel Miten'ka (è stupido ma onesto), però è un sensuale. Ecco la sua vera definizione e la sua essenza interiore. È stato il padre a trasmettergli questa bassa sensualità. Sai, mi meraviglio semplicemente di te, Alëša: come hai fatto a conservare la tua castità? Eppure sei un Karamazov anche tu! Nella vostra famiglia la sensualità arriva al parossismo. Ecco, quei tre sensuali si spiano a vicenda... con i coltelli pronti. Hanno sbattuto la fronte in tre e tu, forse, sei il quarto». 

 «Ti sbagli sul conto di quella donna. Dmitrij la... disprezza», disse Alëša sussultando lievemente.

GRUSHENKA

«Grušen'ka? No, fratello, non la disprezza. Se ha preferito apertamente lei alla sua fidanzata, vuol dire che non la disprezza. In questo caso... in questo caso, fratello, si tratta di qualcosa che adesso tu non puoi capire. Quando un uomo si innamora di una certa bellezza, di un corpo femminile, oppure soltanto di una parte del corpo femminile (questo un sensuale può capirlo), per essa sarebbe capace di abbandonare i suoi figli, vendere il padre e la madre, la Russia e la patria; se è onesto, andrà a rubare; se è mite, ammazzerà, se è leale, tradirà. Un cantore dei piedini femminili, Puškin, ha decantato in versi quei piedini; altri non li decantano, ma non riescono a guardare quei piedini senza avere i brividi. E non solo per i piedini... In questo caso, fratello, il disprezzo non c'entra, anche se egli davvero disprezzasse Grušen'ka. La disprezza, ma non riesce a staccarsene». 

 «Lo capisco questo», si lasciò sfuggire Alëša d'un tratto.

ALEKSEI

«Davvero? E devi capirlo davvero se così di slancio ti lasci sfuggire che lo capisci», 

disse Rakitin con gioia maligna. 

Ti è sfuggito senza volerlo, ti è scappato. Per questo è un'ammissione tanto più preziosa: dunque l'argomento ti è già noto, alla sensualità ci hai già pensato. Hai capito il verginello! Tu, Alëška, sei un'acqua cheta, sei un santo, ne convengo, ma solo il diavolo sa i pensieri che ti sono già passati per la mente, solo il diavolo sa le cose di cui sei già venuto a conoscenza! Tu sei un puro, eppure sei già arrivato a una notevole profondità nelle tue riflessioni, è da un pezzo che ti tengo d'occhio. Anche tu sei un Karamazov, sei un Karamazov dalla testa ai piedi, la razza, la selezione dovranno pur significare qualcosa. Un sensuale da parte di padre, un puro folle da parte di madre. Perché tremi? Sto cogliendo nel segno? Sai una cosa? Grušen'ka mi ha detto: "Portamelo", stava parlando di te, "e io gli sfilerò la tonaca di dosso". E dovevi vedere come mi implorava: portamelo, portamelo! Mi è venuto solo da pensare: perché la incuriosisci tanto? Sai, anche lei è una donna fuori dal comune!» 

 «Salutala da parte mia e dille che non ci verrò», Alëša sorrise forzatamente.

 «Finisci quello che stavi dicendo, Michail, poi ti dirò il mio pensiero».

IVAN

«Non c'è niente da aggiungere, è tutto chiaro. Tutto questo, fratello, è storia vecchia. Se persino tu nascondi un uomo sensuale dentro di te, allora che dire di Ivan, il tuo fratello uterino? Infatti anche lui è un Karamazov. 

 Tutta l'essenza karamazoviana si riassume così: sensualità, cupidigia e follia

ARTICOLO

Adesso tuo fratello Ivan pubblica per burla, per qualche suo ignoto e stupidissimo motivo, articoli di teologia, pur essendo ateo; e confessa egli stesso questa sua bassezza - ecco che tipo è tuo fratello Ivan.

