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venerdì 13 agosto 2021

NATURA E ANIMALI

 

LIBRO SESTO 

LA VITA DI ZOSIMA


Quand'ero giovane, molto tempo fa, sono passati quasi quarant'anni, padre Anfim ed io erravamo per tutta la Russia chiedendo la carità per il nostro monastero; una notte pernottammo sulla riva di un grosso fiume navigabile, insieme ai pescatori, e accanto a noi si venne a sedere un ragazzo contadino, d'aspetto dignitoso, sui diciotto anni, a giudicare dall'apparenza; il giorno dopo doveva correre alla sua destinazione per tirare un barcone di mercanti con l'alzaia. Notai che egli guardava dritto davanti a sé con lo sguardo limpido e commosso. Era una notte di luglio, luminosa, calma, mite, dall'ampio fiume saliva un vapore che ci rinfrescava, di tanto in tanto udivamo lo sciacquettio dei pesciolini, gli uccellini tacevano, era tutto silenzioso e magnifico, ogni cosa innalzava una preghiera a Dio. Noi due soltanto eravamo svegli, il ragazzo ed io, e parlavamo della bellezza di tutto il mondo di Dio e del suo grande mistero. 

 Ogni filo d'erba, ogni moscerino, ogni formica e ape dorata, ogni creatura conosce il proprio cammino così bene da lasciar sbalorditi, pur non avendone consapevolezza, essi testimoniano del mistero divino, e lo realizzano incessantemente, questo io dicevo e intanto vedevo che il cuore di quel giovane si infiammava. 

Mi disse che amava la foresta e gli uccelli del bosco, era un buon uccellatore, conosceva il fischio di tutti gli uccelli, sapeva come attirare ciascuna specie; disse pure che non c'era niente di più bello per lui che stare nella foresta, ma del resto tutto era bello. "È vero", gli risposi io, "è tutto bello e magnifico perché tutto è verità. Guarda", continuai, " il cavallo, quell'animale sublime, così vicino all'uomo, oppure il bue, che lo nutre e lavora per lui, pensieroso e a capo chino, guarda le loro facce: quanta mitezza, quanta devozione verso l'uomo che pure spesso li picchia senza pietà, quanta placidità, quanta fiducia e quanta bellezza nelle loro facce! Quello che commuove è pensare che essi sono liberi da qualunque peccato, giacché tutto è perfetto, tutto tranne l'uomo, tutto è senza macchia, e Cristo è con quelle creature da più tempo che con noi". "Perché", domandò il giovane, "Cristo è anche con loro?" "E come potrebbe essere diversamente", risposi io, "giacché il Verbo vale per tutti, e tutta la creazione e tutte le creature, finanche ogni singola fogliolina, aspirano al Verbo, cantano la gloria di Dio, piangono il Cristo, compiendo inconsapevolmente il mistero della loro vita libera da peccato. Ecco", gli dissi, "nella foresta si aggira un terribile orso, minaccioso e feroce, ma lui non ne ha nessuna colpa". 





E gli raccontai che una volta un orso si avvicinò ad un grande santo in eremitaggio in una piccola cella nella foresta, e il grande santo ebbe pietà di lui, uscì dalla sua cella, senza avere paura, e gli dette un pezzo di pane: "Va' e che Cristo sia con te!", gli disse e la belva feroce si allontanò senza fargli del male. Il ragazzo si commosse per il fatto che l'orso si fosse allontanato senza fare alcun male e che Cristo era con lui. "Ah com'è bello, com'è bello e meraviglioso il mondo di Dio!" Se ne stava seduto assorto nei suoi pensieri, tranquillo e sereno. Vidi che aveva capito. E scivolò accanto a me nel suo sonno leggero e innocente. Che Dio benedica la giovinezza! Pregai anche per lui e poi andai a dormire. Signore, manda la pace e la luce al tuo popolo!




