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domenica 30 maggio 2021

Gli starcy


 


V • Gli starcy 

REALISMO E FEDE

 ... ma a me sembra che Alëša fosse persino più realista di molti altri. 

Certo, quando era al monastero egli credeva fermamente nei miracoli ma, secondo me, i miracoli non metteranno mai a disagio un realista. Non sono i miracoli a fare propendere il realista verso la fede. Un vero realista, se non è credente, troverà sempre in se stesso la forza e la capacità di non credere neanche nel miracolo, ma se il miracolo diventasse un fatto innegabile lì davanti ai suoi occhi, egli sarebbe disposto a non credere ai propri sensi piuttosto che ammettere il fatto. E se lo ammettesse, lo ammetterebbe come un fatto naturale fino a quel momento a lui ignoto. In un realista non è la fede a nascere dal miracolo, ma è il miracolo a nascere dalla fede. E una volta che il realista crede, allora egli dovrà inevitabilmente ammettere, proprio per via del suo realismo, anche il miracolo. L'apostolo Tommaso disse che non avrebbe creduto finché non avesse visto e quando vide disse: «Signore mio, Dio mio!» Fu il miracolo a costringerlo a credere? È molto probabile di no: egli credette unicamente perché voleva credere e, forse, già credeva ciecamente, nel profondo del suo cuore, persino quando diceva: «Non crederò finché non avrò veduto». 

 Mi si potrà dire che Alëša fosse ottuso, poco colto, che non aveva finito la scuola e così via. Che non avesse finito la scuola è vero, ma dire che egli fosse ottuso o stupido sarebbe una grave ingiustizia. Ripeterò semplicemente quello che ho già detto: egli imboccò quella strada unicamente perché, a quel tempo, essa sola lo aveva colpito e si presentava a lui, per così dire, come l'ideale dell'esodo della sua anima che si strappava dalle tenebre per andare verso la luce. Aggiungete a questo che egli era già, in parte, un giovane dei nostri tempi, cioè onesto di natura, uno che desiderava la verità, la ricercava e ci credeva, e quando credeva in qualcosa, voleva prendervi parte immediatamente, con tutta la forza della propria anima, e poi sentiva l'esigenza dell'azione immediata e l'irresistibile desiderio di sacrificare anche tutto per essa, persino la vita. Eppure, purtroppo, questi giovani non si rendono conto che il sacrificio della vita è, forse, in molti casi, il più facile fra tutti i sacrifici e che sacrificare, per esempio, cinque o sei anni della propria impetuosa giovinezza a uno studio arduo e faticoso, al sapere, sebbene allo scopo di decuplicare in se stessi le forze per servire quella stessa verità e quella stessa causa che si è presa a cuore e che ci si è proposti di perseguire, è molto spesso superiore alle forze di molti di loro. Alëša aveva scelto la strada opposta a quella di tutti gli altri, ma con la stessa brama di azione immediata. Non appena si fu convinto, dopo una seria riflessione, dell'esistenza di Dio e dell'immortalità, egli si era subito detto, istintivamente: «Voglio vivere per l'immortalità, non accetto compromessi». Allo stesso modo, se avesse concluso che l'immortalità e Dio non esistono, sarebbe passato, detto fatto, dalla parte degli atei e dei socialisti (giacché il socialismo non è solo la questione operaia, o il cosiddetto quarto stato, ma è principalmente la questione dell'ateismo, la questione della forma che l'ateismo assume oggi, la questione della torre di Babele costruita senza Dio, non già per raggiungere il cielo dalla terra, ma per portare il cielo sulla terra). Ad Alëša sembrava persino strano e impossibile continuare a vivere come prima. È scritto: «Da' tutto quello che hai e seguimi se vuoi essere perfetto». E anche Alëša aveva detto a se stesso: «Non posso dare due rubli al posto di "tutto" e andare alla messa invece di "seguire Lui"». Forse nei ricordi della sua prima infanzia era rimasta traccia del monastero alla periferia della nostra cittadina, dove la madre probabilmente lo portava a messa. Può darsi che sulla sua immaginazione abbiano influito anche i raggi obliqui del sole che tramontava davanti all'immagine sacra, verso la quale lo protendeva la sua mamma, la klikuša. Tutto assorto nei suoi pensieri era arrivato da noi, forse solo per dare un'occhiata, per vedere se lì si dava tutto o soltanto due rubli, ma poi nel monastero aveva incontrato quello starec...

LO STAREC ZOSIMA

Quello starec, come ho già spiegato prima, era lo starec Zosima; ma a questo punto bisognerebbe spiegare chi siano in generale gli starcy nei nostri monasteri ed è un peccato che in questo campo non mi senta abbastanza competente e ferrato. Tenterò comunque di dire quattro parole a proposito, a grandi linee. In primo luogo, i competenti e gli specialisti dicono che gli starcy e l'istituto dello starèestvo abbiano fatto la loro comparsa fra di noi, nei nostri monasteri russi, in tempi molto recenti - pare che non sia passato nemmeno un secolo - mentre in tutto l'Oriente ortodosso, in particolare nel Sinai e sul Monte Athos, esistono da più di mille anni. Sostengono che lo starèestvo sia esistito anche da noi nella Rus' in tempi remoti, o per lo meno che debba senz'altro essere esistito, ma in seguito alle sciagure che si abbatterono sulla Russia - il dominio tataro, il periodo dei torbidi, l'interruzione delle precedenti relazioni con l'Oriente, seguita alla conquista di Costantinopoli, - questa istituzione cadde nell'oblio e gli starcy cessarono di esistere. Lo starèestvo venne ripristinato fra noi verso la fine del secolo scorso, per merito di uno dei grandi anacoreti (come lo chiamano), Paisij Velièkovskij, e dei suoi discepoli, ma a tutt'oggi, dopo ben cento anni, questo istituto esiste solo in pochi monasteri ed è stato persino oggetto di una sorta di persecuzione, come fosse stata un'innovazione inaudita in Russia. Lo starèestvo ha prosperato nella nostra Rus' soprattutto nel celebre eremitaggio di Kozel'skaja Optina. Ignoro chi e quando lo abbia introdotto nel monastero alla periferia della nostra città, ma a quel tempo vi si contava già la terza generazione di starcy, l'ultima delle quali era rappresentata dallo starec Zosima, ma anche lui ormai stava morendo per il deperimento e la malattia e non vi era nessuno che potesse prendere il suo posto. Era una questione importante per il nostro monastero, poiché fino ad allora esso non si era distinto per nulla di particolare: non vi si conservavano reliquie di santi, né icone miracolose, non godeva nemmeno di tradizioni gloriose legate alla nostra storia, non figuravano a suo nome imprese storiche o meriti patriottici. Aveva prosperato ed acquisito fama in tutta la Russia proprio grazie agli starcy; per vederli e ascoltarli affluivano da noi moltitudini di fedeli dall'intera Russia, anche da migliaia di verste di distanza. Ma allora che cos'è uno starec? Lo starec è colui che accoglie la vostra anima, la vostra volontà nella propria anima, nella propria volontà. Quando scegliete uno starec, voi rinunciate alla vostra volontà e gliela affidate in completa sottomissione, con assoluta abnegazione. Questo tirocinio, questa terribile scuola di vita viene accettata spontaneamente da colui che offre se stesso, nella speranza, al termine della lunga prova, di sconfiggere il proprio essere e di dominarsi fino al punto di conquistare infine, attraverso una vita di ubbidienza, la libertà assoluta, vale a dire la libertà da se stesso, per evitare il destino di coloro che hanno vissuto tutta una vita senza trovare dentro di sé se stessi. 




