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giovedì 7 ottobre 2021

mercoledì 9 giugno 2021

IVAN GIORNALISTA

LIBRO PRIMO - CAPITOLO 3 - IVAN



PAG. 26,27, 28 

RISTRETTEZZE ECONOMICHE

[...] nei primi due anni d'università il giovanotto si trovò in serie ristrettezze perché fu costretto, per tutto quel tempo, a provvedere da solo al proprio mantenimento e contemporaneamente a dedicarsi allo studio. 

È degno di nota che allora non volle fare nemmeno il tentativo di mettersi in contatto con il padre per via epistolare, forse per orgoglio, forse per disprezzo nei suoi confronti, oppure semplicemente per il freddo buon senso che gli suggeriva che da un paparino come quello non avrebbe ricevuto nessun vero appoggio. 


GIORNALISMO

In ogni caso, il giovanotto non si perse d'animo e si mise a lavorare, dapprima con le lezioni private a venti copeche, poi correndo per le redazioni dei giornali per consegnare articoletti di dieci righe sugli incidenti stradali firmati "Un testimone". 

Dicono che quegli articoletti fossero sempre scritti con uno stile così interessante e arguto che ben presto diventarono popolari, e già in questo il giovanotto dimostrò tutta la propria superiorità, pratica e intellettuale, sulle masse di giovani studenti di entrambi i sessi, eternamente bisognosi e sfortunati, che sono soliti bazzicare da mattina a sera presso i portoni di giornali e riviste delle nostre città, incapaci di escogitare niente di meglio che le solite richieste di trascrizioni o traduzioni dal francese. 

Una volta entrato nel giro delle redazioni, Ivan Fëdoroviè non perse mai i contatti con esse, e negli ultimi anni di università cominciò a pubblicare recensioni estremamente promettenti su libri dedicati a disparati argomenti specialistici, tanto da conquistare persino una certa notorietà nei circoli letterari. 

SUCCESSO

Comunque, solo nell'ultimo periodo riuscì casualmente ad attirare su di sé un'attenzione particolare e improvvisa presso una cerchia di gran lunga più vasta di lettori, tanto che allora moltissime persone di colpo lo notarono e se lo impressero in mente. Fu una circostanza abbastanza curiosa. 

LAUREA IN SCIENZE NATURALI E ARTICOLO SUI TRIBUNALI ECCLESIASTICI

Ivan Fëdoroviè aveva terminato gli studi universitari e si accingeva a partire per l'estero con i suoi duemila rubli, quando all'improvviso pubblicò, su uno dei giornali più importanti, uno strano articolo che attirò su di sé persino l'attenzione dei non addetti ai lavori, e, per di più, a proposito di un argomento che non doveva essergli molto familiare, visto che si era laureato in scienze naturali. L'articolo riguardava una questione dibattuta dovunque in quel periodo: i tribunali ecclesiastici. 

Dopo aver preso in esame alcune opinioni già espresse in merito, egli espose anche la propria personale opinione. Ciò che colpiva maggiormente in quell'articolo erano il tono e la singolare e inattesa conclusione. 

Intanto, molti clericali erano fermamente convinti che l'autore fosse dei loro. Eppure, all'improvviso, accanto a quelli, cominciarono ad applaudire non solo i sostenitori dei tribunali civili ma persino gli atei. 

 Alla fin fine i più perspicaci decretarono che tutto l'articolo non era che una farsa irriverente, una presa in giro. Menziono questo episodio soprattutto perché quell'articolo penetrò tempestivamente anche nel nostro rinomato monastero fuori città, dove la questione dei tribunali ecclesiastici riscuoteva largo interesse; vi penetrò e vi produsse la più caotica confusione. Dopo aver appreso il nome dell'autore, si prese ancora maggiore interesse alla faccenda, in quanto questi era nativo della nostra città e figlio «proprio di quel Fëdor Pavloviè». 

RITORNO DAL PADRE

Ed ecco che all'improvviso, esattamente in quel periodo, l'autore in carne ed ossa si fece vivo dalle nostre parti. 

 Per quale motivo Ivan Fëdoroviè era venuto da noi? 

Ricordo che sin da allora mi ponevo questa domanda con una certa inquietudine. Non sono riuscito a spiegarmi per molto tempo, e quasi sino all'ultimo, quella visita tanto fatale, che fu il primo passo verso conseguenze di così grande portata. 

In generale era strano che un giovanotto tanto istruito, e dall'aria tanto orgogliosa e avveduta, comparisse all'improvviso in una casa così indecorosa, dinanzi a un padre di quello stampo, che per tutta la vita lo aveva ignorato, non lo aveva mai incontrato né degnato di attenzione e che certo non gli avrebbe mai dato del denaro, per nessun motivo, se il figlio glielo avesse chiesto, sebbene per tutta la vita avesse temuto che anche quei figli, Ivan e Aleksej, potessero venire un giorno a chiedergli soldi. 

Ed ecco che quel giovanotto si stabilisce nella casa di un padre di tal fatta, vive con lui un mese e poi un altro, e i due vanno d'amore e d'accordo, come meglio non si potrebbe immaginare. 

Quest'ultimo particolare meravigliò molto non soltanto me, ma anche molti altri. [...]


Solo in seguito fu chiarito che Ivan Fëdoroviè era venuto in parte su richiesta, e negli interessi, di suo fratello maggiore, Dmitrij Fëdoroviè, che aveva visto e conosciuto per la prima volta quasi nello stesso periodo, in occasione di quello stesso viaggio, ma con il quale tuttavia, per via di una faccenda molto importante, che riguardava soprattutto Dmitrij Fëdoroviè, era entrato in corrispondenza prima del suo arrivo da Mosca. Di quale faccenda si trattasse, il lettore verrà a saperlo nei dettagli a tempo debito. 

 Nondimeno, persino quando questa particolare circostanza mi divenne nota, continuai a considerare Ivan Fëdoroviè una persona enigmatica e il suo arrivo fra di noi ancora inspiegabile. Aggiungerò che Ivan Fëdoroviè assunse allora le vesti di mediatore e paciere tra il padre e suo fratello maggiore, Dmitrij Fëdorovic, che progettava uno scontro ai ferri corti e persino un'azione legale contro il padre.

Il proprietario Maksimov

 



Ad un tratto si avvicinò loro 

un signore di mezz'età, leggermente calvo, 

con un largo soprabito estivo e gli occhietti dolci. 

Questi si levò il berretto e con un balbettio mielato si presentò a tutti come 

Maksimov, proprietario di Tula. 