KATIA

 Inoltre, sta soffiando la fidanzata a suo fratello Mitja e forse riuscirà anche in questo intento. E c'è da vedere come: con il consenso di Miten'ka stesso, perché Miten'ka gli sta cedendo la fidanzata per sbarazzarsi di lei e fuggire al più presto da Grušen'ka. E tutto questo, nota bene, a dispetto della sua grande nobiltà d'animo e del completo disinteresse da parte sua. Questi sono i tipi più fatali che ci possano essere! Solo il diavolo vi capisce: ammette la propria bassezza e ci scivola dentro da solo! 

FEDOR

Sta a sentire ancora: adesso quel vecchiaccio di vostro padre sta tagliando la strada a Miten'ka. Infatti tutto d'un tratto ha perso la testa per Grušen'ka, gli viene la bava alla bocca solo a guardarla. È stato solo a causa di lei che ha sollevato quel po' po' di scandalo nella cella, solo per il fatto che Miusov ha osato chiamarla carogna dissoluta. 

È peggio di una gatta in amore. 

 Prima lei lavorava a pagamento solo in certi suoi loschi affarucci di bettole, 

mentre ora all'improvviso egli si è accorto di lei, l'ha guardata meglio e ha perso la testa, la insidia con le sue proposte, disoneste s'intende. 

E così padre e figlio finiranno con lo scontrarsi su quella stessa strada. 

GRUSHENKA

E Grušen'ka non si concede né all'uno né all'altro, per il momento tergiversa e li stuzzica entrambi, valuta chi le convenga di più: perché anche se il paparino ha moltissimi quattrini da sgraffignare, quello non è tipo che si sposa e alla fine è capace di fare l'ebreuccio e stringere i cordoni della borsa. Ed è qui che viene fuori il valore di Miten'ka: lui i soldi non ce li ha, ma è pronto a sposarla. Proprio così, è pronto a sposarla! Lasciare la fidanzata, una bellezza incomparabile come Katerina Ivanovna, ricca, nobile, figlia di un colonnello, per sposare Grušen'ka, l'ex mantenuta del vecchio mercantuccio Samsonov, volgare zoticone e capomastro. Da tutto questo può davvero derivare un delittuoso conflitto. 

IVAN KATIA MITIA

E tuo fratello Ivan non aspetta altro, sarebbe una vera pacchia per lui: 

conquisterebbe Katerina Ivanovna, per la quale si strugge, e intascherebbe pure i sessantamila rubli della sua dote. Per un uomo senza una posizione, per uno spiantato come lui, la cosa è estremamente allettante tanto per cominciare. 

E nota bene: non solo non offenderà Mitja, me se ne conquisterà la gratitudine sino alla tomba. 

Infatti so per certo che Miten'ka stesso, solo la settimana scorsa, mentre si trovava in una bettola con delle zigane, ubriaco, ha gridato a squarciagola di non essere degno della sua fidanzata Katen'ka, mentre il fratello Ivan, quello sì che ne è degno. 

E Katerina Ivanovna stessa ovviamente alla fine non respingerebbe un uomo affascinante come Ivan Fëdoroviè; già adesso tentenna fra i due. 

Ma come avrà fatto quell'Ivan a incantare tutti voi che lo venerate tanto? 

E invece lui ride di voi e dice: io me la spasso e mi ingozzo a vostre spese». 


IVAN

«Tu non ami Ivan. Ivan non si fa irretire dai soldi». 


 «Davvero? E la bellezza di Katerina Ivanovna dove la metti? Non contano solo i soldi in questo caso, sebbene sessantamila rubli facciano pur sempre gola». 

 «Ivan è superiore a queste cose. Ivan non si lascia irretire nemmeno da migliaia di rubli. Non è il denaro, non è il quieto vivere che Ivan cerca. Egli, forse, cerca il tormento». 

 «Che altro sogno è mai questo? Ah, voi... nobili!»

 «Eh, Miša, egli ha un'anima burrascosa. La sua mente è in catene. Dentro di lui c'è un grande pensiero irrisolto. È uno di quelli che non vuole denaro, ma solo dare una risposta al proprio pensiero». 

 «Plagio letterario, Alëška. Stai citando il tuo starec. 