Amate gli animali: Dio ha donato loro i rudimenti del pensiero e una gioia imperturbata. Non siate voi a turbarla, non li maltrattate, non privateli della loro gioia, non contrastate il pensiero divino. Uomo, non ti vantare di superiorità nei confronti degli animali: essi sono senza peccato, mentre tu, con tutta la tua grandezza, insozzi la terra con la tua comparsa su di essa e lasci la tua orma putrida dietro di te; purtroppo questo è vero per quasi tutti noi




LA GIUSTIZIA

 LA MACCHINA DELLA GIUSTIZIA E LA VERITA'



LIBRO SESTO

LA VITA DI ZOSIMA

IL VISITATORE MISTERIOSO

Il giorno del suo compleanno, ogni anno, a casa sua si teneva un grande ricevimento al quale partecipava mezza città. Anche quell'anno ci andarono tutti. Ed ecco che dopo il pranzo, egli si fece avanti al centro della sala con un documento fra le mani: una dichiarazione formale per i suoi superiori. E dal momento che i suoi superiori erano presenti, egli lesse quella dichiarazione ad alta voce davanti a tutti i convenuti: essa conteneva la descrizione del delitto in tutti i dettagli: "Mi separo dalla compagine umana perché sono un mostro. Dio mi ha visitato", concludeva il documento, "e io voglio soffrire!" Poi prese e poggiò sul tavolo tutti gli oggetti con i quali intendeva dimostrare la propria colpevolezza e che aveva conservato per quattordici anni: gli oggetti d'oro della defunta da lui rubati con l'intento di stornare i sospetti da sé, il medaglione e la croce strappati dal collo di lei - il medaglione conteneva il ritratto del suo fidanzato - un libretto di appunti e infine due lettere: la lettera del suo fidanzato, nella quale la informava del suo prossimo ritorno, e la risposta da lei cominciata, ma non finita, che aveva lasciato sul tavolo per spedirla il giorno dopo. Aveva preso per sé entrambe quelle lettere, a che scopo? A che scopo conservarle per quattordici anni invece di distruggerle in quanto prove? Ed ecco che cosa successe: tutti rimasero sbigottiti e inorriditi, ma nessuno voleva credergli, tutti lo avevano ascoltato con eccezionale interesse, ma come se si fosse trattato di un malato. Qualche giorno più tardi in ogni casa si era già deciso e stabilito che il disgraziato era uscito di senno. I superiori e le autorità giudiziarie non poterono fare a meno di avviare l'inchiesta, ma si arenarono anche loro; sebbene gli oggetti prodotti e le lettere costringessero a una riflessione, anche in quella sede si decise che, seppure quei documenti si fossero rivelati autentici, non si poteva emettere una sentenza definitiva esclusivamente sulla base di quei documenti. Poteva essere stata la signora stessa a consegnargli quegli oggetti, come ad un amico, perché li tenesse in custodia.


LIBRO NONO

LE TRIBOLAZIONI DI MITJA


 III • Pellegrinaggio di un'anima attraverso le tribolazioni. 

Tribolazione prima 


 E così Mitja se ne stava seduto ad osservare con occhi spiritati la gente intorno a lui, senza capire che cosa gli dicessero. Ad un tratto si alzò, slanciò in alto le braccia e gridò a voce alta: «Sono innocente! Di quel sangue sono innocente! Del sangue di mio padre sono innocente... Volevo ucciderlo, ma sono innocente! Non sono stato io! [...]


«E così, voi dichiarate con fermezza di non essere colpevole della morte di vostro padre, Fëdor Pavloviè?», domandò il giudice istruttore con dolcezza, ma con insistenza.


 «Sono innocente! Sono colpevole di un altro sangue, del sangue di un altro vecchio, ma non di quello di mio padre... E piangerò per quello! Ho ucciso, ho ucciso un vecchio, l'ho ucciso e l'ho atterrato... Ma è penoso rispondere per quell'omicidio con un altro omicidio, un omicidio terribile del quale sono innocente... È un'accusa terribile, signori, un colpo tra capo e collo! Ma chi ha ucciso mio padre, chi? Chi mai può averlo ucciso se non io? È inaudito, assurdo, impossibile!... » [...]