Questa istituzione, lo starèestvo appunto, non è fondata sulla teoria, ma è nata in Oriente da una pratica ormai millenaria. Gli obblighi nei confronti dello starec non corrispondono alla consueta "ubbidienza" che è sempre esistita nei nostri monasteri russi. Lo starèestvo impone la confessione perpetua di tutti coloro che si sono assoggettati allo starec e il legame indissolubile tra colui che lega e colui che è legato. Si narra per esempio che una volta, agli albori del cristianesimo, un novizio che non aveva eseguito un certo ordine impartitogli dallo starec, lasciò il suo monastero in Siria e andò in Egitto. Lì, dopo molte grandi imprese, meritò finalmente di patire i tormenti e il martirio per la fede. Mentre la comunità, che lo considerava già un santo, gli dava una degna sepoltura, all'esclamazione del diacono: «Catecumeni, uscite», la bara con il corpo del martire si staccò dal suo posto e fu scaraventata fuori dalla chiesa per ben tre volte. Solo alla fine vennero a sapere che quel santo martire aveva rotto il voto di ubbidienza abbandonando il suo starec e per questo, senza l'assoluzione dello starec, non poteva nemmeno essere perdonato nonostante avesse compiuto grandi gesta. Solo quando lo starec, convocato per l'occasione, lo sciolse dal voto di ubbidienza, poté aver luogo la sepoltura. Naturalmente, questa è solo un'antica leggenda, ma ecco un episodio recente: un monaco dei giorni nostri conduceva vita ascetica sul Monte Athos quando un bel giorno il suo starec gli ordinò di lasciare il Monte Athos, che egli amava con tutta la sua anima come una cosa sacra, come un rifugio di pace, e di andare prima a Gerusalemme a rendere omaggio ai luoghi sacri, e poi di tornare in Russia, al nord, in Siberia: «Là è il tuo posto, non qui». Confuso e stravolto dal dolore, il monaco si presentò dal patriarca ecumenico a Costantinopoli e lo pregò di scioglierlo dal voto di ubbidienza; ma ecco che l'autorità suprema gli rispose che non solo lui, patriarca ecumenico, non poteva fare una cosa simile, ma che in tutta la terra non c'era, né ci poteva essere autorità in grado di scioglierlo dal voto d'ubbidienza, una volta che questo gli era stato imposto da uno starec, fatta eccezione per l'autorità di quello stesso starec che glielo aveva imposto. 


Quindi gli starcy sono investiti di un potere che in certi casi è assoluto e imperscrutabile. Ecco perché in molti monasteri da noi lo starèestvo è stato persino oggetto di persecuzione. Nel contempo il popolo ha cominciato immediatamente a nutrire un grande rispetto per gli starcy. 

Dagli starcy del nostro monastero, per esempio, affluivano in massa sia gente del popolo sia persone eminenti allo scopo di prostrarsi dinanzi a loro e confessare i propri dubbi, i propri peccati, le proprie sofferenze, chiedere consiglio e guida. Vedendo questo, i detrattori degli starcy gridavano, oltre alle solite accuse, che qui si mortificava con arroganza e leggerezza il sacramento della confessione, sebbene la pratica di aprire continuamente la propria anima allo starec da parte del novizio e dei laici non abbia affatto il carattere di sacramento. Comunque, l'istituto dello starèestvo ha finito col resistere a queste accuse e pian pianino sta prendendo piede nei monasteri russi. Forse è anche vero che questo sperimentato e ormai millenario strumento di rigenerazione morale dell'uomo dalla schiavitù alla libertà e al perfezionamento morale può trasformarsi in un'arma a doppio taglio, perché potrebbe condurre qualcuno, invece che all'umiltà e al completo autocontrollo, proprio all'orgoglio più satanico, e quindi alla schiavitù e non alla libertà. 



 Lo starec Zosima aveva circa sessantacinque anni, proveniva da una famiglia di proprietari terrieri; un tempo, nella prima giovinezza, era stato militare e aveva prestato servizio in Caucaso con il grado di ufficiale superiore. Senza dubbio, egli aveva colpito Alëša per qualche speciale qualità della sua anima. Alëša viveva nella stessa cella dello starec, che lo amava molto e lo aveva accolto presso di sé. Occorre notare che, pur vivendo nel monastero, Alëša allora non aveva alcun obbligo, poteva andare dove voleva, assentarsi anche per giorni interi, e se indossava la tonaca, lo faceva volontariamente, per non distinguersi dagli altri. E senza dubbio questo gli faceva piacere. È probabile che sull'immaginazione giovanile di Alëša producesse un forte effetto il potere e la fama che circondavano incessantemente la persona dello starec. Dello starec Zosima molti dicevano che, avendo egli ammesso alla propria presenza, per tanti anni, tutti quelli che venivano ad aprirgli il proprio cuore, desiderosi di un suo consiglio e di una sua parola consolatoria, aveva accolto nella sua anima tante di quelle rivelazioni, sofferenze, confessioni da acquisire alla fine una preveggenza così acuta che gli bastava un'occhiata al viso dello sconosciuto visitatore per intuire il motivo della sua visita, che cosa voleva e persino che tipo di sofferenza tormentava la sua coscienza; egli alle volte destava meraviglia, turbamento e persino spavento nel suo visitatore quando questi si accorgeva che lo starec conosceva il suo segreto prima ancora di aver aperto bocca. Ma Alëša notava quasi sempre che molti, quasi tutti, coloro che si recavano per la prima volta dallo starec per un colloquio a quattr'occhi, entravano impauriti e agitati ma uscivano sereni e contenti, e anche il viso più cupo diveniva felice. Alëša fu particolarmente impressionato anche dal fatto che lo starec non era affatto severo; al contrario egli era quasi sempre allegro. 


 I monaci dicevano che egli si affezionava a chi aveva più peccato: più uno aveva peccato e più egli lo amava. Fra i monaci ci furono quelli che odiarono e invidiarono lo starec fino alla fine dei suoi giorni, ma erano rimasti in pochi e tacevano, sebbene tra di loro ci fossero alcune personalità molto note e importanti nel monastero, come per esempio uno dei monaci più anziani, un campione nell'attenersi alla regola del silenzio e uno straordinario digiunatore. 