Ma guarda un po', il vostro Ivan vi ha posto un bell'enigma!», 

gridò Rakitin con palese astio. Aveva persino cambiato faccia e le labbra gli si erano contratte. 

 «Eppure è un enigma stupido, questo, non c'è nulla da indovinare. Basta far funzionare il cervello e si capisce tutto. Il suo articolo è ridicolo e assurdo. 

Ho sentito la sua stupida teoria poco fa: 

"Se non c'è immortalità dell'anima, non c'è nemmeno virtù, quindi tutto è permesso"

(E tuo fratello Miten'ka, a proposito - ricordi? - ha gridato: "Lo terrò a mente!"). 

Una teoria seducente per i mascalzoni... Ma sto offendendo... è sciocco... 

 non per i mascalzoni, ma per gli studenti spacconi dall'"irrisolta profondità di pensiero". 

Un vanitosello, il succo è tutto qui: 

"Da un canto, non si può non ammettere, dall'altro, non si può non riconoscere!" Tutta la sua teoria non è che una vigliaccata! 

L'umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù 

anche senza credere nell'immortalità dell'anima! 

La troverà nell'amore per la libertà, per l'uguaglianza, per la fratellanza...»


Rakitin si era infervorato, non riusciva quasi a contenersi. Ma si bloccò all'improvviso come se si fosse ricordato di qualcosa. «Be', ora basta», disse con un sorriso ancora più forzato di prima. 


 «Perché ridi? Pensi che io sia un volgare?»

ALEKSEI 

 «No, non mi ha neanche sfiorato l'idea che tu possa essere una persona volgare. Tu sei intelligente, ma... lascia stare, è stato sciocco da parte mia sorridere. Capisco che tu possa infervorarti tanto, Miša. 

Dal tuo trasporto, ho intuito che tu stesso non sei insensibile al fascino di Katerina Ivanovna; io, fratello, lo sospettavo da tempo, ecco perché non hai simpatia per mio fratello Ivan. Sei geloso di lui?» 

GELOSIA DI RAKITIN

 «E sarei geloso anche dei soldini di lei? Non vuoi aggiungere pure questo?» 


 «No, non aggiungerò nulla in merito ai soldi, non ho nessuna intenzione di offenderti». 


 «Se lo hai detto, ci credo, ma che il diavolo vi pigli una volta per tutte, tu e tuo fratello Ivan! Nessuno di voi capisce che si può non avere affatto simpatia per lui anche a prescindere da Katerina Ivanovna. E per che diavolo dovrei volergli bene? Lui stesso si degna di ingiuriarmi. Perché mai non dovrei avere il diritto di ingiuriarlo io?» 

 «Non ho mai sentito che abbia detto qualcosa su di te, né in bene né in male; non parla mai di te»

IVAN SU RAKITIN

 «Invece io ho sentito che due giorni fa, a casa di Katerina Ivanovna, mi ha proprio conciato per le feste con i suoi improperi, ecco fino a che punto si è interessato del vostro umile servo. Dopo di che, fratello, chi è il geloso fra noi, questo non lo so proprio! 

Si è degnato di esprimere la sua idea secondo la quale se non mi dedicherò alla carriera di archimandrita in un futuro molto prossimo e non mi deciderò a prendere i voti, allora andrò di sicuro a Pietroburgo ed entrerò in qualche grossa rivista, sicuramente nel settore della critica, scriverò per una decina d'annetti, e alla fine diventerò proprietario della rivista stessa. Dopo di che, riprenderò la pubblicazione della rivista sotto rinnovata veste, imprimendole sicuramente un indirizzo liberale e ateo, persino con una sfumatura socialisteggiante, anzi, addirittura con una leggera vernice di socialismo, ma sempre con le orecchie all'erta, cioè, in sostanza, dando un colpo al cerchio e uno alla botte e gettando polvere negli occhi agli imbecilli. La fine della mia carriera, secondo l'interpretazione di tuo fratello, sarebbe la seguente: la sfumatura di socialismo non mi impedirà di depositare sul mio conto corrente i soldi degli abbonamenti e, all'occasione, di investirli sotto la guida di qualche ebreuccio, fino al giorno in cui costruirò un grosso stabile a Pietroburgo, vi trasferirò la redazione e darò in affitto i rimanenti piani. Ha persino scelto il luogo della costruzione: presso il ponte Novyj Kamennyj sulla Neva in progettazione a Pietroburgo, quello che unirà la Litejnaja alla Vyborskaja...» 


