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giovedì 7 ottobre 2021

IL PIEDINO MALATO

 




LIBRO 11

CAPITOLO 2


La signora Chochlakova 

era stata indisposta nelle ultime tre settimane: le si era inspiegabilmente 

gonfiato un piede e, sebbene non fosse costretta a letto, tuttavia restava 

mezza sdraiata tutto il giorno, in un attraente, ma ineccepibile déshabillé, 

sul canapè del suo boudoir. Alëša aveva notato con un sorrisetto innocente 

che la signora Chochlakova, a dispetto della sua indisposizione, aveva 

iniziato a dare sfoggio di eleganza: erano comparse certe cuffiette di 

merletto, certe camicette; e lui si era fatto un'idea della ragione di tutto ciò, 

anche se ricacciava quei pensieri come troppo frivoli. Negli ultimi due 

mesi, il giovane Perchotin era diventato un assiduo frequentatore della 

casa della signora Chochlakova. 

[...]


 L'articolo 

che stava leggendo in quel momento dal giornale Dicerie si intitolava: 

"Da 

Skotoprigon'evsk (ahimè, è questo il nome della nostra cittadina che ho 

tenuto nascosto fino ad adesso) alla vigilia del processo Karamazov". Era 

piuttosto breve e la signora Chochlakova non veniva esplicitamente 

nominata; anzi, in generale, non si faceva nessun nome. Si informava 

semplicemente che l'assassino, che si apprestavano a giudicare fra tanto 

clamore, un capitano dell'esercito a riposo, personaggio di pessima fama, 

fannullone e reazionario, era continuamente coinvolto in intrighi amorosi e 

godeva in particolare dei favori di "alcune signore che si struggevano". 

Una di queste, "una vedovella che si struggeva", che faceva di tutto per 

apparire giovane nonostante avesse una figlia già grande, era così 

affascinata da lui che soltanto due ore prima del delitto gli aveva offerto 

tremila rubli a patto che fuggisse seduta stante con lei alle miniere d'oro. 

Ma il malfattore aveva preferito uccidere e derubare suo padre proprio 

della somma di tremila rubli, pensando di farla franca, piuttosto che 

trascinarsi in Siberia in compagnia delle grazie da quarantenne della sua 

dama che si struggeva. Questa scherzosa corrispondenza si concludeva, 

come si conviene, con espressioni di nobile sdegno contro l'immorale 

parricidio e il sistema della servitù feudale prima vigente. Dopo aver letto 

con interesse, Alëša ripiegò il foglio e lo restituì alla signora Chochlakova. 

 «E allora non credete che si stia parlando di me?», riprese a cicalare. 

«Sono proprio io, ho perso quasi un'ora a proporgli le miniere d'oro e tutto 

d'un tratto, "le grazie da quarantenne"! Non si sta forse parlando di me? 

L'ha fatto apposta. Giudice eterno, perdonagli per le grazie da quarantenne, 

così come lo perdono io, ma questa è opera... questa è opera sapete di chi? 

Del vostro amico Rakitin».



CAPITOLO 4

MITIA PARLA CON ALEKSEI:

Scrive anche versi, il mascalzone. Ha decantato il piedino della Chochlakova, ah, ah, ah!» «L'ho sentito dire!», disse Alëša. «Lo hai sentito dire? E i versi li hai sentiti?» «No». «Io li ho, ecco: adesso te li leggo. Tu non lo sai, non te l'ho raccontato, ma qui c'è tutta una storia dietro. Mascalzone!


