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venerdì 23 luglio 2021

TERZO GIORNO DI GRUSHENKA



 TERZO GIORNO DI GRUSHENKA

Vedi, l'ho appena ingannato, gli ho fatto promettere che mi avrebbe creduta e io invece gli ho mentito. Gli ho detto che sarei rimasta da Kuz'ma Kuz'miè, dal mio vecchio, per tutta la sera e che mi sarei trattenuta sino a notte fonda a contare il denaro. Ogni settimana vado da lui per una serata intera a tenergli i conti. Ci chiudiamo a chiave: lui batte sul pallottoliere e io lì seduta ad annotare i registri, si fida soltanto di me. Mitja ha creduto che sarei rimasta lì, e invece io mi sono chiusa in casa; me ne sto qui ad aspettare una certa notizia.

 Alëša, oggi tuo fratello Mitja mi fa paura», disse Grušen'ka a voce alta, sebbene fosse in allarme; ma sembrava pure presa da una certa esultanza. «Perché hai tanta paura di Miten'ka oggi?», si informò Rakitin. «Sembrava che non fossi affatto impaurita con lui, lo comandi a bacchetta». 
 «Ti ho detto che aspetto una certa notizia, una piccola notizia tutta d'oro e l'ultima cosa che voglio è avere Miten'ka fra i piedi adesso. E non ci ha nemmeno creduto che sarei andata da Kuz'ma Kuz'miè, me lo sento. Quindi starà sicuramente nel suo nascondiglio, sul retro della casa di Fëdor Pavloviè nel giardino, a fare la guardia che io non arrivi. E se starà lì, non verrà qui, tanto meglio! Ma io ho davvero fatto un salto da Kuz'ma Kuz'miè, mi ci ha accompagnato Mitja stesso, gli ho detto che mi sarei trattenuta sino a mezzanotte e gli ho chiesto che venisse assolutamente a prendermi per riportarmi a casa a mezzanotte in punto. Se n'è andato, e io mi sono trattenuta una decina di minuti dal vecchio e poi sono subito tornata qui, avevo paura, ho fatto una corsa nel timore di incontrarlo»


 «Il suo starec è morto oggi, lo starec Zosima, il santo». «Padre Zosima è morto! Ma è vero?», gridò Grušen'ka. «Dio mio! E io che non lo sapevo!». E si fece devotamente il segno di croce. «Dio mio! E io che cosa sto facendo, gli sto seduta sulle ginocchia!», gridò ad un tratto come spaventata, poi scivolò in tutta fretta dalle sue ginocchia e si sedette sul divano. Alëša la guardò a lungo stupito e sembrò che il suo viso cominciasse a raggiare
Ma ecco che adesso è arrivato il mio oltraggiatore e io me ne sto seduta ad aspettare sue notizie. E sai in che modo mi ha oltraggiato quell'uomo? Cinque anni fa, quando Kuz'ma mi portò qui, io me ne stavo rintanata in casa, mi nascondevo alla vista degli altri perché non mi vedessero e non mi sentissero, ero magrolina e stupida, me ne stavo qui a singhiozzare, non chiudevo occhio per notti intere e pensavo: "Dove sarà mai in questo momento il mio oltraggiatore? Forse sta ridendo di me con un'altra, se solo lo potessi vedere, se solo lo potessi incontrare un giorno: gliela farei pagare per quello che mi ha fatto, gliela farei pagare!" Di notte, al buio, singhiozzavo nel cuscino e rimuginavo su questo, mi laceravo il cuore a bella posta e lo saziavo con la mia rabbia: "Gliela farò pagare, gliela farò pagare!" Così gridavo al buio. Ma quando mi sovveniva di colpo che non gli avrei potuto fare un bel niente, e che lui in quel momento forse se la rideva di me, o forse si era completamente dimenticato di me e non mi ricordava affatto, allora dal letto mi gettavo sul pavimento, mi scioglievo in lacrime di impotenza e giacevo lì tremante sino all'alba. La mattina mi alzavo più arrabbiata di una cagna, pronta a sbranare il mondo intero. E poi, sai cosa mi misi a fare? Cominciai ad accumulare un capitale, diventai spietata, mi rimpinguai, ma tu credi che mi sia fatta più saggia nel frattempo, eh? Neanche per sogno: nessuno lo vede, nessuno in tutto l'universo lo sa, ma quando si fa notte, alcune volte me ne sto sdraiata esattamente come quando ero una ragazzina, come cinque anni fa, digrigno i denti e piango tutta la notte: "Gliela farò pagare, gliela farò pagare!", penso. Hai ascoltato tutto quello che ti ho detto? Ecco, adesso mi puoi capire, un mese fa mi arriva all'improvviso una lettera: è lui, sta venendo, è rimasto vedovo, vuole vedermi. Mi sentii mancare il respiro, Santo Iddio, e all'improvviso pensai: "Lui arriva, mi fa un fischio e io gli corro incontro come un cagnolino bastonato, colpevole!" Penso questo e non credo a me stessa: "Ma sono proprio così vigliacca o no? Correrò da lui oppure no?" E sono stata in preda a quella stessa rabbia contro me stessa per tutto il mese, una rabbia ancora peggiore di cinque anni fa. Adesso vedi, Alëša, quanto sono violenta e vendicativa, ti ho detto proprio tutta la verità! Mi sono divertita con Mitja per non correre da quell'altro. Sta zitto, Rakitka, non tocca a te giudicarmi, non stavo parlando con te. Prima del vostro arrivo me ne stavo sdraiata qui, aspettavo, pensavo, decidevo il mio destino e voi non saprete mai che cosa provavo nel mio cuore. No, Alëša, di' alla tua signorina che non se la prenda per quello che è avvenuto tre giorni fa!... E nessuno al mondo saprà come mi sento in questo momento e non potrà mai saperlo... Perché forse prenderò con me un coltello, non mi sono ancora decisa...