 «Eppure, Miša, vedrai che tutto questo si avvererà, dalla prima all'ultima parola!», esclamò ad un tratto Alëša senza riuscire a trattenersi dal ridere allegramente. 


 «Anche voi vi lasciate andare al sarcasmo, Aleksej Fëdoroviè»

giovedì 3 giugno 2021

IL GIUDIZIO DELLO STAREC SU IVAN



 



«Siete davvero convinto che sarebbero queste le conseguenze alle quali andrebbero incontro gli uomini, se in essi si esaurisse la fede nell'immortalità dell'anima?», domandò ad un tratto lo starec rivolto ad Ivan Fëdoroviè. 

 «Sì, io ho dichiarato questo. Non ci può essere virtù senza l'immortalità».

 «Beato voi se siete convinto di questo, oppure infelicissimo voi!» 

 Perché infelice?», domandò Ivan Fëdoroviè sorridendo. 

 «Perché, con ogni probabilità, voi stesso non credete né nell'immortalità della vostra anima, né in tutto ciò che avete scritto sulla Chiesa e sulla questione della giustizia ecclesiastica». 

 «Forse avete ragione!... Tuttavia non stavo del tutto scherzando...», ammise stranamente, all'improvviso, Ivan Fëdoroviè, arrossendo di colpo. 

 «Non stavate del tutto scherzando, è la verità. Questa idea non ha ancora trovato una risposta nel vostro cuore e lo tormenta. Ma anche il martire, a volte, ama baloccarsi con la propria disperazione, come se fosse indotto a far questo dalla disperazione stessa. Intanto, anche voi, nella vostra disperazione, vi state baloccando con gli articoli sulle riviste, con le discussioni mondane, senza che voi stesso crediate nella vostra dialettica e ridendo di essa, dentro di voi, con il dolore nel cuore... La questione non ha ancora trovato risposta in voi, questo è il vostro grande dolore, giacché essa esige improrogabilmente una risposta...» 

 «Ma può avvenire che in me trovi una risposta? Una risposta in senso positivo?», continuò a domandare in modo strano Ivan Fëdoroviè, guardando lo starec con lo stesso inesplicabile sorriso. 

 «Se non dovesse risolversi in senso positivo, non si risolverà mai neanche in senso negativo, voi stesso conoscete questa peculiarità del vostro cuore; proprio da questo dipende la vostra pena. Ma ringraziate il Creatore che vi ha concesso un cuore nobilissimo, capace di sopportare una tale pena, di "meditare cose sublimi, ricercare cose sublimi, giacché la nostra dimora è nei cieli". 



Che Dio conceda al vostro cuore di trovare una risposta su questa terra, e che Dio benedica il vostro cammino!»

domenica 30 maggio 2021

EDUCAZIONE E FORTUNE DEI TRE FRATELLI: IVAN e ALEKSEI







 IVAN E ALEKSEI

LA MADRE

Sof 'ja Ivanovna, anche lei molto giovane, in un altro governatorato nel quale era passato per via di un piccolo appalto in società con un certo ebreo.


 Esattamente tre mesi dopo la morte di Sof'ja Ivanovna, la generalessa apparve all'improvviso nella nostra città e andò personalmente, dritta dritta a casa di Fëdor Pavloviè;

gli comunicò che avrebbe portato via con sé entrambi i bambini, dopo di che li prese così com'erano, li avvolse in un coperta, li mise a sedere in carrozza e li portò nella sua città.


Successe però che anche la generalessa morì di lì a poco, ma nel testamento aveva disposto l'assegnazione di mille rubli a testa ad entrambi i piccini «per la loro educazione e affinché quei soldi fossero spesi esclusivamente per loro, ma in modo che bastassero sino alla loro maggiore età perché una simile elargizione era persino troppo per gente del genere, se poi qualcuno ne aveva voglia che sborsasse lui» e così via.