Tre settimane fa gli è saltato in mente di stuzzicarmi. Mi fa: "Tu hai messo il piede in fallo come un imbecille, solo per tremila rubli, mentre io ne spillerò centocinquantamila, mi sposerò una vedovella e mi comprerò una casa in muratura a Pietroburgo". E mi disse che stava corteggiando la Chochlakova, la quale, se da giovane non era stata una grande mente, adesso, a quarant'anni, aveva perso anche quel po' di cervello che aveva. "Ma è una molto sentimentale e io la conquisterò proprio grazie a questo. La sposerò, la condurrò a Pietroburgo e lì fonderò un giornale". E mentre lo diceva, aveva una animalesca, lasciva bava alla bocca, non già per la Chochlakova, ma per quei centocinquantamila rubli. E mi aveva convinto, mi aveva convinto; veniva sempre a trovarmi, ogni giorno: "Sta cedendo", mi diceva e raggiava dalla gioia. Ma tutto ad un tratto lo hanno cacciato: Perchotin Pëtr Il'iè ha avuto la meglio, bravo! Mi verrebbe voglia di baciarla quell'oca per averlo cacciato via di casa! Veniva a farmi visita e intanto aveva composto quei versucoli. Mi fa: "È la prima volta che mi sporco le mani, che scrivo dei versi di adulazione, ma per uno scopo utile. Una volta messe le mani sul capitale dell'oca, potrò dare il mio contributo alla società". Quelli come lui mettono sempre avanti la giustificazione sociale per ogni turpitudine che compiono! "Comunque", mi fa, "ho scritto meglio del tuo Puškin, dal momento che anche in una poesiola scherzosa come questa ho saputo infilarci dell'afflizione sociale". Quello che vuol dire su Puškin, lo capisco. Che farci, se da un uomo di talento qual era, ha descritto soltanto piedini femminili! Ma vedessi come andava fiero dei suoi versucoli! Hanno una presunzione quelli come lui, una presunzione! "Sulla convalescenza del piedino malato del mio bene amato", ha pensato a questo titolo, è un uomo brillante! Quel piedino, quel piedino si è gonfiato un pochettino! I dottori arrivano, curano e bendano, ma alla guarigione non pervengono Non per i piedini io temo, tema quello per Puškin più adatto, ma per la testolina io temo che di un'idea non vuol prendere atto Lei capiva un pochettino ma il piedin l'ha ostacolata, che guarisca quel piedino e l'idea sia riacquistata. Un maiale, un vero maiale, ma gli è riuscita una cosa spiritosa a quel farabutto! E ci ha davvero inserito qualcosa di "sociale". E come s'è arrabbiato quando l'hanno cacciato! Digrignava i denti!» «E si è subito vendicato», disse Alëša. «Ha scritto quella corrispondenza sulla Chochlakova». E Alëša gli raccontò in breve il contenuto del trafiletto comparso sul giornale Dicerie.

DICERIE

 





L'articolo che stava leggendo in quel momento dal giornale Dicerie si intitolava: 

"Da Skotoprigon'evsk (ahimè, è questo il nome della nostra cittadina che ho tenuto nascosto fino ad adesso) alla vigilia del processo Karamazov". 

Era piuttosto breve e la signora Chochlakova non veniva esplicitamente nominata; anzi, in generale, non si faceva nessun nome. Si informava semplicemente che l'assassino, che si apprestavano a giudicare fra tanto clamore, un capitano dell'esercito a riposo, personaggio di pessima fama, fannullone e reazionario, era continuamente coinvolto in intrighi amorosi e godeva in particolare dei favori di "alcune signore che si struggevano". Una di queste, "una vedovella che si struggeva", che faceva di tutto per apparire giovane nonostante avesse una figlia già grande, era così affascinata da lui che soltanto due ore prima del delitto gli aveva offerto tremila rubli a patto che fuggisse seduta stante con lei alle miniere d'oro. Ma il malfattore aveva preferito uccidere e derubare suo padre proprio della somma di tremila rubli, pensando di farla franca, piuttosto che trascinarsi in Siberia in compagnia delle grazie da quarantenne della sua dama che si struggeva. Questa scherzosa corrispondenza si concludeva, come si conviene, con espressioni di nobile sdegno contro l'immorale parricidio e il sistema della servitù feudale prima vigente. Dopo aver letto con interesse, Alëša ripiegò il foglio e lo restituì alla signora Chochlakova. «E allora non credete che si stia parlando di me?», riprese a cicalare. «Sono proprio io, ho perso quasi un'ora a proporgli le miniere d'oro e tutto d'un tratto, "le grazie da quarantenne"! Non si sta forse parlando di me? L'ha fatto apposta. Giudice eterno, perdonagli per le grazie da quarantenne, così come lo perdono io, ma questa è opera... questa è opera sapete di chi? Del vostro amico Rakitin».