Tuttavia la stragrande maggioranza stava ormai, senza ombra di dubbio, dalla parte dello starec Zosima e fra di essi molti lo amavano con tutto il cuore, fervidamente, sinceramente; alcuni nutrivano per lui una devozione che sfiorava il fanatismo. Questi ultimi dichiaravano apertamente, ma non proprio ad alta voce, che egli era un santo, che non c'erano più dubbi su questo, e, prevedendo l'imminente sua dipartita, si attendevano addirittura miracoli immediati e una grande gloria nel prossimo futuro per il monastero grazie all'estinto. Anche Alëša credeva incondizionatamente nella potenza miracolosa dello starec, così come incondizionatamente credeva al racconto della bara volata fuori dalla chiesa. 


Egli vedeva che molti dei fedeli che arrivavano con bambini o anziani parenti malati affinché lo starec imponesse loro le mani e recitasse una preghiera su di loro, tornavano ben presto, alcuni persino il giorno dopo e, in ginocchio, in lacrime davanti allo starec, lo ringraziavano per la guarigione dei loro malati. Si trattava di vera guarigione o soltanto di un naturale miglioramento nel decorso della malattia? Alëša non si poneva nemmeno una tale domanda, giacché egli era già fermamente convinto della potenza spirituale del maestro e gioiva della gloria di lui come di un trionfo personale. Il suo cuore palpitava in particolar modo, ed egli sembrava tutto raggiante, quando lo starec usciva per incontrare la folla di fedeli che aspettava la sua apparizione presso le porte dell'eremo: era tutta gente semplice, convenuta da ogni parte della Russia apposta per vedere lo starec e ricevere la sua benedizione. Essi si inchinavano dinanzi a lui, piangevano, gli baciavano i piedi, baciavano la terra che lui calpestava, urlavano, le donne protendevano verso di lui i propri figli, gli avvicinavano le klikuši malate. 

Lo starec parlava con loro, recitava una breve preghiera, li benediceva e li congedava. Negli ultimi tempi si era così indebolito per gli attacchi della malattia da non avere la forza di uscire dalla cella, e i fedeli alle volte lo aspettavano nel monastero per alcuni giorni. Alëša non si domandava nemmeno il motivo per cui lo amavano tanto, si prostravano davanti a lui, piangevano per la commozione solo nel vedere il suo viso. Egli comprendeva benissimo che per l'anima umile del popolo russo, estenuato dalla fatica e dal dolore, e soprattutto dalle eterne angherie e dal costante peccato, proprio e del resto dell'umanità, non ci poteva essere esigenza e consolazione più grandi di trovare un oggetto sacro o un santo, cadere in ginocchio e prostrarsi davanti ad esso: «Da noi c'è il peccato, l'ingiustizia, la tentazione, tuttavia esiste un posto sulla terra dove c'è un santo, un essere superiore. In compenso da lui c'è giustizia, in compenso egli conosce la verità; quindi esse non si estinguono sulla terra e un giorno verranno anche da noi e regneranno su tutta la terra, come ci è stato promesso». Alëša sapeva che il popolo pensa e ragiona proprio in questo modo, egli questo lo comprendeva, e sul fatto che lo starec fosse un santo, il difensore della giustizia divina agli occhi del popolo - egli non aveva il minimo dubbio al pari di quei contadini in lacrime e delle loro donne malate che protendevano i figli verso lo starec. La convinzione che lo starec, una volta morto, avrebbe portato al monastero una fama straordinaria dominava l'anima di Alëša forse ancora più fermamente di quella di chiunque altro al monastero. E in generale, in quell'ultimo periodo, una sorta di profonda, ardente esaltazione interiore infiammava il suo cuore con sempre maggior forza. Non era affatto turbato dal fatto che quello starec fosse comunque un essere unico: «Egli è pur sempre un santo, nel suo cuore è riposto il segreto della rigenerazione per tutti, quella potenza che instaurerà finalmente la giustizia nel mondo e tutti saranno santi, tutti si ameranno l'un l'altro, non ci saranno più ricchi e poveri, trionfatori e umiliati, ma saranno tutti figli di Dio e avrà inizio il vero regno di Cristo». Ecco quello che sognava Alëša nel suo cuore.


L'arrivo di entrambi i suoi fratelli, che fino a quel momento non aveva mai conosciuto, sembrò produrre una fortissima impressione su Alëša. Con il fratello Dmitrij Fëdoroviè, che pure arrivò più tardi, egli instaurò subito un rapporto più intimo che con l'altro fratello (suo fratello uterino), Ivan Fëdoroviè. Gli interessava moltissimo conoscere il fratello Ivan, ma erano già due mesi che vivevano sotto lo stesso tetto, e sebbene si vedessero abbastanza spesso, non avevano per niente familiarizzato: Alëša, da parte sua, era taciturno e sembrava che aspettasse qualcosa, che fosse intimorito da qualcosa, mentre Ivan, anche se Alëša aveva notato all'inizio i suoi lunghi sguardi curiosi, ben presto non lo aveva più degnato di attenzione. Alëša notò questo con un certo turbamento. Egli attribuì l'indifferenza del fratello alla differenza d'età esistente fra di loro e soprattutto al diverso grado di istruzione. Ma Alëša si domandava se quell'assenza di curiosità e simpatia nei suoi confronti fossero causati da qualcosa che egli ignorava del tutto. Gli sembrava, per qualche ragione, che Ivan fosse assorbito da qualcosa, qualcosa di interiore e importante, che egli mirasse a uno scopo, forse, molto arduo da raggiungere, e che quindi non avesse tempo per lui, e che quello fosse l'unico motivo per il quale fosse così distratto nei suoi confronti. Alëša si domandava anche se non si trattasse pure di disprezzo, il disprezzo di un colto ateo nei confronti di uno stupido novizio. Egli sapeva benissimo che suo fratello era ateo. Non poteva offendersi di quel disprezzo, se di disprezzo si trattava: tuttavia, con un certo allarmato turbamento, a lui stesso incomprensibile, aspettava il momento in cui il fratello avrebbe desiderato avvicinarsi a lui. Il fratello Dmitrij Fëdoroviè mostrava una profondissima stima nei confronti del fratello Ivan e parlava di lui con una certa gravità, tutta speciale. Alëša aveva appreso da Dmitrij Fëdoroviè tutti i particolari di quella importante faccenda che aveva legato i due fratelli negli ultimi tempi in un rapporto stretto e straordinario. L'opinione entusiastica di Dmitrij sul fratello Ivan era tanto più significativa agli occhi di Alëša in quanto il fratello Dmitrij, in confronto a Ivan, era quasi del tutto privo di istruzione ed entrambi, messi l'uno accanto all'altro, costituivano un tale netto contrasto di personalità e carattere che, forse, sarebbe stato impossibile concepire due persone più diverse di loro. 