Egli immediatamente si preoccupò di aiutare i nostri visitatori: 

 «Lo starec Zosima vive nell'eremo, nell'eremo isolato, a circa quattrocento passi dal monastero, oltre il boschetto, oltre il boschetto...»  


Il proprietario Maksimov, un uomo sulla sessantina, più che camminare correva, e si girava di sbieco per guardarli tutti con una curiosità convulsa, quasi inverosimile. 

Sembrava che gli occhi gli schizzassero fuori dalle orbite. 

 «Vedete, noi andiamo dallo starec per una faccenda nostra», osservò severamente Miusov. «Quella personalità ci ha concesso un'udienza, diciamo così, quindi, per quanto grati di averci indicato la strada, non possiamo invitarvi ad entrare insieme a noi». 

 «Io ci sono stato, ci sono stato, ci sono già stato... Un chevalier parfait!», e il proprietario schioccò le dita in aria. 

 «Chi sarebbe questo chevalier?», domandò Miusov. 

 «Lo starec, l'esimio starec, lo starec... L'onore e la gloria del monastero, Zosima. È uno starec così...» 

 Ma il suo discorso sconclusionato venne interrotto dal sopraggiungere di un monacello con il cappuccio sulla testa, di bassa statura, molto pallido ed emaciato. Fëdor Pavloviè e Miusov si fermarono. Il monaco, con un inchino estremamente cortese e profondo, annunciò: 

 «Dopo la visita all'eremo, il padre igumeno prega umilmente voi tutti di recarvi a pranzo da lui. All'una, non più tardi. Anche voi», disse rivolgendosi a Maksimov.


«Un vecchietto molto appiccicoso», notò Miusov a voce alta, mentre il proprietario Maksimov correva indietro alla volta del monastero. 

 «Somiglia a von Sohn», disse all'improvviso Fëdor Pavloviè. «Voi solo queste cose sapete... In che cosa somiglierebbe a von Sohn? L'avete forse visto con i vostri occhi, von Sohn?» 

 «Ho visto un suo ritratto. Anche se non per i lineamenti del viso, ma per qualcosa di indefinibile. È proprio la copia esatta di von Sohn. Sono sempre in grado di riconoscere le persone dalla sola fisionomia». 

 «Ah, certo, in questo siete un esperto. Soltanto che, Fëdor Pavloviè, voi stesso avete appena ricordato che abbiamo dato la nostra parola di comportarci come si deve, ricordate? Quindi vi consiglio di controllarvi. Se comincerete a fare il buffone, sappiate che non voglio assolutamente essere accomunato a voi in questa sede...Vedete che tipo è?», disse rivolgendosi al monaco. «Mi fa paura andare a far visita a gente per bene in sua compagnia».

QUANDO UNA BUONA IDEA è DETTA DA UN PERSONAGGIO ANTIPATICO

 RAKITIN




Ho sentito la sua stupida teoria poco fa: 

"Se non c'è immortalità dell'anima, non c'è nemmeno virtù, quindi tutto è permesso". 

(E tuo fratello Miten'ka, a proposito - ricordi? - ha gridato: "Lo terrò a mente!"). 

Una teoria seducente per i mascalzoni... Ma sto offendendo... è sciocco... non per i mascalzoni, ma per gli studenti spacconi dall'"irrisolta profondità di pensiero". 

Un vanitosello, il succo è tutto qui: 

"Da un canto, non si può non ammettere, dall'altro, non si può non riconoscere!" 

Tutta la sua teoria non è che una vigliaccata! 

L'umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù 

anche senza credere nell'immortalità dell'anima! 

La troverà nell'amore per la libertà, per l'uguaglianza, per la fratellanza...»

domenica 6 giugno 2021

IL GIUDIZIO DI RAKITIN SU IVAN

 IL GIUDIZIO DI RAKITIN SU FEDOR MITJA IVAN GRUSHENKA




FEDOR E MITIA

Dimmi solo una cosa, Alëša: che significa quel sogno? Ecco che cosa volevo domandarti». 

 «Quale sogno?» 

 «Quell'inchino fino a terra che ha fatto a tuo fratello Dmitrij Fëdoroviè. Ci ha picchiato forte con la fronte!» 

 «Stai parlando dello starec Zosima?» 

 «Sì, di padre Zosima». 

 «Picchiato con la fronte?» 

 «Ah, non mi sono espresso con il dovuto rispetto! E che sia pure senza il dovuto rispetto. Allora che significa quel sogno?» 

 «Non lo so, Miša, che cosa significa». 

 «Lo sapevo che non te l'avrebbe spiegato. Di tanto complicato, poi, a ben vedere non c'è proprio nulla, sono le solite stupidaggini da bigotti. Ma il trucco è stato fatto con un fine. Ecco che tutti i baciapile della città cominceranno a ricamarci sopra e a domandarsi per tutto il governatorato: "Che cosa significherà mai quel sogno?" Secondo me il vecchio ha davvero il naso fino: ha sentito odore di delitto. Se ne sente il lezzo lì dalle vostre parti». 

 «Di quale delitto parli?» 

 Era evidente che Rakitin volesse dire ancora qualche cosa. 

PRESAGIO DEL DELITTO

 «Avverrà nella vostra famigliola, quel delitto. Accadrà tra i tuoi fratelli e il tuo ricco papà. Padre Zosima ha battuto la fronte per ogni evenienza futura. E dopo che sarà accaduto, diranno: "Ah, il santo starec questo lo aveva predetto, lo aveva profetizzato". Anche se che grande profezia vuoi che ci sia in un colpetto con la fronte? No, si dirà che era un gesto simbolico, un'allegoria e il diavolo sa cos'altro! Si strombazzerà ai quattro venti, si ricorderà in futuro: "Ha previsto un delitto, ha individuato il colpevole". I fanatici esaltati fanno spesso così: nelle bettole si fanno il segno della croce e poi gettano le pietre contro il tempio. Lo stesso il tuo starec: i giusti li caccia con il bastone e agli assassini si inchina fino ai piedi». 

 «Ma di quale delitto parli? Di quale assassino? Che cosa stai dicendo?» Alëša si fermò impietrito, anche Rakitin si fermò. 

 «Quale assassino? Come se tu non lo sapessi! Scommetto che anche tu ci hai già pensato. A proposito, è curioso: ascolta, Alëša, tu dici sempre la verità, anche se tieni sempre il piede in due staffe: ci hai pensato o no? Rispondi». 