mercoledì 11 agosto 2021

PERCHOTIN DALLA CHOCHLAKOVA

 Erano le undici in punto quando entrò a casa della signora Chochlakova. Fu ammesso in cortile abbastanza in fretta, ma quando domandò se la signora fosse sveglia o dormisse, il portinaio non rispose nulla di preciso, tranne che di solito, a quell'ora, era già a letto. «Chiedete di sopra, se vorranno ricevervi, vi riceveranno, se no, non vi riceveranno». Pëtr Il'iè salì di sopra, ma l'impresa si presentò tutt'altro che facile. Il servitore non voleva riferire della sua visita e alla fine chiamò la cameriera. Pëtr Il'iè le chiese gentilmente, ma con insistenza, di riferire alla padrona che era venuto Perchotin, un impiegato del luogo, per una questione particolare, e che se non fosse stata una questione importante non avrebbe mai osato venire, "ripetete esattamente queste mie parole", chiese alla ragazza. Quella andò a riferire. Egli rimase ad aspettare in anticamera. La signora Chochlakova non stava dormendo, anche se si era già ritirata in camera sua. Era rimasta sconvolta dopo la recente visita di Mitja e aveva il presentimento che quella notte non avrebbe potuto evitare l'emicrania che di solito la colpiva in quelle occasioni. Sentendo il messaggio della ragazza, ella ne fu molto sorpresa, ma rifiutò irritata di ricevere l'ospite, anche se la visita inattesa a quell'ora di notte, di un "impiegato del luogo", a lei sconosciuto, stuzzicava enormemente la sua curiosità femminile. Ma questa volta Pëtr Il'iè era ostinato come un mulo: udito il rifiuto a riceverlo, egli chiese con estrema insistenza di riferire un altro messaggio "esattamente con le stesse parole", e cioè che egli era venuto "per una faccenda di eccezionale importanza e che la signora avrebbe potuto rimpiangere, in futuro, di non averlo ricevuto in quel momento". «Stavo rischiando proprio grosso», raccontava egli stesso in seguito. La cameriera lo guardò con tanto d'occhi, poi andò a riferire il secondo messaggio. 







La signora Chochlakova ne fu colpita, ci pensò su, chiese che aspetto avesse il visitatore e venne a sapere che era "ben vestito, giovane e molto gentile di modi". Noteremo fra parentesi, e di sfuggita, che Pëtr Il'iè era un giovanotto piuttosto attraente e ne era consapevole. La signora Chochlakova si decise ad uscire. Indossava già la vestaglia e le pantofole, ma si gettò sulle spalle uno scialle nero. L'"impiegato" fu invitato a passare in salotto, dove poco prima era stato ricevuto Mitja. La padrona di casa si presentò al giovanotto con un'aria severa e interrogativa e, senza invitarlo ad accomodarsi, gli domandò direttamente: «Che cosa volete?» «Mi sono deciso a importunarvi, signora, per via del nostro comune conoscente, Dmitrij Fëdoroviè Karamazov», fece per esordire Perchotin, ma, appena pronunciato quel nome, notò sul viso della padrona di casa una fortissima irritazione. Per poco ella non gettò uno strillo e lo interruppe con veemenza. «Per quanto tempo ancora dovrò essere tormentata da questo orribile uomo?», gridava istericamente. 

«Come avete osato, egregio signore, importunare una signora che non conoscete, in casa sua, e a una tale ora... per mettervi a parlare di un uomo che qui stesso, in questo stesso salotto, solo tre ore fa, è venuto per uccidermi, e se n'è andato sbattendo i piedi come nessuno esce da una casa perbene. Sappiate, egregio signore, che reclamerò contro di voi, che non ve la lascerò passare, e adesso favorite andarvene immediatamente... Sono una madre, e ora... io... io...» «Uccidervi! Così voleva uccidere anche voi?» «Perché, ha ucciso qualcun altro?», domandò di slancio la signora Chochlakova. «Se solo mi degnaste della vostra attenzione per mezzo minuto, signora, in due parole vi chiarirei ogni cosa», rispose Perchotin con fermezza. «Oggi, alle cinque di pomeriggio, il signor Karamazov ha preso in prestito da me, in via del tutto amichevole, la somma di dieci rubli e io so per certo che egli non aveva denaro; eppure oggi stesso alle nove egli è entrato in casa mia tenendo in mano, in bella vista, un mucchietto di banconote da cento rubli, per un ammontare di due, forse tremila rubli. Aveva le mani e il viso imbrattati di sangue e lui stesso sembrava uscito di senno. Alla mia domanda su dove si fosse procurato quel denaro, egli mi ha risposto che li aveva appena ricevuti da voi e che voi gli avevate prestato quella somma di tremila rubli per andare, così ha detto, alle miniere d'oro...» 