RIUNIONE DI FAMIGLIA

 Fu proprio in quel periodo che ebbe luogo l'incontro o, per meglio dire, la riunione fra tutti i membri di quella dissestata famiglia nella cella dello starec, riunione che doveva avere una portentosa influenza su Alëša. 


 Il pretesto di quella riunione in realtà era inconsistente. In quel periodo il disaccordo tra Dmitrij Fëdoroviè e Fëdor Pavloviè, in merito all'eredità e alla valutazione dei beni, era arrivato a un livello intollerabile. I loro rapporti si erano inaspriti ed erano diventati insostenibili. 

IDEA DI FEDOR

Pare che Fëdor Pavloviè avesse lanciato per primo, e per scherzo, l'idea che tutti si riunissero nella cella dello starec Zosima, allo scopo, se non proprio di ricorrere alla sua diretta intermediazione, almeno di giungere ad un accordo in maniera più decorosa, sotto l'influenza ispiratrice e riappacificatrice della dignità e della persona dello starec.

DMITRIJ ACCETTA LA PROPOSTA

Dmitrij Fëdoroviè, che non aveva mai visitato né visto lo starec, pensò ovviamente che il padre in quel modo lo volesse spaventare, ma poiché si era più volte rimproverato in cuor suo di molti suoi recenti scatti d'ira nella disputa con il padre, accettò l'invito. 


Noteremo a proposito che egli non viveva in casa del padre, come Ivan Fëdoroviè, ma per conto proprio, all'altro capo della città. 

MIUSOV ADERISCE

Accadde che anche Pëtr Aleksandroviè Miusov, che in quel periodo viveva nella nostra città, si attaccasse in modo particolare a quella idea di Fëdor Pavloviè. Liberale degli anni '40 e '50, libero pensatore e ateo, egli, forse per noia o forse per frivolo passatempo, ebbe un ruolo eccezionale in quella vicenda. 

Gli venne improvvisamente voglia di vedere il monastero e il "santo". 

Dal momento che ancora si protraevano le vecchie dispute con il monastero ed andava per le lunghe la causa sul confine fondiario dei suoi possedimenti, sui diritti di taglio nel bosco e di pesca nel fiume e via dicendo, egli si affrettò a sfruttare la situazione con la scusa di volersi mettere d'accordo di persona con il padre igumeno per vedere se fosse possibile ricomporre i loro contrasti in maniera pacifica. 

Avrebbero certo accolto con maggiore attenzione e considerazione un visitatore animato da tali lodevoli intenzioni, piuttosto che un semplice curioso. In seguito a tutte queste considerazioni, si poté organizzare una specie di pressione interna al monastero sullo starec malato che, negli ultimi tempi, non abbandonava quasi mai la cella e, a causa della malattia, non riceveva neanche i visitatori abituali. 


LO STAREC FISSA LA DATA

Andò a finire che lo starec dette il suo consenso e si fissò la data. 


«Chi mi ha messo a fare da giudice fra di loro?», si limitò a commentare con un sorriso ad Alëša. 

 Quando Alëša venne a sapere dell'incontro, ne fu molto turbato. Egli capiva che, in mezzo a quei litiganti e contendenti, l'unico che potesse prendere sul serio quel convegno era senza dubbio il fratello Dmitrij; tutti gli altri sarebbero venuti con propositi fatui e forse anche offensivi nei confronti dello starec. 


Il fratello Ivan e Miusov sarebbero venuti mossi dalla curiosità, e probabilmente della specie più volgare, mentre suo padre sarebbe venuto forse allo scopo di recitare qualcuna delle sue farse. Oh, anche se non parlava, Alëša conosceva a fondo suo padre! Lo ripeto: quel ragazzo non era affatto così ingenuo come molti lo consideravano. Attendeva con apprensione la data prefissata. Senza dubbio egli si preoccupava molto, nel profondo del suo cuore, di come potessero concludersi quei disaccordi familiari. Nondimeno era più di tutto preoccupato per lo starec: egli trepidava per lui, per la sua fama, temeva gli oltraggi alla sua persona, soprattutto l'ironia sottile e garbata di Miusov e le mezze reticenze sprezzanti del colto Ivan: ecco come prevedeva che sarebbe andata a finire. 


Egli voleva quasi azzardarsi a mettere in guardia lo starec, anticipargli qualcosa sulle persone che sarebbero potute venire, ma ci ripensò e tacque. 

MISSIVA A DMITRIJ

Mandò soltanto a dire al fratello Dmitrij, attraverso un conoscente, alla vigilia dell'incontro che gli voleva molto bene, e che si aspettava che lui mantenesse la promessa. Dmitrij stette lì a pensare, perché non riusciva assolutamente a ricordare quale promessa gli avesse fatto e rispose per lettera che avrebbe fatto del suo meglio per resistere «davanti alla bassezza», ma per quanto rispettasse profondamente lo starec e il fratello Ivan, era convinto che quell'incontro sarebbe stato un tranello per lui oppure un'indegna farsa. 

«Tuttavia, ingoierei la lingua piuttosto che mancare di rispetto a quel santo uomo che tu stimi tanto»: così concluse Dmitrij la sua missiva. Alëša non ne fu gran che sollevato. 

Facciamo il punto: libro primo


 


Libro primo. Storia di una famiglia.

1. Fëdor Pavlovitch Karamazov.
2. Si disfa del primo figlio.
3. Secondo matrimonio e figli di secondo letto.
4. Il terzo figlio Alësha.
5. Gli «starcy».


CONSIDERAZIONI

Dostoevskij fin dalle prime righe rivela al lettore l'evento centrale nel romanzo:
"... Fëdor Pavloviè Karamazov, assai noto ai suoi tempi (e del resto ancor oggi ricordato fra noi) per la sua tragica e oscura fine, avvenuta esattamente tredici anni fa e della quale parlerò a tempo debito."
  • tutto il primo libro è un flashback
  • i luoghi dove si svolge la vicenda sono indicati genericamente, (città, distretto, governatorato), mentre sono indicati con precisione i luoghi verso cui si spostano i personaggi (la prima moglie scappa a Pietroburgo, Ivan vive a Mosca, Miusov fa frequenti viaggi a Parigi, dopo la morte della seconda moglie Fedor va ad Odessa, Zosima e Dmitrij fanno gli ufficiali nel Caucaso)
  • vengono messe a fuoco due istituzioni della società russa: la famiglia e il monastero
  • si vanno delineando storie e i caratteri dei personaggi principali
  • c'è attenzione ad indicare le classi sociali d'appartenenza e le fonti di reddito
  • un po' di date: - tempo della scrittura del romanzo1879 - tempo degli eventi raccontati 13 anni prima 1866 - riferimenti ai fatti storici del '48 francese testimoniati dal secondo viaggio a Parigi di Miusov
  • età dei personaggi nel 1866: Dmitrij 28 anni, Ivan 24, Aleksei 20; Fedor 55, lo starec Zosima 65
  • chi sta raccontando?