 L'erede principale della vecchietta, tuttavia, si rivelò una persona onesta, 

il maresciallo della nobiltà di quello stesso governatorato, Efim Petroviè Polenov. 



si prese cura degli orfani di persona e si affezionò in particolar modo al più giovane, Aleksej, tanto che questi per molto tempo visse con lui come uno di famiglia. Prego il lettore di prendere nota di questo sin dall'inizio. Se quei giovani dovevano essere grati a qualcuno per tutta la vita per l'istruzione e l'educazione ricevute, quel qualcuno era proprio 

Efim Petroviè, uomo di generosità e umanità rare a incontrarsi. 

Egli mise da parte i mille rubli a testa che la generalessa aveva lasciato in eredità ai ragazzi, senza toccarli, in modo che, giunti alla maggiore età, trovassero un capitale raddoppiato dagli interessi, e garantì loro un'istruzione a proprie spese; sicuramente investì per ciascuno di loro molto di più di mille rubli. Anche questa volta non mi dilungherò, per il momento, in un racconto dettagliato della loro infanzia e giovinezza, ma segnalerò solo le circostanze principali.

IVAN

Non so come, con esattezza, ma in qualche modo accadde che egli si separò dalla famiglia di Efim Petroviè, all'età di tredici anni circa, per passare in un ginnasio di Mosca e a pensione da un pedagogo esperto e al tempo famoso, un amico di infanzia di Efim Petroviè. Ivan stesso raccontò in seguito che tutto era accaduto, per così dire, «a causa della smania di buone azioni» di Efim Petroviè, entusiasta all'idea che un ragazzo di capacità geniali fosse educato da un istitutore geniale. 

Ma né Efim Petroviè né il geniale istitutore erano più fra i vivi, quando il giovanotto, terminato il ginnasio, si iscrisse all'università. 

Dal momento che Efim Petroviè aveva dato disposizioni poco chiare, anche la riscossione del denaro personale che la generalessa tiranna aveva lasciato in eredità ai bambini - e che era raddoppiata grazie agli interessi rispetto ai mille rubli iniziali - fu tirata per le lunghe per le diverse formalità e i ritardi, assolutamente inevitabili da noi, pertanto 

Nei primi due anni d'università il giovanotto si trovò in serie ristrettezze perché fu costretto, per tutto quel tempo, a provvedere da solo al proprio mantenimento e contemporaneamente a dedicarsi allo studio. 

È degno di nota che allora non volle fare nemmeno il tentativo di mettersi in contatto con il padre per via epistolare, forse per orgoglio, forse per disprezzo nei suoi confronti, oppure semplicemente per il freddo buon senso che gli suggeriva che da un paparino come quello non avrebbe ricevuto nessun vero appoggio. In ogni caso, il giovanotto non si perse d'animo e si mise a lavorare, dapprima con le lezioni private a venti copeche, poi correndo per le redazioni dei giornali per consegnare articoletti di dieci righe sugli incidenti stradali firmati "Un testimone".


Ivan Fëdoroviè aveva terminato gli studi universitari e si accingeva a partire per l'estero con i suoi duemila rubli, quando all'improvviso pubblicò, su uno dei giornali più importanti, uno strano articolo che attirò su di sé persino l'attenzione dei non addetti ai lavori, e, per di più, a proposito di un argomento che non doveva essergli molto familiare, visto che si era laureato in scienze naturali. L'articolo riguardava una questione dibattuta dovunque in quel periodo: i tribunali ecclesiastici. 

Alla fin fine i più perspicaci decretarono che tutto l'articolo non era che una farsa irriverente, una presa in giro. Menziono questo episodio soprattutto perché quell'articolo penetrò tempestivamente anche nel nostro rinomato monastero fuori città, dove la questione dei tribunali ecclesiastici riscuoteva largo interesse; vi penetrò e vi produsse la più caotica confusione. Dopo aver appreso il nome dell'autore, si prese ancora maggiore interesse alla faccenda, in quanto questi era nativo della nostra città e figlio «proprio di quel Fëdor Pavloviè». Ed ecco che all'improvviso, esattamente in quel periodo, l'autore in carne ed ossa si fece vivo dalle nostre parti. 