 «Ci ho pensato», rispose Alëša sommessamente. Persino Rakitin rimase sconcertato. 

 «Che cosa? Ci hai pensato davvero anche tu?», gridò. 

 «Non che ci abbia proprio pensato», mormorò Alëša, «ma quando tu hai cominciato a dire quelle strane cose poc'anzi, mi è sembrato di averci già pensato io stesso».

MITIA E GRUSHENKA

 Che cosa mi ha indotto a vedere tutto questo? Non avrei visto nulla, se oggi, all'improvviso, non avessi capito Dmitrij Fëdoroviè, tuo fratello, com'è veramente, un volta per tutte, in tutto il suo essere. L'ho colto per intero da un solo tratto. Queste persone onestissime, ma passionali, hanno un limite che non va oltrepassato. Altrimenti, altrimenti è capace di saltare addosso al paparino con un coltello. Ma il paparino, ubriacone e libertino smodato, non ha mai conosciuto la misura, in nessun caso, quindi basta che si lascino andare entrambi e vanno a finire tutti e due dritti dritti in un fosso...» 

 «No, Miša, no, se è solo per questo, mi sento sollevato. Non si arriverà a tal punto». 

 «E allora perché tremi tutto? Lo sai tu come vanno queste cose? Ammettiamo pure che sia una persona onesta, quel Miten'ka (è stupido ma onesto), però è un sensuale. Ecco la sua vera definizione e la sua essenza interiore. È stato il padre a trasmettergli questa bassa sensualità. Sai, mi meraviglio semplicemente di te, Alëša: come hai fatto a conservare la tua castità? Eppure sei un Karamazov anche tu! Nella vostra famiglia la sensualità arriva al parossismo. Ecco, quei tre sensuali si spiano a vicenda... con i coltelli pronti. Hanno sbattuto la fronte in tre e tu, forse, sei il quarto». 

 «Ti sbagli sul conto di quella donna. Dmitrij la... disprezza», disse Alëša sussultando lievemente.

GRUSHENKA

«Grušen'ka? No, fratello, non la disprezza. Se ha preferito apertamente lei alla sua fidanzata, vuol dire che non la disprezza. In questo caso... in questo caso, fratello, si tratta di qualcosa che adesso tu non puoi capire. Quando un uomo si innamora di una certa bellezza, di un corpo femminile, oppure soltanto di una parte del corpo femminile (questo un sensuale può capirlo), per essa sarebbe capace di abbandonare i suoi figli, vendere il padre e la madre, la Russia e la patria; se è onesto, andrà a rubare; se è mite, ammazzerà, se è leale, tradirà. Un cantore dei piedini femminili, Puškin, ha decantato in versi quei piedini; altri non li decantano, ma non riescono a guardare quei piedini senza avere i brividi. E non solo per i piedini... In questo caso, fratello, il disprezzo non c'entra, anche se egli davvero disprezzasse Grušen'ka. La disprezza, ma non riesce a staccarsene». 

 «Lo capisco questo», si lasciò sfuggire Alëša d'un tratto.

ALEKSEI

«Davvero? E devi capirlo davvero se così di slancio ti lasci sfuggire che lo capisci», 

disse Rakitin con gioia maligna. 

Ti è sfuggito senza volerlo, ti è scappato. Per questo è un'ammissione tanto più preziosa: dunque l'argomento ti è già noto, alla sensualità ci hai già pensato. Hai capito il verginello! Tu, Alëška, sei un'acqua cheta, sei un santo, ne convengo, ma solo il diavolo sa i pensieri che ti sono già passati per la mente, solo il diavolo sa le cose di cui sei già venuto a conoscenza! Tu sei un puro, eppure sei già arrivato a una notevole profondità nelle tue riflessioni, è da un pezzo che ti tengo d'occhio. Anche tu sei un Karamazov, sei un Karamazov dalla testa ai piedi, la razza, la selezione dovranno pur significare qualcosa. Un sensuale da parte di padre, un puro folle da parte di madre. Perché tremi? Sto cogliendo nel segno? Sai una cosa? Grušen'ka mi ha detto: "Portamelo", stava parlando di te, "e io gli sfilerò la tonaca di dosso". E dovevi vedere come mi implorava: portamelo, portamelo! Mi è venuto solo da pensare: perché la incuriosisci tanto? Sai, anche lei è una donna fuori dal comune!» 

 «Salutala da parte mia e dille che non ci verrò», Alëša sorrise forzatamente.

 «Finisci quello che stavi dicendo, Michail, poi ti dirò il mio pensiero».

IVAN

«Non c'è niente da aggiungere, è tutto chiaro. Tutto questo, fratello, è storia vecchia. Se persino tu nascondi un uomo sensuale dentro di te, allora che dire di Ivan, il tuo fratello uterino? Infatti anche lui è un Karamazov. 

 Tutta l'essenza karamazoviana si riassume così: sensualità, cupidigia e follia

ARTICOLO

Adesso tuo fratello Ivan pubblica per burla, per qualche suo ignoto e stupidissimo motivo, articoli di teologia, pur essendo ateo; e confessa egli stesso questa sua bassezza - ecco che tipo è tuo fratello Ivan.

KATIA

 Inoltre, sta soffiando la fidanzata a suo fratello Mitja e forse riuscirà anche in questo intento. E c'è da vedere come: con il consenso di Miten'ka stesso, perché Miten'ka gli sta cedendo la fidanzata per sbarazzarsi di lei e fuggire al più presto da Grušen'ka. E tutto questo, nota bene, a dispetto della sua grande nobiltà d'animo e del completo disinteresse da parte sua. Questi sono i tipi più fatali che ci possano essere! Solo il diavolo vi capisce: ammette la propria bassezza e ci scivola dentro da solo! 

FEDOR

Sta a sentire ancora: adesso quel vecchiaccio di vostro padre sta tagliando la strada a Miten'ka. Infatti tutto d'un tratto ha perso la testa per Grušen'ka, gli viene la bava alla bocca solo a guardarla. È stato solo a causa di lei che ha sollevato quel po' po' di scandalo nella cella, solo per il fatto che Miusov ha osato chiamarla carogna dissoluta. 

È peggio di una gatta in amore. 

 Prima lei lavorava a pagamento solo in certi suoi loschi affarucci di bettole, 

mentre ora all'improvviso egli si è accorto di lei, l'ha guardata meglio e ha perso la testa, la insidia con le sue proposte, disoneste s'intende. 

E così padre e figlio finiranno con lo scontrarsi su quella stessa strada. 