EDUCAZIONE E FORTUNE DEI TRE FRATELLI: DMITRI

 DMITRI



BENI

DOTE MADRE ADELAIDE MIUSOVA

Fëdor Pavloviè, il quale, come adesso è noto, le arraffò d'un sol colpo tutti i soldi, ben venticinquemila rubli, subito dopo che quella li ebbe ricevuti, cosicché per lei fu come se si fossero letteralmente volatilizzati. 

Quanto a unA PICCOLA TENUTA e a una casa di città abbastanza bella, 

che costituivano anch'essi parte della dote, egli cercò per lungo tempo e con tutti i mezzi di farli intestare a suo nome, con qualche atto opportuno, e probabilmente ci sarebbe riuscito, non foss'altro, diciamo così, per il disprezzo e la ripugnanza che ispirava continuamente alla propria consorte con quelle sue vergognose suppliche e estorsioni, nonché per la stanchezza emotiva di lei e per il desiderio di levarselo di torno. Per fortuna, però, la famiglia di Adelaida Ivanovna si mise di mezzo e pose freno a quella piovra. 


il fedele servo di quella casa, Grigorij, prese il piccolo Mitja, di soli tre anni, sotto la propria tutela e se non ci fosse stato lui a prendersi cura del piccolo probabilmente nessuno gli avrebbe mai cambiato la camicina. Accadde inoltre che, in un primo momento, anche i parenti materni del bambino parvero quasi essersi dimenticati di lui. Suo nonno, cioè il signor Miusov, padre di Adelaida Ivanovna, a quei tempi non era più tra i vivi; sua moglie, la nonna di Mitja, rimasta vedova e trasferitasi a Mosca, era gravemente malata, le sorelle si erano sposate, così per un anno intero a Mitja toccò vivere dal servo Grigorij e abitare nell'izba della servitù


Pëtr Aleksandroviè aveva una proprietà che gli garantiva una vita indipendente, di circa mille anime secondo le vecchie misurazioni. La magnifica tenuta si trovava alle porte della nostra cittadina e confinava con le terre del nostro rinomato monastero, con il quale Pëtr Aleksandroviè, sin dagli anni della prima giovinezza, subito dopo l'assegnazione dell'eredità, aveva intrapreso immediatamente una causa interminabile per il diritto di pesca nel fiume o di taglio nel bosco, non so con precisione, ma aveva ritenuto persino un suo dovere di cittadino e persona illuminata far causa ai "clericali"


Pëtr Aleksandroviè condusse la faccenda con fervore e fu persino nominato tutore del bambino (congiuntamente a Fëdor Pavloviè), visto che dopo la morte della madre gli erano pur sempre rimasti una piccola tenuta, una casa e un podere. Mitja si trasferì di fatto da questo cugino di secondo grado, ma questi non aveva una famiglia propria e, dal momento che lui stesso, subito dopo aver sistemato e assicurato i redditi delle sue proprietà, si affrettò subito a partire per Parigi per un lungo periodo, ecco che affidò il bambino a una sua zia di secondo grado, una nobildonna moscovita. 


MOSCA

 Accadde che, vivendo permanentemente a Parigi, anche lui si dimenticò del bambino, soprattutto quando ebbe inizio quella rivoluzione di febbraio che tanto colpì la sua immaginazione e che egli non poté dimenticare per tutta la vita. 

La nobildonna moscovita morì e Mitja passò a una delle sue figlie maritate. 

Pare che in seguito abbia cambiato nido per la quarta volta. 


In primo luogo, questo Dmitrij Fëdoroviè fu l'unico dei tre figli di Fëdor Pavloviè a crescere nella convinzione di possedere ancora un certo patrimonio e che quando avrebbe raggiunto la maggiore età, sarebbe stato indipendente. 



Condusse un'adolescenza e una giovinezza da scapestrato: non terminò il ginnasio, si iscrisse a una scuola militare, andò a finire in Caucaso, prestò servizio, si batté a duello, fu degradato, tornò a prestar servizio, gozzovigliò parecchio e scialacquò una somma relativamente consistente. Cominciò a ricevere denaro da Fëdor Pavloviè solo dopo aver raggiunto la maggiore età e fino a quel momento contrasse debiti


Quattro anni più tardi, quando Mitja, persa la pazienza, ricomparve nella nostra cittadina per definire una volta per tutte la faccenda con il genitore, risultò inaspettatamente, con sua somma meraviglia, che egli non possedeva proprio un bel niente, che era persino difficile fare i conti, che aveva ricevuto da Fëdor Pavloviè in contanti l'intero controvalore della sua proprietà e che forse doveva pure qualcosa al genitore; che in seguito a questo e quest'altro affare, che egli stesso aveva voluto intraprendere in questa e quell'altra occasione, non aveva diritto a esigere nient'altro e così via. Il giovane rimase esterrefatto, subodorò la menzogna, l'inganno, perse quasi il controllo di sé.

EDUCAZIONE E FORTUNE DEI TRE FRATELLI: IVAN e ALEKSEI







 IVAN E ALEKSEI

LA MADRE

Sof 'ja Ivanovna, anche lei molto giovane, in un altro governatorato nel quale era passato per via di un piccolo appalto in società con un certo ebreo.


 Esattamente tre mesi dopo la morte di Sof'ja Ivanovna, la generalessa apparve all'improvviso nella nostra città e andò personalmente, dritta dritta a casa di Fëdor Pavloviè;

gli comunicò che avrebbe portato via con sé entrambi i bambini, dopo di che li prese così com'erano, li avvolse in un coperta, li mise a sedere in carrozza e li portò nella sua città.


Successe però che anche la generalessa morì di lì a poco, ma nel testamento aveva disposto l'assegnazione di mille rubli a testa ad entrambi i piccini «per la loro educazione e affinché quei soldi fossero spesi esclusivamente per loro, ma in modo che bastassero sino alla loro maggiore età perché una simile elargizione era persino troppo per gente del genere, se poi qualcuno ne aveva voglia che sborsasse lui» e così via.


 L'erede principale della vecchietta, tuttavia, si rivelò una persona onesta, 

il maresciallo della nobiltà di quello stesso governatorato, Efim Petroviè Polenov. 



si prese cura degli orfani di persona e si affezionò in particolar modo al più giovane, Aleksej, tanto che questi per molto tempo visse con lui come uno di famiglia. Prego il lettore di prendere nota di questo sin dall'inizio. Se quei giovani dovevano essere grati a qualcuno per tutta la vita per l'istruzione e l'educazione ricevute, quel qualcuno era proprio 

Efim Petroviè, uomo di generosità e umanità rare a incontrarsi. 

Egli mise da parte i mille rubli a testa che la generalessa aveva lasciato in eredità ai ragazzi, senza toccarli, in modo che, giunti alla maggiore età, trovassero un capitale raddoppiato dagli interessi, e garantì loro un'istruzione a proprie spese; sicuramente investì per ciascuno di loro molto di più di mille rubli. Anche questa volta non mi dilungherò, per il momento, in un racconto dettagliato della loro infanzia e giovinezza, ma segnalerò solo le circostanze principali.