«E così, per il momento metteremo a verbale che voi respingete nella maniera più recisa l'accusa che è stata mossa contro di voi», proferì Nikolaj Parfenoviè con aria grave e, giratosi verso lo scrivano, gli dettò a mezza voce quello che doveva scrivere. «Mettere a verbale? Voi volete mettere questo a verbale? Allora verbalizzate pure, sono d'accordo, vi do il mio pieno consenso, signori... Solo, vedete... Aspettate, aspettate, scrivete così: "Di violenza egli è colpevole, delle pesanti percosse inflitte al povero vecchio, colpevole". E c'è ancora qualche cosa nel profondo del mio cuore di cui sono colpevole, ma questo non c'è bisogno di scriverlo», e si rivolse di scatto allo scrivano, «si tratta della mia vita privata in questo caso, signori, e questo, cioè il profondo del mio cuore, a voi non interessa... Ma dell'assassinio del vecchio mio padre, sono innocente! È un'idea folle! È un'idea completamente folle... Ve lo proverò e vi convincerete da soli immediatamente. Voi riderete, signori, vi sbellicherete dalle risa per aver sospettato di me!»

mercoledì 21 luglio 2021

LETTERE: IL MIRACOLO

LETTERA DELLA CHOCHLAKOVA: IL MIRACOLO

 LIBRO QUARTO • LACERAZIONI I • Padre Ferapont




Alëša si era allontanato dalla cella solo perché era stato chiamato in segreto da Rakitin, il quale era tornato dalla città con una strana lettera indirizzata ad Alëša da parte della signora Chochlakova. La missiva informava Alëša di una circostanza molto strana e che giungeva incredibilmente a proposito. Si trattava di questo: il giorno prima, fra le fedeli del popolo convenute per venerare lo starec e riceverne la benedizione, c'era stata quell'anziana donna che veniva dalla città, la Prochorovna, la vedova del sottufficiale. Aveva chiesto allo starec il permesso di commemorare suo figlio Vasen'ka con una messa funebre, come se fosse morto; il figlio era andato lontano per motivi di servizio, in Siberia, ad Irkutsk, ed era più di un anno che ella non riceveva notizie. Quindi lo starec le aveva risposto con severità, vietandole di fare una commemorazione che riteneva simile a un maleficio. Ma, poi, l'aveva perdonata per la sua ignoranza e aveva aggiunto una frase consolatoria, "come se avesse letto nel libro del futuro" (così si esprimeva la signora Chochlakova nella sua lettera): "Suo figlio Vasja era sicuramente vivo, sarebbe tornato di persona al più presto, oppure le avrebbe spedito una lettera, che lei nel frattempo tornasse a casa e aspettasse. E ci credereste?", aggiungeva eccitata la signora Chochlakova, "la profezia dello starec si è avverata per filo e per segno, e c'è dell'altro". L'anziana signora era appena tornata a casa quando le fu consegnata la lettera che aspettava dalla Siberia. E non solo: in quella lettera, scritta in viaggio, da Ekaterinburg, Vasja informava sua madre che stava tornando in Russia in compagnia di un impiegato e che, tre settimane dopo l'arrivo di quella lettera, "sperava di poter riabbracciare la madre". La signora Chochlakova pregava insistentemente e caldamente Alëša di informare il padre igumeno e tutta la comunità di questo nuovo "miracolo di predizione" che si era compiuto: "Devono saperlo tutti, tutti!", esclamava a conclusione della sua lettera. La lettera era stata scritta in fretta e furia, di corsa, l'agitazione della scrivente si rifletteva in ogni riga. Ma Alëša non dovette comunicare nulla alla comunità, tutti erano già al corrente di tutto: Rakitin aveva incaricato lo stesso monaco che aveva mandato da Alëša di "riferire con profonda deferenza al reverendo padre Paisij che lui, Rakitin, aveva una certa notizia, una notizia di importanza tale che non avrebbe osato esitare nemmeno un minuto per comunicargliela e chiedeva umilmente perdono per la sua presunzione." Poiché il monaco aveva riferito a padre Paisij la richiesta di Rakitin prima di andare da Alëša, a quest'ultimo, dopo aver letto la lettera, non rimase altro che consegnarla a padre Paisij a titolo di documento. Ed ecco che persino quest'uomo austero e diffidente, dopo aver letto con aria accigliata la notizia del "miracolo", non riuscì a trattenere del tutto una certa emozione. Gli occhi gli scintillarono, sulle labbra gli affiorò ad un tratto un sorriso grave e solenne. «Vedremo grandi cose, forse», gli sfuggì improvvisamente.

