Visualizzazione post con etichetta paesaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta paesaggio. Mostra tutti i post

lunedì 23 agosto 2021

GLI ESTERNI


 I FRATELLI KARAMAZOV è per lo più raccontato in interni: gente che dialoga in salotti, trattorie, celle di monasteri, stanze di case private. 

I dialoghi, le descrizioni psicologiche e le analisi dei sentimenti, le discussioni sulle idee, prevalgono nettamente sulle descrizioni di paesaggi.

Poi ci sono gli spostamenti dei personaggi per le strade della città per raggiungere una casa o l'altra.D. è preciso ed attento a riferircele che in base ad essi quasi possiamo disegnare la mappa della città.

Osservare il paesaggio o il cielo capita raramente ai personaggi e quando avviene sono parentesi di riflessione,  momenti di meditazione, un sottrarsi per un attimo agli accadimenti e attingere alle emozioni più profonde.


Nei primi tre giorni il lettore si immedesima di volta in volta con i protagonisti che a turno sono in scena:

LIBRO SECONDO

PRIMO GIORNO

*Era una magnifica giornata, mite e luminosa. Si era alla fine di agosto.

«Guardate in che valle di rose vivono costoro!» E difatti, anche se non c'erano rose in quel momento, vi fiorivano una miriade di rari e stupendi fiori autunnali dappertutto, dovunque vi fosse un po' di spazio per piantarli. Evidentemente li curava una mano esperta. C'erano aiuole intorno alle chiese e tra le tombe. Anche la casetta di legno, ad un piano, con un portico davanti all'ingresso, nella quale si trovava la cella dello starec, era circondata da fiori.

venerdì 9 luglio 2021

LA CITTA' DE I KARAMAZOV



 LA CITTA' DE I KARAMAZOV

distretto di provincia, Skotoprigon'evsk  sul lago Il'men





Seguendo gli spostamenti di Aliosha abbiamo qualche idea della città, del monastero, delle case dei vari personaggi. 

"... La nostra piccola cittadina si estende su una superficie molto vasta..." libro I, cap. 3

"... Aveva appena attraversato la piazza e svoltato nel
vicolo che portava in via Michajlovskij, parallela alla Bol'šaja, ma separata da questa da un piccolo canale (la nostra città è interamente intersecata da canali)" libro IV, cap. 3

Il pittore Boris Kustodiev rappresenta così Staraya Russa, la città che forse ha ispirato Dostoevkij.

 




LIBRO 11 - capitolo II • Il piedino malato

Alëša era al corrente da molto tempo che la storia dello spaventoso caso si era diffusa per tutta la Russia, e - Dio mio! - quante notizie e corrispondenze sfrenate era riuscito a leggere
in quei due mesi, in mezzo alle informazioni veritiere, sul conto di suo fratello, dei Karamazov in genere e persino sul proprio conto. In un giornale avevano persino scritto che dopo l'assassinio del padre lui, per il terrore, si era fatto monaco asceta e si era chiuso in clausura. Un altro contraddiceva il precedente e diceva che lui, con la complicità dello starec Zosima, aveva scassinato la cassa del monastero e poi "se l'erano squagliata dal monastero". 

L'articolo che stava leggendo in quel momento dal giornale Dicerie si intitolava: 
"Da Skotoprigon'evsk (ahimè, è questo il nome della nostra cittadina che ho tenuto nascosto fino ad adesso) alla vigilia del processo Karamazov". 

Era piuttosto breve e la signora Chochlakova non veniva esplicitamente nominata; anzi, in generale, non si faceva nessun nome. 

Si informava semplicemente che l'assassino, che si apprestavano a giudicare fra tanto clamore, un capitano dell'esercito a riposo, personaggio di pessima fama, fannullone e reazionario, era continuamente coinvolto in intrighi amorosi e godeva in particolare dei favori di "alcune signore che si struggevano". 

 Una di queste, "una vedovella che si struggeva", che faceva di tutto per apparire giovane nonostante avesse una figlia già grande, era così affascinata da lui che soltanto due ore prima del delitto gli aveva offerto tremila rubli a patto che fuggisse seduta stante con lei alle miniere d'oro. 

 Ma il malfattore aveva preferito uccidere e derubare suo padre proprio della somma di tremila rubli, pensando di farla franca, piuttosto che trascinarsi in Siberia in compagnia delle grazie da quarantenne della sua dama che si struggeva. 

Questa scherzosa corrispondenza si concludeva, come si conviene, con espressioni di nobile sdegno contro l'immorale parricidio e il sistema della servitù feudale prima vigente. Dopo aver letto con interesse, Alëša ripiegò il foglio e lo restituì alla signora Chochlakova. «E allora non credete che si stia parlando di me?», riprese a cicalare.

martedì 8 giugno 2021

SPAZIO

 











SPAZIO

L'azione è ambientata in una cittadina per il momento anonima.
Nel secondo libro abbiamo un'ampia descrizione del monastero.

i luoghi degli illustratori




i luoghi dello sceneggiato 2007
















lunedì 31 maggio 2021

L'EREMO DELLO STAREC




I visitatori lasciarono le carrozze fuori dal recinto, alla foresteria, ed entrarono a piedi nel portone del monastero. Tranne Fëdor Pavloviè, nessuno della compagnia aveva mai visitato un monastero; Miusov non entrava in una chiesa che erano più o meno trent'anni. Egli si guardava intorno con una certa curiosità, non priva di affettata disinvoltura. Ma per la sua mente osservatrice, oltre agli edifici religiosi e di servizio, per altro abbastanza ordinari, all'interno del monastero non c'era niente da vedere. Gli ultimi fedeli stavano uscendo dalla chiesa, levandosi il berretto e segnandosi. In mezzo alla gente del popolo si notavano anche fedeli appartenenti ai ceti più alti della società: due o tre signore, un generale molto anziano; alloggiavano tutti alla foresteria. I mendicanti attorniarono subito i nostri visitatori, ma nessuno dette loro niente. Soltanto Petruša Kalganov trasse dal suo portamonete una moneta da dieci copeche e, nervoso e imbarazzato Dio solo sa perché, la allungò in tutta fretta a una vecchia, dicendo in fretta: «Dividetela equamente». Nessuno commentò questo suo gesto, quindi non c'era motivo di sentirsi in imbarazzo, eppure, notando questo, si confuse ancora di più.



 



«Lo starec Zosima vive nell'eremo, nell'eremo isolato, a circa quattrocento passi dal monastero, oltre il boschetto, oltre il boschetto...» «Lo so che è oltre il boschetto», gli rispose Fëdor Pavloviè, «ma non ci ricordiamo la strada, è un bel pezzo che non ci veniamo». «Ecco, entrate da quel portone e poi dritto per il boschetto...per il boschetto. Venite. Se volete... anch'io... Ecco, da questa parte, da questa parte...» Essi uscirono dal portone e si avviarono per il boschetto.


 




 «Guardate in che valle di rose vivono costoro!» E difatti, anche se non c'erano rose in quel momento, vi fiorivano una miriade di rari e stupendi fiori autunnali dappertutto, dovunque vi fosse un po' di spazio per piantarli. Evidentemente li curava una mano esperta. C'erano aiuole intorno alle chiese e tra le tombe. Anche la casetta di legno, ad un piano, con un portico davanti all'ingresso, nella quale si trovava la cella dello starec, era circondata da fiori.