IVAN

Non so come, con esattezza, ma in qualche modo accadde che egli si separò dalla famiglia di Efim Petroviè, all'età di tredici anni circa, per passare in un ginnasio di Mosca e a pensione da un pedagogo esperto e al tempo famoso, un amico di infanzia di Efim Petroviè. Ivan stesso raccontò in seguito che tutto era accaduto, per così dire, «a causa della smania di buone azioni» di Efim Petroviè, entusiasta all'idea che un ragazzo di capacità geniali fosse educato da un istitutore geniale. 

Ma né Efim Petroviè né il geniale istitutore erano più fra i vivi, quando il giovanotto, terminato il ginnasio, si iscrisse all'università. 

Dal momento che Efim Petroviè aveva dato disposizioni poco chiare, anche la riscossione del denaro personale che la generalessa tiranna aveva lasciato in eredità ai bambini - e che era raddoppiata grazie agli interessi rispetto ai mille rubli iniziali - fu tirata per le lunghe per le diverse formalità e i ritardi, assolutamente inevitabili da noi, pertanto 

Nei primi due anni d'università il giovanotto si trovò in serie ristrettezze perché fu costretto, per tutto quel tempo, a provvedere da solo al proprio mantenimento e contemporaneamente a dedicarsi allo studio. 

È degno di nota che allora non volle fare nemmeno il tentativo di mettersi in contatto con il padre per via epistolare, forse per orgoglio, forse per disprezzo nei suoi confronti, oppure semplicemente per il freddo buon senso che gli suggeriva che da un paparino come quello non avrebbe ricevuto nessun vero appoggio. In ogni caso, il giovanotto non si perse d'animo e si mise a lavorare, dapprima con le lezioni private a venti copeche, poi correndo per le redazioni dei giornali per consegnare articoletti di dieci righe sugli incidenti stradali firmati "Un testimone".


Ivan Fëdoroviè aveva terminato gli studi universitari e si accingeva a partire per l'estero con i suoi duemila rubli, quando all'improvviso pubblicò, su uno dei giornali più importanti, uno strano articolo che attirò su di sé persino l'attenzione dei non addetti ai lavori, e, per di più, a proposito di un argomento che non doveva essergli molto familiare, visto che si era laureato in scienze naturali. L'articolo riguardava una questione dibattuta dovunque in quel periodo: i tribunali ecclesiastici. 

Alla fin fine i più perspicaci decretarono che tutto l'articolo non era che una farsa irriverente, una presa in giro. Menziono questo episodio soprattutto perché quell'articolo penetrò tempestivamente anche nel nostro rinomato monastero fuori città, dove la questione dei tribunali ecclesiastici riscuoteva largo interesse; vi penetrò e vi produsse la più caotica confusione. Dopo aver appreso il nome dell'autore, si prese ancora maggiore interesse alla faccenda, in quanto questi era nativo della nostra città e figlio «proprio di quel Fëdor Pavloviè». Ed ecco che all'improvviso, esattamente in quel periodo, l'autore in carne ed ossa si fece vivo dalle nostre parti. 


ALEKSEI

Tutti amavano questo giovane, dovunque egli andasse, e questo sin dagli anni dell'infanzia. 


Quando si trovò a casa del suo benefattore e educatore, Efim Petroviè Polenov, egli conquistò il cuore di tutti i membri di quella famiglia, tanto che quelli lo consideravano a tutti gli effetti uno di loro. Eppure era entrato in quella famiglia in una così tenera età nella quale è impossibile sospettare scaltrezza calcolata, ipocrisia o abilità di insinuarsi nelle grazie altrui, di piacere e farsi benvolere. Dunque il dono di farsi amare egli lo possedeva dentro di sé, per così dire, nella propria natura, spontaneamente, senza dover ricorrere ad artifici. 

Dopo la morte di Efim Petroviè, Alëša frequentò ancora per due anni 

 il ginnasio del governatorato. 

L'inconsolabile consorte di Efim Petroviè, quasi subito dopo la morte di lui, partì per un lungo viaggio in Italia con tutta la famiglia, costituita interamente da elementi di sesso femminile,

mentre Alëša finì a casa di due signore che non aveva mai visto prima, 

 lontane parenti di Efim Petroviè, ma lui stesso ignorava in base a quali accordi. 

Un tratto persino spiccatamente tipico del suo carattere consisteva nel fatto che egli non si preoccupava mai di chiarire a spese di chi vivesse. In questo egli era completamente l'opposto di suo fratello maggiore, Ivan Fëdoroviè, che era vissuto in ristrettezze per i primi due anni all'Università, mantenendosi solo grazie al proprio lavoro, e che sin da bambino era sempre stato amaramente consapevole di vivere sulle spalle del loro benefattore. 


Non terminò il corso di studi al ginnasio; (FORSE HA 18 ANNI)

gli rimaneva ancora un anno intero quando informò all'improvviso le signore che lo ospitavano che si sarebbe recato da suo padre per una certa faccenda che gli era venuta in mente. 

Quelle ci rimasero molto male e non volevano lasciarlo andare. 

Il viaggio costava pochissimo e le signore non gli permisero di impegnare l'orologio, che gli aveva regalato la famiglia del benefattore prima di partire per l'estero, e lo rifornirono di mezzi in abbondanza, persino di un vestito e di biancheria nuovi. 

Egli, comunque, restituì la metà del denaro, spiegando che voleva assolutamente fare il viaggio in terza classe.


Ed ecco che quasi subito dopo aver visitato la tomba della madre, Alëša gli comunicò, di punto in bianco, di voler entrare al monastero e che i monaci erano disposti ad accoglierlo come novizio

«Hmm, avevo il presentimento che avresti finito con il fare una cosa del genere, ti figuri? Tiravi dritto proprio verso quella direzione. Be', certo, hai i tuoi duemila rubletti, quella è la tua dote, ma io, angelo mio, io non ti lascerò mai, sono disposto a versarti in questo momento la cifra necessaria se me la chiederanno. 


mercoledì 21 settembre 2016

IL PADRE AL MOMENTO DEL RITORNO DEI FIGLLI


FIODOR PAVLOVIC KARAMAZOV

A proposito di Fëdor Pavloviè, prima dell'arrivo di Alëša, egli si era assentato per un bel pezzo dalla nostra città. Tre, quattro anni dopo la morte della seconda moglie si era recato nel sud della Russia e alla fine si era trovato ad Odessa dove aveva vissuto alcuni anni di seguito. Dapprima, secondo le sue stesse parole, aveva frequentato «molti giudei, giudee, giudeucci e giudeini», tanto che finì per essere accolto non solo dai giudei «ma anche dagli ebrei». È probabile che proprio in quel periodo della sua vita egli sviluppasse una particolare abilità nell'accumulare ed estorcere denaro. Fece di nuovo e definitivamente ritorno nella nostra cittadina solo tre anni prima dell'arrivo di Alëša. Gli amici di un tempo lo trovarono terribilmente invecchiato, benché non fosse poi così vecchio. Si comportava in modo non certo più dignitoso di prima, anzi era diventato ancora più spudorato. 