GRUSHENKA

E Grušen'ka non si concede né all'uno né all'altro, per il momento tergiversa e li stuzzica entrambi, valuta chi le convenga di più: perché anche se il paparino ha moltissimi quattrini da sgraffignare, quello non è tipo che si sposa e alla fine è capace di fare l'ebreuccio e stringere i cordoni della borsa. Ed è qui che viene fuori il valore di Miten'ka: lui i soldi non ce li ha, ma è pronto a sposarla. Proprio così, è pronto a sposarla! Lasciare la fidanzata, una bellezza incomparabile come Katerina Ivanovna, ricca, nobile, figlia di un colonnello, per sposare Grušen'ka, l'ex mantenuta del vecchio mercantuccio Samsonov, volgare zoticone e capomastro. Da tutto questo può davvero derivare un delittuoso conflitto. 

IVAN KATIA MITIA

E tuo fratello Ivan non aspetta altro, sarebbe una vera pacchia per lui: 

conquisterebbe Katerina Ivanovna, per la quale si strugge, e intascherebbe pure i sessantamila rubli della sua dote. Per un uomo senza una posizione, per uno spiantato come lui, la cosa è estremamente allettante tanto per cominciare. 

E nota bene: non solo non offenderà Mitja, me se ne conquisterà la gratitudine sino alla tomba. 

Infatti so per certo che Miten'ka stesso, solo la settimana scorsa, mentre si trovava in una bettola con delle zigane, ubriaco, ha gridato a squarciagola di non essere degno della sua fidanzata Katen'ka, mentre il fratello Ivan, quello sì che ne è degno. 

E Katerina Ivanovna stessa ovviamente alla fine non respingerebbe un uomo affascinante come Ivan Fëdoroviè; già adesso tentenna fra i due. 

Ma come avrà fatto quell'Ivan a incantare tutti voi che lo venerate tanto? 

E invece lui ride di voi e dice: io me la spasso e mi ingozzo a vostre spese». 


IVAN

«Tu non ami Ivan. Ivan non si fa irretire dai soldi». 


 «Davvero? E la bellezza di Katerina Ivanovna dove la metti? Non contano solo i soldi in questo caso, sebbene sessantamila rubli facciano pur sempre gola». 

 «Ivan è superiore a queste cose. Ivan non si lascia irretire nemmeno da migliaia di rubli. Non è il denaro, non è il quieto vivere che Ivan cerca. Egli, forse, cerca il tormento». 

 «Che altro sogno è mai questo? Ah, voi... nobili!»

 «Eh, Miša, egli ha un'anima burrascosa. La sua mente è in catene. Dentro di lui c'è un grande pensiero irrisolto. È uno di quelli che non vuole denaro, ma solo dare una risposta al proprio pensiero». 

 «Plagio letterario, Alëška. Stai citando il tuo starec. 

Ma guarda un po', il vostro Ivan vi ha posto un bell'enigma!», 

gridò Rakitin con palese astio. Aveva persino cambiato faccia e le labbra gli si erano contratte. 

 «Eppure è un enigma stupido, questo, non c'è nulla da indovinare. Basta far funzionare il cervello e si capisce tutto. Il suo articolo è ridicolo e assurdo. 

Ho sentito la sua stupida teoria poco fa: 

"Se non c'è immortalità dell'anima, non c'è nemmeno virtù, quindi tutto è permesso"

(E tuo fratello Miten'ka, a proposito - ricordi? - ha gridato: "Lo terrò a mente!"). 

Una teoria seducente per i mascalzoni... Ma sto offendendo... è sciocco... 

 non per i mascalzoni, ma per gli studenti spacconi dall'"irrisolta profondità di pensiero". 

Un vanitosello, il succo è tutto qui: 

"Da un canto, non si può non ammettere, dall'altro, non si può non riconoscere!" Tutta la sua teoria non è che una vigliaccata! 

L'umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù 

anche senza credere nell'immortalità dell'anima! 

La troverà nell'amore per la libertà, per l'uguaglianza, per la fratellanza...»


Rakitin si era infervorato, non riusciva quasi a contenersi. Ma si bloccò all'improvviso come se si fosse ricordato di qualcosa. «Be', ora basta», disse con un sorriso ancora più forzato di prima. 


 «Perché ridi? Pensi che io sia un volgare?»

ALEKSEI 

 «No, non mi ha neanche sfiorato l'idea che tu possa essere una persona volgare. Tu sei intelligente, ma... lascia stare, è stato sciocco da parte mia sorridere. Capisco che tu possa infervorarti tanto, Miša. 

Dal tuo trasporto, ho intuito che tu stesso non sei insensibile al fascino di Katerina Ivanovna; io, fratello, lo sospettavo da tempo, ecco perché non hai simpatia per mio fratello Ivan. Sei geloso di lui?» 

GELOSIA DI RAKITIN

 «E sarei geloso anche dei soldini di lei? Non vuoi aggiungere pure questo?» 


 «No, non aggiungerò nulla in merito ai soldi, non ho nessuna intenzione di offenderti». 


 «Se lo hai detto, ci credo, ma che il diavolo vi pigli una volta per tutte, tu e tuo fratello Ivan! Nessuno di voi capisce che si può non avere affatto simpatia per lui anche a prescindere da Katerina Ivanovna. E per che diavolo dovrei volergli bene? Lui stesso si degna di ingiuriarmi. Perché mai non dovrei avere il diritto di ingiuriarlo io?» 

 «Non ho mai sentito che abbia detto qualcosa su di te, né in bene né in male; non parla mai di te»

IVAN SU RAKITIN

 «Invece io ho sentito che due giorni fa, a casa di Katerina Ivanovna, mi ha proprio conciato per le feste con i suoi improperi, ecco fino a che punto si è interessato del vostro umile servo. Dopo di che, fratello, chi è il geloso fra noi, questo non lo so proprio! 