ALEKSEI

Tutti amavano questo giovane, dovunque egli andasse, e questo sin dagli anni dell'infanzia. 


Quando si trovò a casa del suo benefattore e educatore, Efim Petroviè Polenov, egli conquistò il cuore di tutti i membri di quella famiglia, tanto che quelli lo consideravano a tutti gli effetti uno di loro. Eppure era entrato in quella famiglia in una così tenera età nella quale è impossibile sospettare scaltrezza calcolata, ipocrisia o abilità di insinuarsi nelle grazie altrui, di piacere e farsi benvolere. Dunque il dono di farsi amare egli lo possedeva dentro di sé, per così dire, nella propria natura, spontaneamente, senza dover ricorrere ad artifici. 

Dopo la morte di Efim Petroviè, Alëša frequentò ancora per due anni 

 il ginnasio del governatorato. 

L'inconsolabile consorte di Efim Petroviè, quasi subito dopo la morte di lui, partì per un lungo viaggio in Italia con tutta la famiglia, costituita interamente da elementi di sesso femminile,

mentre Alëša finì a casa di due signore che non aveva mai visto prima, 

 lontane parenti di Efim Petroviè, ma lui stesso ignorava in base a quali accordi. 

Un tratto persino spiccatamente tipico del suo carattere consisteva nel fatto che egli non si preoccupava mai di chiarire a spese di chi vivesse. In questo egli era completamente l'opposto di suo fratello maggiore, Ivan Fëdoroviè, che era vissuto in ristrettezze per i primi due anni all'Università, mantenendosi solo grazie al proprio lavoro, e che sin da bambino era sempre stato amaramente consapevole di vivere sulle spalle del loro benefattore. 


Non terminò il corso di studi al ginnasio; (FORSE HA 18 ANNI)

gli rimaneva ancora un anno intero quando informò all'improvviso le signore che lo ospitavano che si sarebbe recato da suo padre per una certa faccenda che gli era venuta in mente. 

Quelle ci rimasero molto male e non volevano lasciarlo andare. 

Il viaggio costava pochissimo e le signore non gli permisero di impegnare l'orologio, che gli aveva regalato la famiglia del benefattore prima di partire per l'estero, e lo rifornirono di mezzi in abbondanza, persino di un vestito e di biancheria nuovi. 

Egli, comunque, restituì la metà del denaro, spiegando che voleva assolutamente fare il viaggio in terza classe.


Ed ecco che quasi subito dopo aver visitato la tomba della madre, Alëša gli comunicò, di punto in bianco, di voler entrare al monastero e che i monaci erano disposti ad accoglierlo come novizio

«Hmm, avevo il presentimento che avresti finito con il fare una cosa del genere, ti figuri? Tiravi dritto proprio verso quella direzione. Be', certo, hai i tuoi duemila rubletti, quella è la tua dote, ma io, angelo mio, io non ti lascerò mai, sono disposto a versarti in questo momento la cifra necessaria se me la chiederanno. 