Per esempio, nel buffone di un tempo era spuntata l'insolente esigenza di far fare i buffoni agli altri. 

La sua depravazione con il gentil sesso non era la solita di sempre, ma addirittura più disgustosa. Presto istituì un gran numero di nuove bettole nel distretto. 

Era evidente che possedeva forse un capitale di centomila rubli o poco meno. Molti abitanti della città e del distretto presero subito a indebitarsi con lui, a fronte di garanzie più che consistenti, s'intende. 

Negli ultimissimi tempi si era come inflaccidito, aveva iniziato a perdere l'equilibrio, l'autocontrollo, era caduto persino in uno stato di trasandatezza, cominciava con il fare una cosa e finiva con un'altra, si disperdeva e sempre più spesso si ubriacava da non reggersi in piedi e se non fosse stato per il servitore Grigorij, ormai anch'egli molto invecchiato, che si prendeva cura di lui, a volte come un vero istitutore, forse Fëdor Pavloviè avrebbe passato un sacco di guai.[...] 

DESCRIZIONE FISICA
Ho già detto che si era molto inflaccidito.
La sua fisionomia in quel periodo presentava alcuni tratti 
che testimoniavano chiaramente 
il tipo e la natura di vita che aveva condotto fino a quel momento.
Oltre alle lunghe e carnose borse sotto gli occhi minuti,
dall'espressione eternamente
impudente, sospettosa e beffarda,
oltre a una miriade di profonde rughe
che gli solcavano il viso piccolo ma grasso,
sotto il mento aguzzo
gli pendeva anche un grosso pomo d'Adamo,
carnoso e allungato come un portamonete,
che gli conferiva un'aria disgustosamente lasciva.
Aggiungete a questo una lunga bocca vorace
con le labbra carnose
tra le quali spuntavano piccoli frammenti 
di denti neri quasi sgretolati.
Spruzzava saliva ogni volta che iniziava a parlare.
Del resto, egli stesso amava scherzare sul suo viso,
sebbene pareva che ne fosse abbastanza soddisfatto.
Soleva indicare soprattutto il proprio naso, non molto grosso,
ma affilato e sensibilmente aquilino:

«Un vero naso romano», diceva:
«insieme al pomo d'Adamo, mi dà una vera fisionomia
da patrizio dell'antica Roma nel periodo decadente».

Sembrava che ne andasse fiero.


giovedì 15 settembre 2016

LA GENERALESSA, ZIA DI SOFJA

7. LA GENERALESSA 




UNA BENEFATTRICE-TIRANNA 

...“Illustre vegliarda vedova del generale Vorochov” si prende cura degli orfani: di Sofia Ivanovna prima e, quando lei muore, dei suoi figli Ivan e Alioscia.
Magnanima sì, ma con la sensibilità di uno schiacciasassi:
“… il carattere bisbetico e gli eterni rimproveri di quella vecchia, che, forse, non era cattiva tiranneggiava intollerabilmente il prossimo per NOIA.”
Sofia è così felice che prima tenta il suicidio e poi fugge con Fedor Karamazov e la nobildonna condanna e maledice.
«Ben le sta, Dio l'ha punita per la sua ingratitudine»
Ma se durezza e dispotismo annientano i remissivi,
risultano sacrosanti per i furfanti!
Fedor avrà una volta tanto il trattamento meritato!
ALCUNI SCHIAFFI BEN ASSESTATI
“Esattamente tre mesi dopo la morte di Sof'ja Ivanovna, la generalessa apparve all'improvviso nella nostra città e andò personalmente, dritta dritta a casa di Fëdor Pavloviè;
in città si trattenne in tutto una mezz'oretta,
eppure ne combinò delle belle.
Era sera. Fëdor Pavloviè, che lei non aveva
mai più rivisto durante quegli otto anni, le si presentò davanti piuttosto alticcio.
Dicono che lei, senza alcuna spiegazione, non appena lo vide
gli assestò all'istante due sonori ceffoni coi fiocchi,
e per tre volte gli tirò un ciuffo di capelli dall'alto verso il basso;
poi, senza dire una parola,
si diresse dritta nell'izba dai due bambini.
Le bastò un'occhiata
per accorgersi che i bambini non erano lavati e avevano la biancheria sporca;
allora, di punto in bianco, dette uno schiaffo pure a Grigorij
e gli comunicò che avrebbe portato via con sé entrambi i bambini,
dopo di che li prese così com'erano, li avvolse in un coperta,
li mise a sedere in carrozza e li portò nella sua città.”




illustrazione:Valentin Serov, L'attrice Maria Ermolova, 1905.

mercoledì 7 settembre 2016

IL TERZO FIGLIO: Aleksej

9. ALEKSIEJ FEDOROVIE KARAMAZOV


IL TERZO FIGLIO



                                       illustrazione: Il'ja Sergeevič Glazunov, Illustrazioni per I fratelli Karamazov.

UN EROE IN TONACA DA NOVIZIO

"... Solo il figlio minore, Aleksej Fëdoroviè, viveva già da un anno
fra di noi, dal momento che era arrivato prima degli altri fratelli. 

Ecco,
proprio di questo Aleksej mi è più difficile parlare in questa mia
introduzione, prima di farlo uscire sulla scena del romanzo.

Ma mi tocca
scrivere una premessa anche su di lui, almeno per chiarire per tempo un
punto molto strano, e cioè: 

sono costretto a presentare ai lettori il futuro
eroe in tonaca da novizio dalla prima scena del suo romanzo. 

Sì, era già un
anno che viveva nel nostro monastero
e sembrava che si stesse preparando
a rimanervi in clausura per tutta la vita.

Egli allora aveva appena vent'anni (suo fratello Ivan ne aveva
ventiquattro e il maggiore, Dmitrij, ventotto)."


CARATTERE


Nell'infanzia e nella
prima giovinezza, egli era stato introverso e persino taciturno, ma non per
diffidenza, né per timidezza o cupa misantropia, anzi era persino il
contrario, ma per qualche altra ragione, per qualche inquietudine interiore,
strettamente personale che non riguardava gli altri, ma così importante per
lui che, a causa di essa, quasi dimenticava le altre persone. Tuttavia amava
la gente: in tutta la sua vita aveva sempre avuto fiducia nelle persone e, nel
contempo, nessuno mai lo aveva considerato uno sciocco o un ingenuo.
C'era qualcosa in lui che diceva e faceva intuire (e questo gli rimase per
tutta la vita) che egli non voleva essere giudice delle persone, che non
voleva arrogarsi il diritto di biasimare e che non avrebbe mai condannato
nessuno. Sembrava persino che egli accettasse tutto senza mai
disapprovare, anche se a volte soffriva molto amaramente. E non solo: egli
arrivò al punto che nessuno poteva sorprenderlo o spaventarlo in alcun
modo, e questo sin dalla prima giovinezza. Giunto a casa del padre all'età
di vent'anni, in quell'antro di sordida depravazione, egli, casto e puro
com'era, si limitava ad allontanarsi in silenzio quando lo spettacolo gli
diventava intollerabile, ma senza l'ombra di disprezzo o di condanna per
chicchessia. 