Si è degnato di esprimere la sua idea secondo la quale se non mi dedicherò alla carriera di archimandrita in un futuro molto prossimo e non mi deciderò a prendere i voti, allora andrò di sicuro a Pietroburgo ed entrerò in qualche grossa rivista, sicuramente nel settore della critica, scriverò per una decina d'annetti, e alla fine diventerò proprietario della rivista stessa. Dopo di che, riprenderò la pubblicazione della rivista sotto rinnovata veste, imprimendole sicuramente un indirizzo liberale e ateo, persino con una sfumatura socialisteggiante, anzi, addirittura con una leggera vernice di socialismo, ma sempre con le orecchie all'erta, cioè, in sostanza, dando un colpo al cerchio e uno alla botte e gettando polvere negli occhi agli imbecilli. La fine della mia carriera, secondo l'interpretazione di tuo fratello, sarebbe la seguente: la sfumatura di socialismo non mi impedirà di depositare sul mio conto corrente i soldi degli abbonamenti e, all'occasione, di investirli sotto la guida di qualche ebreuccio, fino al giorno in cui costruirò un grosso stabile a Pietroburgo, vi trasferirò la redazione e darò in affitto i rimanenti piani. Ha persino scelto il luogo della costruzione: presso il ponte Novyj Kamennyj sulla Neva in progettazione a Pietroburgo, quello che unirà la Litejnaja alla Vyborskaja...» 


 «Eppure, Miša, vedrai che tutto questo si avvererà, dalla prima all'ultima parola!», esclamò ad un tratto Alëša senza riuscire a trattenersi dal ridere allegramente. 


 «Anche voi vi lasciate andare al sarcasmo, Aleksej Fëdoroviè»

LIZA, ALEKSEJ E LA DICHIARAZIONE D'AMORE

LIZA E ALEKSEJ


DALLO STAREC


 


Ho visto come ha fatto la birichina per tutto il tempo», disse scherzando lo starec. «Perché prendevate in giro Aleksej?» Lise infatti era stata intenta a quella birichinata per tutto il tempo. Ella si era accorta da tempo, sin dalla volta precedente, che Alëša si sentiva a disagio e cercava di non guardarla, e la cosa la divertiva un mondo. Ella aspettava attentamente di catturare il suo sguardo: non riuscendo a resistere a quello sguardo fisso su di lui, Alëša di tanto in tanto, involontariamente, spinto da una forza irresistibile, la sbirciava a sua volta e lei si metteva subito a ridacchiare con un sorriso di trionfo, proprio davanti a lui. Alëša si confondeva e si irritava ancora di più. Alla fine si era completamente girato dall'altra parte e si era nascosto alle spalle dello starec. Dopo qualche minuto, attratto dalla stessa forza irresistibile di prima, si voltò per vedere se lei lo stesse ancora guardando e vide che Lise, sporgendosi quasi completamente dalla sua poltrona, lo sbirciava da un lato e aspettava avidamente che lui si girasse a guardarla; dopo aver colto il suo sguardo, si mise a ridere così forte che persino lo starec non poté fare a meno di dire: «Perché, birichina, lo mettete così in imbarazzo?» Lise, ad un tratto, e del tutto inaspettatamente, arrossì, gli occhi le scintillavano, il viso aveva assunto un'espressione molto seria; ella si mise a parlare in fretta, nervosamente, con un tono di lamento risentito e indignato: 




«E lui allora perché ha dimenticato tutto? Mi portava in braccio quand'ero piccola, giocavamo insieme. Veniva ad insegnarmi a leggere, lo sapete questo? 

Due anni fa, quando ci salutammo, disse che non avrebbe mai dimenticato, che saremmo stati amici per sempre, per sempre, per sempre! 

Ed ecco che all'improvviso ha paura di me: che, lo mangio forse? Perché non vuole avvicinarsi, perché non parla? Perché non vuole più venire da noi? Forse siete voi che non lo lasciate venire: eppure noi sappiamo che egli va dove vuole. Non sta bene che lo inviti io, avrebbe dovuto essere lui a pensarci, se è vero che non ha dimenticato. No, adesso pensa alla salvezza della sua anima! 

Perché gli avete fatto mettere quella tonaca dalle lunghe falde?... Se si mette a correre, cade...»





Mentre pregava anche quella sera, sentì casualmente
nella tasca quella bustina rosa che gli aveva dato la cameriera di Katerina
Ivanovna quando lo aveva raggiunto per strada. 


Ne rimase turbato, ma finì di pregare. 

Poi, dopo aver tentennato un poco, aprì la busta. 

Conteneva una letterina per lui firmata Lise - la giovinetta, la figlia della signora Chochlakova che aveva tanto riso di lui quella mattina in presenza dello starec. 


 "Aleksej Fëdoroviè", scriveva, 

"vi scrivo di nascosto da tutti, anche dalla mamma, e so che questo non sta bene. Ma non posso più vivere senza comunicarvi il sentimento che è nato nel mio cuore, e questo nessuno dovrà saperlo, tranne voi e me, fino al momento opportuno. 

Ma come dirvi quello che tanto vorrei dirvi? La pagina, dicono, non arrossisce, ma vi assicuro che non è così e che essa arrossisce esattamente come sto arrossendo io in questo momento. 


Caro Alëša, io vi amo, vi amo da quando ero bambina, dai tempi di Mosca, quando eravate completamente diverso da adesso, e vi amerò per tutta la vita. 

Ho scelto voi con il mio cuore per unirmi a voi e terminare insieme la nostra vita in vecchiaia. Naturalmente, a condizione che voi abbandoniate il monastero. Quanto alla nostra età, aspetteremo il tempo stabilito dalla legge. Per quel giorno sarò sicuramente guarita e in grado di camminare e danzare. Su questo non c'è dubbio. 

 Vedete come ho pensato a tutto; solo una cosa non riesco a immaginare: che cosa penserete di me quando leggerete questa lettera. 

 Non faccio che ridere e scherzare, poco fa vi ho fatto alterare, ma vi assicuro che adesso, prima di prendere la penna in mano, ho pregato dinanzi all'immagine della Madonna, e anche in questo momento sto pregando e sono quasi sul punto di piangere. 

 Il mio segreto è nelle vostre mani; domani quando verrete non so come farò a guardarvi. 

Ah, Aleksej Fëdoroviè, e se di nuovo non mi trattenessi, come una sciocca, e scoppiassi a ridere nel guardarvi, come stamattina? 

Certo mi prenderete per una burlona cattiva e non crederete alla mia lettera. 

Per questo vi prego, caro, se avete della compassione per me, non guardatemi troppo fisso negli occhi quando verrete da noi domani, altrimenti, incrociando il vostro sguardo, sicuramente scoppierò a ridere, tanto più che indosserete quell'abito lungo... 

Persino ora mi vengono i brividi quando ci penso, quindi, quando entrerete, non guardatemi affatto per un po' di tempo, guardate la mamma o la finestra... 

 Ecco che vi ho scritto una lettera d'amore, Dio mio, che cosa ho fatto! 

Alëša, non mi disprezzate, e se quello che ho fatto è troppo brutto e vi ho amareggiato, allora perdonatemi. 