lunedì 29 maggio 2017

Cucina russa

IL PRANZO DALL'IGOUMENO

Non si trattava di una sala da
pranzo vera e propria, perché il padre igumeno disponeva soltanto di

due
stanze, anche se molto più spaziose e confortevoli di quelle dello starec.

Anche l'arredamento delle stanze non si distingueva per particolare lusso:

i mobili erano in cuoio e mogano, secondo la vecchia moda degli anni '20;

i pavimenti erano addirittura grezzi;

in compenso tutto brillava di pulito,

alle finestre c'erano molti fiori pregiati;

ma in quel momento il principale
lusso di quei locali era rappresentato, naturalmente,

dalla tavola
magnificamente imbandita, (sempre relativamente parlando):

la tovaglia era candida,

le stoviglie luccicanti;

c'era pane di tre qualità cotto egregiamente,

due bottiglie dell'eccellente miele del monastero

e una grossa brocca di vetro con il kvas,
prodotto nel monastero e rinomato in tutti i dintorni.


Di vodka nemmeno l'ombra.

Rakitin raccontò in seguito
che il pranzo del giorno consisteva di cinque portate:

zuppa di storione e pirožki di pesce;

pesce in bianco cucinato in modo sopraffino e particolare,

polpette di storione,

gelato e frutta cotta,

per finire kisel' sul tipo del blancmanger.

Rakitin aveva fiutato tutte queste buone cose, dal momento che
non aveva saputo resistere e aveva sbirciato nella cucina dell'igumeno,

dove pure aveva i suoi contatti.


PRANZO IN CASA KARAMAZOV

IL SALONE

Secondo una vecchia
consuetudine, la tavola era apparecchiata in SALONE, anche se nella casa
c'era una sala da pranzo vera e propria.

Quella era la stanza più grande
della casa, arredata con una certa ostentazione vecchia maniera.
I mobili
erano decrepiti, bianchi, imbottiti di una vetusta tappezzeria rossa in misto
seta.

Sulle pareti comprese tra le finestre c'erano specchi dalle cornici
elaborate di antico intaglio, anch'esse bianche con decorazioni dorate.

Sulle pareti tappezzate di carta da parato bianca, in molti punti già frusta,
facevano bella mostra di sé due grandi ritratti:
uno di un certo principe, che
una trentina di anni prima era stato
generale-governatore del distretto
locale,
 e l'altro di un arcivescovo, anche quello deceduto da tempo.

Nell'angolo d'onore, presso l'ingresso, erano collocate alcune icone,
davanti alle quali di notte si accendeva una lampada... non tanto per
devozione quanto per illuminare l'ambiente per la notte.

Fëdor Pavloviè si
coricava molto tardi, verso le tre, le quattro del mattino e fino a quell'ora si
aggirava per la stanza oppure sedeva in poltrona a meditare. Era diventata
un'abitudine per lui. Non di rado dormiva completamente solo in casa e
mandava la servitù nella dipendenza, ma di solito anche il servo
Smerdjakov si tratteneva per la notte, dormiva su una panca in anticamera.


FINE PRANZO

Quando entrò Alëša, il pranzo era già terminato, ma erano appena stati
serviti il caffè e la marmellata. Fëdor Pavloviè amava i dolci con il cognac
dopo pranzo.
Anche Ivan Fëdoroviè era seduto a tavola e prendeva il suo
caffè. I servi Grigorij e Smerdjakov erano in piedi presso la tavola. Sia i
signori sia i servitori si trovavano in uno stato di insolita e vivace
animazione.