Persino suo padre, 
che un tempo era stato un parassita e
quindi era persona permalosa e suscettibile, 
dopo averlo accolto sulle
prime con burbera diffidenza 
(diceva «sta molto zitto e rimugina molto fra sé»), 
finì con l'abbracciarlo e baciarlo con incredibile frequenza, e non
erano passate che due settimane dal suo arrivo; certo, questo accadeva
quando era brillo e vittima del suo sentimentalismo da ubriacone, tuttavia
era evidente che aveva preso a volergli un bene profondo e sincero che mai
un uomo come lui aveva provato per qualcuno...
Tutti amavano questo giovane, dovunque egli andasse, e questo sin
dagli anni dell'infanzia.  [...]



Una volta Pëtr Aleksandroviè Miusov, uomo estremamente
sensibile rispetto ai soldi e alla rettitudine borghese, dopo aver osservato

attentamente Aleksej, pronunciò su di lui il seguente aforisma: 


«Ecco,
forse, l'unico uomo al mondo che se rimanesse all'improvviso da solo e
senza soldi nella piazza di una città sconosciuta di un milione di abitanti,
non si perderebbe affatto d'animo e non morirebbe né di fame né di freddo,
perché in un batter d'occhio lo rifocillerebbero, in un batter d'occhio gli
troverebbero una sistemazione e, qualora non gliela trovassero gli altri, se
la troverebbe in un batter d'occhio da solo, e questo a lui non costerebbe
nessuno sforzo e nessuna umiliazione, e a chi lo accogliesse nessun peso,

ma forse, al contrario, questi lo considererebbe un piacere».

ASPETTO FISICO

Qualcuno fra i miei lettori potrebbe pensare che il mio giovanotto
avesse una natura cagionevole, esaltata, scarsamente sviluppata e fosse un
pallido sognatore, dal fisico consunto e emaciato.


Tutto il contrario: Alëša
a quel tempo era  un adolescente di diciannove anni, pieno di leggiadria, 
colorito e con lo sguardo limpido. 

Era snello, abbastanza alto, con i capelli biondo-scuro, un ovale
regolare, anche se un tantino allungato, occhi splendenti nel loro grigio-scuro,
 distanti fra di loro; era molto riflessivo e, in apparenza, molto tranquillo.
 Si dirà forse che le guance colorite non escludono né il fanatismo né il
misticismo, ma a me sembra che Alëša fosse persino più realista di molti
altri.

Libro primo, capitoli IV e V.


Mi si potrà dire che Alëša fosse ottuso, poco colto, che non aveva finito la scuola e così via. Che non avesse finito la scuola è vero, ma dire che egli fosse ottuso o stupido sarebbe una grave ingiustizia. 

Ripeterò semplicemente quello che ho già detto: egli imboccò quella strada unicamente perché, a quel tempo, essa sola lo aveva colpito e si presentava a lui, per così dire, come l'ideale dell'esodo della sua anima che si strappava dalle tenebre per andare verso la luce. 

Aggiungete a questo che egli era già, in parte, un giovane dei nostri tempi, cioè onesto di natura, uno che desiderava la verità, la ricercava e ci credeva, e quando credeva in qualcosa, voleva prendervi parte immediatamente, con tutta la forza della propria anima, e poi sentiva l'esigenza dell'azione immediata e l'irresistibile desiderio di sacrificare anche tutto per essa, persino la vita. 

 Eppure, purtroppo, questi giovani non si rendono conto che il sacrificio della vita è, forse, in molti casi, il più facile fra tutti i sacrifici e che sacrificare, per esempio, cinque o sei anni della propria impetuosa giovinezza a uno studio arduo e faticoso, al sapere, sebbene allo scopo di decuplicare in se stessi le forze per servire quella stessa verità e quella stessa causa che si è presa a cuore e che ci si è proposti di perseguire, è molto spesso superiore alle forze di molti di loro. 

Alëša aveva scelto la strada opposta a quella di tutti gli altri, ma con la stessa brama di azione immediata. Non appena si fu convinto, dopo una seria riflessione, dell'esistenza di Dio e dell'immortalità, egli si era subito detto, istintivamente: 

«Voglio vivere per l'immortalità, non accetto compromessi». 

Allo stesso modo, se avesse concluso che l'immortalità e Dio non esistono, sarebbe passato, detto fatto, dalla parte degli atei e dei socialisti 

(giacché il socialismo non è solo la questione operaia, o il cosiddetto quarto stato, ma è principalmente la questione dell'ateismo, la questione della forma che l'ateismo assume oggi, la questione della torre di Babele costruita senza Dio, non già per raggiungere il cielo dalla terra, ma per portare il cielo sulla terra). 









ALIOSHA E LA MADRE

ALIOSHA E LA MADRE



... ho già ricordato che, rimasto orfano della madre all'età di
soli quattro anni, egli serbò ricordo di lei per tutta la vita, ricordava il suo
viso, le sue carezze, «proprio come se stesse qui davanti a me in carne e
ossa», diceva. È possibile conservare simili ricordi, com'è noto, persino da
un'età più tenera, persino dai due anni, ma essi emergono per tutta la vita
come puntini luminosi nelle tenebre,
come il lembo lacerato di un enorme
quadro che si è sbiadito ed è svanito interamente
ad eccezione di quel
piccolo lembo.

FLASH BACK
Era la stessa cosa per lui: 
egli ricordava una mite sera
d'estate, la finestra aperta, i raggi obliqui del sole 
che tramontava
(ricordava soprattutto quei raggi obliqui), 
in un angolo della stanza
l'immagine sacra con un lumino acceso, 
davanti all'immagine, 
in ginocchio, singhiozzante fra strilli e strepiti, come in preda a una crisi
isterica, c'era sua madre che lo afferrava con entrambe le braccia, lo
stringeva forte sino a fargli male e pregava per lui la Madonna,
protendendolo dal suo abbraccio, con entrambe le mani, verso l'immagine,
come per affidarlo alla protezione della Vergine... 
all'improvviso irrompe
la balia e le strappa il bambino dalle braccia, spaventata.


Quello era il
quadro! Alëša ricordava anche il viso di sua madre in quell'istante: 
diceva che era delirante ma bellissimo, 
a giudicare da quello che ricordava. 
Ma di rado amava confidare questo ricordo a qualcuno. 


Libro I, capitolo IV • Il terzo figlio, Alësa, da p. 30 in poi