Adesso il segreto della mia reputazione, forse andata in fumo per sempre, è nelle vostre mani. Oggi piangerò sicuramente. 

Al prossimo incontro, al nostro prossimo terribile incontro, 

Lise. 

 P.S. Alëša, voi dovete, dovete, dovete venire, assolutamente! Lise".


Alëša lesse la lettera sbalordito, la lesse due volte, rifletté per un po' e ad un tratto si mise a ridere di una risata silenziosa, dolce. Trasalì: quella risata gli sembrò peccaminosa. Ma un attimo dopo tornò nuovamente a ridere, sempre silenziosamente e con la stessa felicità. Infilò lentamente la lettera nella sua bustina, si fece il segno della croce e si coricò. Il turbamento della sua anima si era dissolto in un baleno. «Signore, abbi pietà di loro, proteggi le loro anime infelici e violente, e correggile. Tu hai tante vie: guidali alla salvezza. Tu che sei amore e a tutti doni gioia!», mormorò Alëša facendosi il segno della croce e addormentandosi di un sonno sereno.


giovedì 3 giugno 2021

IL GIUDIZIO DELLO STAREC SU IVAN



 



«Siete davvero convinto che sarebbero queste le conseguenze alle quali andrebbero incontro gli uomini, se in essi si esaurisse la fede nell'immortalità dell'anima?», domandò ad un tratto lo starec rivolto ad Ivan Fëdoroviè. 

 «Sì, io ho dichiarato questo. Non ci può essere virtù senza l'immortalità».

 «Beato voi se siete convinto di questo, oppure infelicissimo voi!» 

 Perché infelice?», domandò Ivan Fëdoroviè sorridendo. 

 «Perché, con ogni probabilità, voi stesso non credete né nell'immortalità della vostra anima, né in tutto ciò che avete scritto sulla Chiesa e sulla questione della giustizia ecclesiastica». 

 «Forse avete ragione!... Tuttavia non stavo del tutto scherzando...», ammise stranamente, all'improvviso, Ivan Fëdoroviè, arrossendo di colpo. 

 «Non stavate del tutto scherzando, è la verità. Questa idea non ha ancora trovato una risposta nel vostro cuore e lo tormenta. Ma anche il martire, a volte, ama baloccarsi con la propria disperazione, come se fosse indotto a far questo dalla disperazione stessa. Intanto, anche voi, nella vostra disperazione, vi state baloccando con gli articoli sulle riviste, con le discussioni mondane, senza che voi stesso crediate nella vostra dialettica e ridendo di essa, dentro di voi, con il dolore nel cuore... La questione non ha ancora trovato risposta in voi, questo è il vostro grande dolore, giacché essa esige improrogabilmente una risposta...» 

 «Ma può avvenire che in me trovi una risposta? Una risposta in senso positivo?», continuò a domandare in modo strano Ivan Fëdoroviè, guardando lo starec con lo stesso inesplicabile sorriso. 

 «Se non dovesse risolversi in senso positivo, non si risolverà mai neanche in senso negativo, voi stesso conoscete questa peculiarità del vostro cuore; proprio da questo dipende la vostra pena. Ma ringraziate il Creatore che vi ha concesso un cuore nobilissimo, capace di sopportare una tale pena, di "meditare cose sublimi, ricercare cose sublimi, giacché la nostra dimora è nei cieli". 



Che Dio conceda al vostro cuore di trovare una risposta su questa terra, e che Dio benedica il vostro cammino!»

martedì 1 giugno 2021

LA CELLA DELLO STAREC ZOSIMA E LA PRIMA PARTE DELLA RIUNIONE

 






Lo starec si sedette su un divanetto di mogano, ricoperto di cuoio, di
foggia molto antica, e fece accomodare gli ospiti, eccetto i due ieromonaci,
lungo la parete opposta, tutti e quattro uno accanto all'altro, su quattro
sedie di mogano rivestite di cuoio nero molto consunto. 






Gli ieromonaci si
sedettero ai lati, uno presso la porta, l'altro vicino alla finestra. Il
seminarista, Alëša e il novizio rimasero in piedi. 






La cella era molto
angusta e aveva un'aria alquanto sbiadita. Gli oggetti e i mobili, lo stretto
indispensabile, erano rozzi e miseri. Due vasi di fiori alla finestra, molte
icone in un angolo - una di esse, di enormi dimensioni, rappresentava la
Madonna e risaliva presumibilmente a un'epoca di molto anteriore allo
scisma. Dinanzi ad essa ardeva una piccola lampada. Vicino a quella
c'erano altre due icone in rivestimenti sfavillanti, e poi piccoli cherubini
scolpiti, uova di porcellana, una croce cattolica di avorio con una Mater
dolorosa che l'abbracciava, alcune incisioni straniere di grandi pittori
italiani dei secoli passati. Accanto a quelle incisioni, raffinate e di valore,
facevano bella mostra di sé alcune fra le più dozzinali litografie russe di
santi, martiri, prelati e così via, di quelle che si comprano a poche copeche
in qualsiasi fiera. C'erano anche, ma sulle altre pareti, alcuni ritratti in
litografia di vescovi russi del presente e del passato. 







Miusov lanciò una
rapida occhiata a tutta quellla "paccottiglia" e poi fissò lo sguardo dritto
sullo starec. Egli teneva in gran conto le proprie opinioni, aveva questa
debolezza, in ogni caso perdonabile se si tiene conto che aveva già
cinquant'anni - età nella quale un uomo di mondo, intelligente e agiato,
comincia sempre, a volte persino involontariamente, a nutrire un po' più di
rispetto nei confronti di se stesso.



Lo starec non gli piacque sin dal primo istante. Infatti, c'era qualcosa
nel viso dello starec che a molti, oltre che a Miusov, poteva riuscire
sgradita.[...]
"Secondo tutte le apparenze, un'animuccia perfida e piena di bieca
alterigia", venne in mente a Miusov. In generale era molto insoddisfatto
della situazione in cui si trovava.
I rintocchi dell'orologio aiutarono a cominciare la conversazione. Il
piccolo e modesto orologio a pendolo batté rapido le dodici


«È l'ora dell'appuntamento, esatta esatta», gridò Fëdor Pavloviè, «e mio figlio Dmitrij Fëdoroviè non si è ancora visto. Chiedo scusa per lui, santo starec!» Alëša trasalì tutto nel sentire "santo starec". «Io invece sono sempre puntuale, spacco il minuto e tengo a mente che la puntualità è la cortesia dei re...»