Fëdor Pavloviè rideva e sghignazzava rumorosamente; sin
dall'andito

Alëša aveva sentito la risata stridula che gli era tanto familiare,
e concluse immediatamente, dal suono di quella risata, che il padre era ben
lungi dall'essere ubriaco, ma che per il momento aveva raggiunto soltanto
lo stadio dell'ilarità.

«Ecco anche lui, ecco anche lui!», si mise a strillare Fëdor Pavloviè
rallegrandosi enormemente per l'arrivo di Alëša. «Unisciti a noi, siediti,
prendi un caffettino - certo, è di magro, ma è così caldo e buono! Non ti
offro il cognac, devi osservare il digiuno, ma ne vuoi, ne vuoi? No, è
meglio che ti dia un liquorino con i fiocchi! Smerdjakov, va' alla dispensa,
sul secondo scaffale a destra, eccoti le chiavi, corri!»
Alëša fece per rifiutare il liquore.

«Lo porteranno lo stesso, non per te, ma per noi», disse raggiante
Fëdor Pavloviè. «Ma aspetta, hai pranzato?»

«Sì, ho pranzato», rispose Alëša che, in verità, aveva mangiato solo
una fetta di pane e bevuto un bicchiere di kvas nella cucina dell'igumeno.

«Ma berrò volentieri un caffè caldo».

«Bravo il mio ragazzo! Berrà un caffettino. Lo facciamo riscaldare?
Ma no, è ancora bollente. È un caffè con i fiocchi, opera di Smerdjakov.
Per il caffè e la kulebjaka il mio Smerdjakov è un vero artista; anche per la
zuppa di pesce, a dire il vero. Un giorno vieni a mangiare la zuppa di
pesce, ma faccelo sapere per tempo... Ma aspetta... aspetta, poco fa non ti
avevo ordinato di trasferirti definitivamente, oggi stesso, qui con il
materasso e i cuscini? E allora, te lo sei trascinato dietro il materasso? Eh,
eh, eh!...»

«No, non l'ho portato», e si mise a ridere anche Alëša.

«Ma ti sei preso un bello spavento poco fa, vero? Ah, tesoruccio mio,
come potrei fare un affronto a te? Sai, Ivan, io non resisto quando vedo che
lui mi guarda in questo modo dritto negli occhi e che ride, non posso.
Cominciano a ridermi le viscere in risposta al suo sorriso, gli voglio un
bene! Alëška, vieni qui che ti do la benedizione paterna!»
Alëša si alzò, ma Fëdor Pavloviè fece in tempo a ripensarci.
«No, no, ti farò solo il segno della croce, ecco, siediti. Be', adesso ti
faremo divertire, e proprio nella tua materia. Ti farai delle belle risate. Qui
da noi ha cominciato a parlare l'asina di Balaam, e come parla, devi
sentire!»

IN TRATTORIA


Ivan però non si trovava in un salottino privato. Stava solo in un angolo vicino alla finestra chiuso da un paravento; comunque quelli seduti al di là del paravento non potevano vederli. Era la prima sala dopo l'entrata, con un buffet lungo la parete. C'era un continuo via vai di camerieri. L'unico avventore era un vecchio militare a riposo che beveva il
suo tè in un angolo. In compenso nelle altre sale della trattoria c'era il tipico trambusto delle trattorie: le urla di richiamo per i camerieri, il rumore delle bottiglie stappate, lo schiocco delle bocce, il frastuono dell'organetto. Alëša sapeva che Ivan non si recava quasi mai in quella trattoria e che, in genere, non amava le trattorie; dunque, pensò lui, si trovava lì solo per incontrare il fratello Dmitrij, secondo gli accordi. Eppure il fratello Dmitrij non c'era. 


«Ti ordino una zuppa di pesce oppure quello che vuoi, non vivrai mica di solo tè», gridò Ivan che sembrava al settimo cielo per aver invitato Alëša. Quanto a lui, aveva già finito di pranzare e stava bevendo il tè.  

«Vada per la zuppa di pesce e vada anche per il tè; ho davvero appetito», disse allegramente Alëša.