giovedì 15 settembre 2016

LA GENERALESSA, ZIA DI SOFJA

7. LA GENERALESSA 




UNA BENEFATTRICE-TIRANNA 

...“Illustre vegliarda vedova del generale Vorochov” si prende cura degli orfani: di Sofia Ivanovna prima e, quando lei muore, dei suoi figli Ivan e Alioscia.
Magnanima sì, ma con la sensibilità di uno schiacciasassi:
“… il carattere bisbetico e gli eterni rimproveri di quella vecchia, che, forse, non era cattiva tiranneggiava intollerabilmente il prossimo per NOIA.”
Sofia è così felice che prima tenta il suicidio e poi fugge con Fedor Karamazov e la nobildonna condanna e maledice.
«Ben le sta, Dio l'ha punita per la sua ingratitudine»
Ma se durezza e dispotismo annientano i remissivi,
risultano sacrosanti per i furfanti!
Fedor avrà una volta tanto il trattamento meritato!
ALCUNI SCHIAFFI BEN ASSESTATI
“Esattamente tre mesi dopo la morte di Sof'ja Ivanovna, la generalessa apparve all'improvviso nella nostra città e andò personalmente, dritta dritta a casa di Fëdor Pavloviè;
in città si trattenne in tutto una mezz'oretta,
eppure ne combinò delle belle.
Era sera. Fëdor Pavloviè, che lei non aveva
mai più rivisto durante quegli otto anni, le si presentò davanti piuttosto alticcio.
Dicono che lei, senza alcuna spiegazione, non appena lo vide
gli assestò all'istante due sonori ceffoni coi fiocchi,
e per tre volte gli tirò un ciuffo di capelli dall'alto verso il basso;
poi, senza dire una parola,
si diresse dritta nell'izba dai due bambini.
Le bastò un'occhiata
per accorgersi che i bambini non erano lavati e avevano la biancheria sporca;
allora, di punto in bianco, dette uno schiaffo pure a Grigorij
e gli comunicò che avrebbe portato via con sé entrambi i bambini,
dopo di che li prese così com'erano, li avvolse in un coperta,
li mise a sedere in carrozza e li portò nella sua città.”




illustrazione:Valentin Serov, L'attrice Maria Ermolova, 1905.

mercoledì 7 settembre 2016

LA SECONDA MOGLIE: SOF 'JA IVANOVNA



SOF 'JA IVANOVNA
SECONDA MOGLIE DI FEDOR E 

MADRE DI IVAN E ALIOSCIA.




"Sbarazzatosi del quattrenne Mitja, Fëdor Pavloviè ben presto si sposò
per la seconda volta. Il secondo matrimonio durò circa otto anni.

Pescò la
sua seconda consorte, Sof 'ja Ivanovna, anche lei molto giovane, in un
altro governatorato nel quale era passato per via di un piccolo appalto in
società con un certo ebreo.


UNA DONNA MITE E TORMENTATA
Orfana a pochi anni, sposa a sedici, morta a ventiquattro!
IN GABBIA
...Sof 'ja Ivanovna era figlia di un oscuro diacono ed era rimasta orfana e senza parenti sin dall'infanzia; era cresciuta nella ricca casa della sua benefattrice, educatrice e despota, l'illustre vegliarda vedova del generale Vorochov.
Non conosco i dettagli, ho solo sentito dire che una volta avevano tolto la mite, placida, umile educanda dal cappio che aveva appeso a un chiodo in un ripostiglio, tanto le riusciva difficile sopportare il carattere bisbetico e
gli eterni rimproveri di quella vecchia, che, forse, non era cattiva ma tiranneggiava intollerabilmente il prossimo per noia.
LA FUGA CON FEDOR
…cosa poteva capire una ragazzina di sedici anni che avrebbe preferito annegarsi nel fiume piuttosto
che continuare a vivere dalla sua benefattrice? E così la poverina cambiò una benefattrice per un benefattore.
LA MALATTIA NERVOSA
“… Alla disgraziata giovane donna, vissuta nel terrore sin da piccola, venne una specie di malattia nervosa femminile che si riscontra con maggiore frequenza nel popolino, fra le donne di campagna, che, per via di questo male, vengono chiamate klikusi. A causa di questa malattia, che provocava terribili attacchi isterici, la malata di tanto in tanto perdeva persino la ragione…”
PER ALIOSCIA UN RICORDO INCANCELLABILE
... Comunque ella diede a Fëdor Pavloviè due bambini, Ivan e
Aleksej: il maggiore nel primo anno di matrimonio, il secondo tre anni più tardi. Quando lei morì, il piccolo Aleksej aveva quattro anni e, per quanto possa sembrare strano, so che egli serbò ricordo della madre per tutta la vita, - come in un sogno, s'intende.





illustrazione: Valentin Serov, D'estate, 1895.