BATTIBECCHI FRA FEDOR E MIUSOV


Pëtr Aleksandroviè non finì di parlare e, tutto confuso, fece per uscire dalla stanza. «Non inquietatevi, vi prego», lo starec si alzò all'improvviso dal suo posto sulle gambe malferme e, prendendo Pëtr Aleksandroviè per entrambe le mani, lo fece risedere al suo posto. «State tranquillo, vi prego. Chiedo a voi, in modo particolare, di rimanere mio ospite». Fece un inchino, si girò e si sedette di nuovo sul suo divanetto.


 «Grande starec, ditemi: vi sto forse offendendo con la mia vivacità?», gridò ad un tratto Fëdor Pavloviè afferrando con entrambe le mani i braccioli della sedia come sul punto di fare un balzo a seconda della risposta. «Prego caldamente anche voi di non inquietarvi e di non sentirvi in imbarazzo», gli disse lo starec con tono suadente. «Non sentitevi in imbarazzo, ma fate come se foste a casa vostra. E, soprattutto, non vergognatevi tanto di voi stesso, giacché è da questo che deriva tutto»


MENTIRE A SE STESSI

La cosa più importante è che non mentiate a voi stesso. Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri. Costui, non avendo rispetto per nessuno, cessa di amare e, incapace di amare, per distrarsi e divertirsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari e nei suoi vizi tocca il fondo della bestialità, e tutto questo a causa dell'incessante menzogna nei confronti degli altri e di se stesso. Colui che mente a se stesso è più suscettibile degli altri all'offesa. Offendersi a volte è molto piacevole, non è vero? Eppure egli sa che nessuno gli ha arrecato offesa, ma che egli stesso si è inventato l'offesa e ha mentito per mettersi in mostra, ha esagerato egli stesso per creare un quadretto pittoresco, ha tratto spunto da una parola e ha fatto di un sassolino una montagna: egli sa benissimo tutto questo, tuttavia è il primo a offendersi, a offendersi per provare piacere, per assaporare una grande soddisfazione, e così finisce per nutrire autentico rancore... Ma alzatevi di lì e mettetevi seduto, ve ne prego caldamente, giacché anche questi sono gesti pieni di menzogna...»


IL SANTO DECAPITATO CHE SE NE ANDO' CON LA TESTA SOTTOBRACCIO

La domanda è questa: è vero, grande padre, che nei Èet'i-Minei si racconta, in un punto, di un santo taumaturgo che fu torturato per la fede, e, quando alla fine gli fu tagliata la testa, quello si alzò, si prese la sua testa e "baciandola amorevolmente" se ne andò, portandosela in mano e camminò a lungo, "baciandola amorevolmente". È vero o no, venerandi padri?»


 «No, non è vero», rispose lo starec. «Non esiste niente di simile in tutti i Èet'i-Minei. Di quale santo, secondo voi, si scrive questo?», domandò uno dei due ieromonaci, il padre bibliotecario. «Non so neanch'io di quale santo. Non ne ho la minima idea. Mi hanno tratto in inganno, me l'hanno raccontato. L'ho sentito dire e sapete chi me l'ha raccontato? Ecco, Pëtr Aleksandroviè Miusov, quello che or ora si è tanto alterato per Diderot, è stato proprio lui a raccontarmelo». «Non vi ho mai raccontato una cosa simile, anzi, io con voi non parlo mai di niente».


Lo starec si alzò all'improvviso dal suo posto: «Perdonatemi, signori, se vi lascio per qualche minuto», disse rivolto a tutti gli ospiti, «ma mi aspettavano ancora prima che voi arrivaste. E voi cercate lo stesso di non mentire», soggiunse rivolgendosi a Fëdor Pavloviè con un'espressione allegra. Egli si mosse per uscire dalla cella, Alëša e il novizio si affrettarono ad aiutarlo a scendere dalle scale. Alëša era senza fiato, era contento di uscire, ma era pure contento che lo starec non si fosse offeso e fosse allegro.

lunedì 31 maggio 2021

Pëtr Fomiè Kalganov.




 Giunsero in due vetture: nella prima, una lussuosa carrozza tirata da una pariglia di costosi cavalli, arrivò Pëtr Aleksandroviè Miusov in compagnia di un lontano parente, un uomo molto giovane, sui vent'anni, Pëtr Fomiè Kalganov. 


Questo giovanotto stava per entrare all'Università; Miusov, presso il quale viveva in quel periodo, lo voleva indurre a seguirlo all'estero, per iscriversi all'Università di Zurigo o Jena e completare lì gli studi. 

Il giovanotto non si decideva. Egli era pensieroso e come distratto. 


Aveva un viso gradevole, una corporatura robusta ed era di statura piuttosto alta. 


Nel suo sguardo si notava una strana immobilità: al pari di tutte le persone distratte, a volte fissava a lungo le persone, senza vederle affatto.

Era taciturno e alquanto goffo, ma a volte - ma solo quando si trovava a quattr'occhi con qualcuno - egli diventava all'improvviso terribilmente loquace, infervorato e gaio e rideva a sproposito. 

Ma la sua animazione svaniva con la stessa rapidità con la quale era sopraggiunta. Era sempre vestito impeccabilmente, persino con ricercatezza; aveva già acquisito un certo patrimonio che lo rendeva indipendente e si aspettava di migliorare ancora la sua posizione. Era amico di Alëša.




LIBRO SECONDO • UNA RIUNIONE INOPPORTUNA

PREMESSA: L'IDEA DELLA RIUNIONE DALLO STAREC 

CAPITOLO PRECEDENTE







Fu proprio in quel periodo che ebbe luogo l'incontro o, per meglio dire, la riunione fra tutti i membri di quella dissestata famiglia nella cella dello starec, riunione che doveva avere una portentosa influenza su Alëša. 


 Il pretesto di quella riunione in realtà era inconsistente. 

In quel periodo il disaccordo tra Dmitrij Fëdoroviè e Fëdor Pavloviè, in merito all'eredità e alla valutazione dei beni, era arrivato a un livello intollerabile. I loro rapporti si erano inaspriti ed erano diventati insostenibili. 

Pare che Fëdor Pavloviè avesse lanciato per primo, e per scherzo, l'idea che tutti si riunissero nella cella dello starec Zosima, allo scopo, se non proprio di ricorrere alla sua diretta intermediazione, almeno di giungere ad un accordo in maniera più decorosa, sotto l'influenza ispiratrice e riappacificatrice della dignità e della persona dello starec. 