 Il viso della signora Chochlakova assunse un'espressione di intensa e sofferente agitazione. «Dio mio! Ha ucciso suo padre!», esclamava battendo le mani. «Non gli ho mai dato del denaro, mai! Oh, correte, correte!... Non dite una parola di più! Salvate il vecchio, correte da suo padre, correte!» «Scusate, signora, e così voi non gli avete dato denaro? Voi ricordate con sicurezza di non avergli dato alcuna somma di denaro?» «Non gli ho dato nulla, non gli ho dato nulla! Mi sono rifiutata di darglielo perché non aveva saputo apprezzare il mio aiuto. Egli è corso via sbattendo i piedi come una furia. Si è scagliato contro di me, io ho fatto un balzo per scansarlo... E vi dirò ancora, come a persona alla quale non ho intenzione di nascondere nulla, che mi ha persino sputato addosso, ve lo immaginate? Ma che stiamo a fare qui impalati? Ah, sedetevi... Scusate, io... Anzi, è meglio che corriate, correte, dovete correre e salvare quel disgraziato vecchio da una morte orribile!» «E se l'avesse già ammazzato?» «Ah, Dio mio, è vero! E allora che cosa possiamo fare? Che cosa possiamo fare secondo voi?» Nel frattempo aveva fatto accomodare Pëtr Il'iè e si era seduta lei stessa di fronte a lui. Pëtr Il'iè le espose brevemente, ma con sufficiente chiarezza, tutta la storia, o meglio quella parte della storia della quale era stato testimone, le raccontò dell'incontro di poco prima con Fenja e le riferì il particolare del pestello. Tutti quei dettagli produssero un effetto sconvolgente sulla signora, già esagitata, che continuava ad emettere gridolini e a coprirsi il volto con le mani... «Immaginate un po', che io prevedevo tutto questo! Io sono dotata di questa capacità: qualsiasi cosa io immagini, prima o poi si avvera. Quante, quante volte ho guardato quell'uomo tremendo e ho pensato: ecco un uomo che finirà per uccidermi. Ed è andata a finire proprio così... Cioè, anche se non ha ucciso me, ma soltanto suo padre, è stato sicuramente perché la mano divina della Provvidenza mi ha protetto e, soprattutto, perché egli si è vergognato di ammazzarmi dal momento che io stessa, in questo stesso luogo, gli ho messo al collo l'immaginetta con le reliquie della protomartire Barbara... E pensare quanto sono stata vicina alla morte in quel momento, mi sono avvicinata moltissimo a lui e lui ha allungato il collo verso di me! Sapete, Pëtr Il'iè (scusate, avete detto che vi chiamate Pëtr Il'iè, vero?), io non credo ai miracoli, ma quell'immaginetta e quell'evidente miracolo che mi è accaduto adesso, mi hanno sconvolta e sono di nuovo disposta ad avere fede in qualunque cosa. Avete sentito dello starec Zosima? Ma poi, non so quel che dico... Figuratevi, anche con l'immaginetta al collo ha avuto il coraggio di sputarmi addosso... Certo, si è limitato a sputare e non mi ha uccisa e poi è corso via come una saetta! E noi che cosa facciamo adesso, dove andiamo, voi che dite?» Pëtr Il'iè si alzò e annunciò che sarebbe andato direttamente dal capo della polizia per raccontargli ogni cosa e poi questi avrebbe fatto quello che riteneva giusto. «Ah, è una persona magnifica, magnifica, io conosco Michail Makaroviè. Senza dubbio, senza dubbio è la persona che fa al caso nostro. Come siete pratico, Pëtr Il'iè, come avete pensato bene a ogni cosa; sapete, al vostro posto a me non sarebbe mai venuto in mente!» «Tanto più che anche io conosco bene il capo della polizia», osservò Pëtr Il'iè, che si tratteneva lì in piedi, ma era evidentemente ansioso di scappar via al più presto da quell'impulsiva signora, che non gli dava modo di congedarsi e di andare dove doveva. «E sapete, sapete», continuava a cicalare, «tornate a riferirmi che cosa avete visto e sentito... che