 «E la marmellata di amarene? Qui ce l'hanno. Ti ricordi che da piccoli dai Polenov ti piaceva tanto la marmellata di amarene?» 


«Te lo ricordi? Vada anche per la marmellata, mi piace molto anche adesso».  Ivan chiamò il cameriere e ordinò zuppa di pesce, tè e marmellata.

giovedì 22 settembre 2016

DOSTOEVSKIJ E IL CIELO STELLATO

Henri Matisse, Icaro (1944-47) Papier decoupé, illustrazione per Jazz.







DOSTOEVSKIJ E IL CIELO STELLATO

Incipit de « Le notti bianche »
Audiolibro

https://www.youtube.com/watch?v=xSfmZgK9mw0

Era una notte meravigliosa, 
una notte come forse ce ne possono essere soltanto 
quando siamo giovani, amabile lettore. 

Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso 

che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: 
è mai possibile che sotto un cielo simile 
possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? [...]
Da I fratelli Karamazov
Libro VII - cap. IV . Cana di Galilea



[...] La volta celeste, 
punteggiata di placide stelle splendenti, 
si stendeva ampia e sconfinata sopra di lui. 
La Via Lattea si allungava in due pallide striature dallo zenit all'orizzonte. 
La notte fresca e tranquilla sino all'immobilità avvolgeva la terra intera.

Le bianche torri e le cupole dorate della cattedrale 
rilucevano sullo sfondo del cielo color zaffiro. 
I lussureggianti fiori autunnali delle aiuole intorno alla casa si
erano assopiti in attesa del giorno. 

Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, 
il segreto della terra faceva tutt'uno con quello delle stelle... 

Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, 
quando ad un tratto si gettò di colpo per terra.
Non sapeva
perché stesse abbracciando la terra, 
non si spiegava
perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, 
eppure la baciava,
piangendo, singhiozzando, 
la irrorava con le sue lacrime 
e giurava appassionatamente di amarla, 
di amarla nei secoli dei secoli. 

"Irrora la terra con le lacrime della tua gioia e amale quelle tue lacrime..." - 
risuonò dentro di lui. Per che cosa stava piangendo?
Oh, nella sua esultanza egli piangeva persino per quelle lacrime 
che brillavano per lui dall'abisso della notte,
e "non si vergognava della propria estasi".
Era come se i fili di tutti questi innumerevoli mondi divini 
si fossero uniti tutti insieme nella sua anima 
ed essa trepidasse "al contatto con gli altri mondi". 
Aveva voglia di perdonare tutti, di tutto 
e di chiedere perdono, ma non per se stesso - no! -
ma per tutti, per tutto e per ogni cosa, 
mentre "per me saranno gli altri a chiedere" - 
gli risuonò ancora nella mente. 
Ma ad ogni istante egli avvertiva chiaramente, 
e quasi tangibilmente, 
che qualcosa di stabile e imperturbabile, 
come la volta del cielo, 
era penetrato nella sua anima. [...]

Libro VIII - cap. VI – Ecco che arrivo anch’io!
Audiolibro Parte 53 - inizio
https://www.youtube.com/watch?v=1RLiq7ol2IE

Nel frattempo, Dmitrij Fëdoroviè volava 
verso la sua destinazione.
Mokroe si trovava a poco più di venti verste, 
ma i tre cavalli di Andrej
galoppavano così spediti che avrebbero potuto coprire quella distanza 
in un'ora e un quarto. 
Il ritmo sostenuto del viaggio corroborò Mitja.

L'aria era fresca e pungente, nel cielo terso brillavano, enormi, le stelle.
Era la stessa notte e forse la stessa ora in cui Alëša, 
crollato a terra, 
aveva giurato, in estasi, "che avrebbe amato la terra nei secoli dei secoli". 

Ma nell'anima di Mitja c'era confusione, 
solo confusione e, 
sebbene molte cose
stessero lacerando la sua anima, 
eppure, in quel momento, tutto il suo essere 
era irresistibilmente attratto soltanto da lei, dalla sua regina, da colei
verso la quale stava volando per guardarla per l'ultima volta. [...]