Dmitrij Fëdoroviè, che non aveva mai visitato né visto lo starec, pensò ovviamente che il padre in quel modo lo volesse spaventare, ma poiché si era più volte rimproverato in cuor suo di molti suoi recenti scatti d'ira nella disputa con il padre, accettò l'invito. Noteremo a proposito che egli non viveva in casa del padre, come Ivan Fëdoroviè, ma per conto proprio, all'altro capo della città. 


Accadde che anche Pëtr Aleksandroviè Miusov, che in quel periodo viveva nella nostra città, si attaccasse in modo particolare a quella idea di Fëdor Pavloviè. Liberale degli anni '40 e '50, libero pensatore e ateo, egli, forse per noia o forse per frivolo passatempo, ebbe un ruolo eccezionale in quella vicenda. Gli venne improvvisamente voglia di vedere il monastero e il "santo". Dal momento che ancora si protraevano le vecchie dispute con il monastero ed andava per le lunghe la causa sul confine fondiario dei suoi possedimenti, sui diritti di taglio nel bosco e di pesca nel fiume e via dicendo, egli si affrettò a sfruttare la situazione con la scusa di volersi mettere d'accordo di persona con il padre igumeno per vedere se fosse possibile ricomporre i loro contrasti in maniera pacifica. Avrebbero certo accolto con maggiore attenzione e considerazione un visitatore animato da tali lodevoli intenzioni, piuttosto che un semplice curioso.


 In seguito a tutte queste considerazioni, si poté organizzare una specie di pressione interna al monastero sullo starec malato che, negli ultimi tempi, non abbandonava quasi mai la cella e, a causa della malattia, non riceveva neanche i visitatori abituali. Andò a finire che lo starec dette il suo consenso e si fissò la data. «Chi mi ha messo a fare da giudice fra di loro?», si limitò a commentare con un sorriso ad Alëša. Quando Alëša venne a sapere dell'incontro, ne fu molto turbato.


Egli capiva che, in mezzo a quei litiganti e contendenti, l'unico che potesse prendere sul serio quel convegno era senza dubbio il fratello Dmitrij; tutti gli altri sarebbero venuti con propositi fatui e forse anche offensivi nei confronti dello starec. Il fratello Ivan e Miusov sarebbero venuti mossi dalla curiosità, e probabilmente della specie più volgare, mentre suo padre sarebbe venuto forse allo scopo di recitare qualcuna delle sue farse. Oh, anche se non parlava, Alëša conosceva a fondo suo padre! Lo ripeto: quel ragazzo non era affatto così ingenuo come molti lo consideravano. Attendeva con apprensione la data prefissata. Senza dubbio egli si preoccupava molto, nel profondo del suo cuore, di come potessero concludersi quei disaccordi familiari. Nondimeno era più di tutto preoccupato per lo starec: egli trepidava per lui, per la sua fama, temeva gli oltraggi alla sua persona, soprattutto l'ironia sottile e garbata di Miusov e le mezze reticenze sprezzanti del colto Ivan: ecco come prevedeva che sarebbe andata a finire. Egli voleva quasi azzardarsi a mettere in guardia lo starec, anticipargli qualcosa sulle persone che sarebbero potute venire, ma ci ripensò e tacque.


Mandò soltanto a dire al fratello Dmitrij, attraverso un conoscente, alla vigilia dell'incontro che gli voleva molto bene, e che si aspettava che lui mantenesse la promessa. 

Dmitrij stette lì a pensare, perché non riusciva assolutamente a ricordare quale promessa gli avesse fatto e rispose per lettera che avrebbe fatto del suo meglio per resistere «davanti alla bassezza», ma per quanto rispettasse profondamente lo starec e il fratello Ivan, era convinto che quell'incontro sarebbe stato un tranello per lui oppure un'indegna farsa. 

«Tuttavia, ingoierei la lingua piuttosto che mancare di rispetto a quel santo uomo che tu stimi tanto»: così concluse Dmitrij la sua missiva. Alëša non ne fu gran che sollevato. 





 I • Giungono al monastero 


 Era una magnifica giornata, mite e luminosa. Si era alla fine di agosto. L'incontro con lo starec era fissato per le undici e mezza circa, subito dopo l'ultima messa.

L'EREMO DELLO STAREC




I visitatori lasciarono le carrozze fuori dal recinto, alla foresteria, ed entrarono a piedi nel portone del monastero. Tranne Fëdor Pavloviè, nessuno della compagnia aveva mai visitato un monastero; Miusov non entrava in una chiesa che erano più o meno trent'anni. Egli si guardava intorno con una certa curiosità, non priva di affettata disinvoltura. Ma per la sua mente osservatrice, oltre agli edifici religiosi e di servizio, per altro abbastanza ordinari, all'interno del monastero non c'era niente da vedere. Gli ultimi fedeli stavano uscendo dalla chiesa, levandosi il berretto e segnandosi. In mezzo alla gente del popolo si notavano anche fedeli appartenenti ai ceti più alti della società: due o tre signore, un generale molto anziano; alloggiavano tutti alla foresteria. I mendicanti attorniarono subito i nostri visitatori, ma nessuno dette loro niente. Soltanto Petruša Kalganov trasse dal suo portamonete una moneta da dieci copeche e, nervoso e imbarazzato Dio solo sa perché, la allungò in tutta fretta a una vecchia, dicendo in fretta: «Dividetela equamente». Nessuno commentò questo suo gesto, quindi non c'era motivo di sentirsi in imbarazzo, eppure, notando questo, si confuse ancora di più.



 



«Lo starec Zosima vive nell'eremo, nell'eremo isolato, a circa quattrocento passi dal monastero, oltre il boschetto, oltre il boschetto...» «Lo so che è oltre il boschetto», gli rispose Fëdor Pavloviè, «ma non ci ricordiamo la strada, è un bel pezzo che non ci veniamo». «Ecco, entrate da quel portone e poi dritto per il boschetto...per il boschetto. Venite. Se volete... anch'io... Ecco, da questa parte, da questa parte...» Essi uscirono dal portone e si avviarono per il boschetto.


 




 «Guardate in che valle di rose vivono costoro!» E difatti, anche se non c'erano rose in quel momento, vi fiorivano una miriade di rari e stupendi fiori autunnali dappertutto, dovunque vi fosse un po' di spazio per piantarli. Evidentemente li curava una mano esperta. C'erano aiuole intorno alle chiese e tra le tombe. Anche la casetta di legno, ad un piano, con un portico davanti all'ingresso, nella quale si trovava la cella dello starec, era circondata da fiori.