cosa scopriranno... come lo giudicheranno e in che modo lo condanneranno. Ditemi: da noi non c'è la pena di morte, vero? Ma venite assolutamente, anche alle tre di notte, anche alle quattro, persino alle quattro e mezzo... Ordinate che mi sveglino, che mi scuotano se non mi dovessi svegliare... Oh Dio, non credo nemmeno che mi addormenterò. Ma un momento, non farei meglio a venire con voi?» «No, signora, se solo mi scriveste di vostro pugno un paio di righe, per ogni evenienza, sul fatto che non avete mai dato denaro a Dmitrij Fëdoroviè, forse, potrebbe essere utile... per ogni evenienza...» «Certamente!», esclamò la signora Chochlakova saltellando eccitata al suo bureau. «Sapete, voi mi sbalordite, semplicemente mi sconvolgete con il vostro spirito pratico e la vostra capacità di districarvi in queste faccende... Lavorate qui in città? Che piacere sentire che lavorate qui...» E, mentre finiva di dire questo, buttò giù velocemente su un mezzo foglio di carta da lettera le seguenti righe, a grandi caratteri: "Non ho mai prestato in vita mia a quell'infelice di Dmitrij Fëdoroviè Karamazov (giacché nonostante tutto egli è un infelice) la somma di tremila rubli, e non gli ho mai prestato denaro, mai, mai! Lo giuro su tutto ciò che c'è di sacro a questo mondo. Chochlakova". «Ecco qui il bigliettino!» e si voltò rapidamente a Pëtr Il'iè. «Andate, salvatelo. È un nobile gesto da parte vostra». E fece tre volte il segno della croce su di lui. Poi corse fuori dalla stanza per accompagnarlo sino in anticamera. «Come vi sono grata! Voi non immaginate quanto vi sia grata per essere passato prima da me. Com'è che non ci siamo incontrati prima? Sarei molto lusingata di ricevervi da ora in poi in casa mia. E che piacere mi fa sentire che lavorate qui... e con una tale precisione, con una tale abilità pratica... Devono assolutamente apprezzare le vostre doti, devono infine comprendervi e se ci dovesse essere qualcosa che posso fare per voi, credetemi... Oh, amo tanto la gioventù! Sono innamorata della gioventù. I giovani sono il sostegno della nostra Russia che tanto soffre al momento, sono tutta la sua speranza... Oh, andate, andate!» Ma Pëtr Il'iè era già corso via, altrimenti lei non l'avrebbe fatto andare tanto facilmente. Comunque la signora Chochlakova gli aveva fatto un'impressione piuttosto buona, aveva persino attenuato la sua ansia per essere stato coinvolto in un affare così spiacevole. I gusti sono straordinariamente disparati, si sa. "E non è affatto così anziana", pensò compiaciuto; "al contrario l'avrei presa per sua figlia". Per quanto riguarda poi la signora Chochlakova, lei era stata semplicemente incantata dal giovanotto. "Un tale buon senso, una tale accuratezza e in un uomo così giovane, con i tempi che corrono, e poi quelle maniere, quel portamento! E poi dicono dei giovani moderni che non sono capaci di fare nulla, invece eccovi un esempio" e così via e così via. E così si dimenticò completamente del "terribile incidente"; solo mentre si coricava le sovvenne di nuovo "di essere stata così vicina alla morte" e disse: «Ah, ma è orribile, è orribile!». Ma poi si addormentò di colpo di un sonno profondo e dolce. Del resto, non mi sarei soffermato su questi particolari così banali e irrilevanti se questo eccentrico incontro, che ho appena descritto, del giovane impiegato con quella vedova, tutt'altro che attempata, non avesse segnato l'inizio dell'intera carriera di quel giovanotto così scrupoloso e accurato. La sua storia ancor oggi si ricorda con grande stupore qui in città e forse anche noi avremo da dire ancora qualche parolina a questo proposito quando concluderemo il lungo racconto sui fratelli Karamazov.