«Non ridere, Rakitin, non ti burlare di lui, non parlare del defunto: egli è superiore a tutti nel mondo!», gridò Alëša con la voce rotta dal pianto. «Non ti ho parlato come un giudice, ma come l'ultimo degli imputati. Chi sono io davanti a lei? Ero venuto qui per rovinarmi e mi dicevo: 'Sia quel che sia, che importa?', e questo per la mia pusillanimità, mentre lei, dopo cinque anni di tormenti, non appena il primo arrivato le dice una parola sincera, ha perdonato tutto, ha dimenticato tutto e piange! Il suo oltraggiatore è tornato, la chiama e lei gli perdona tutto e corre da lui felice e non prenderà il coltello, non lo prenderà! No, io non sono come lei! Non so come sia tu, Miša, ma io non sono come lei! Oggi, adesso ho imparato la lezione... Ella è superiore a noi per capacità di amare... Hai mai sentito prima quello che ha appena raccontato? No, non l'hai sentito; se l'avessi sentito, avresti capito tutto da un pezzo... e anche la persona che lei ha insultato due giorni fa la perdonerà! La perdonerà se verrà a sapere... e lo verrà a sapere... Quest'anima non è ancora in pace con se stessa, occorre essere indulgenti con essa... in quest'anima si può celare un tesoro...

«Ci andrò!», esclamò all'improvviso. «Cinque dei miei anni! Addio! Addio, Alëša, il mio destino è deciso... Andate, andate, andatevene via tutti, che non vi veda mai più! Grušen'ka ha preso il volo verso una nuova vita... Non ricordarmi con rancore nemmeno tu, Rakitka. Forse sto andando incontro alla morte! Uh! È come se fossi ubriaca!» Ella li abbandonò in men che non si dica e corse in camera da letto. «Be', adesso non ha più tempo di pensare a noi!», grugnì Rakitin. «Andiamo, altrimenti ci toccherà sentire ancora tutte quelle urla femminee, mi hanno seccato tutti questi strilli lacrimevoli». Alëša, macchinalmente, si lasciò portare via. Nel cortile sostava una carrozza, avevano staccato i cavalli, andavano avanti e indietro con una lanterna, si davano un gran da fare. Introdussero i tre cavalli freschi attraverso il portone spalancato. Alëša e Rakitin erano appena scesi dal terrazzino d'ingresso, quando si spalancò la finestra della camera da letto di Grušen'ka e quella, con voce squillante, gridò dietro ad Alëša: «Alëšeèka, porta i miei saluti al tuo caro fratello Miten'ka e digli di non serbare rancore per me, anche se gli ho fatto del male. E riferiscigli pure queste mie parole: "A Grušen'ka è toccato un mascalzone, non un gentiluomo come te". E digli pure che Grušen'ka lo ha amato per un'oretta, solo per un'oretta, ma lo ha amato - che ricordi quindi quell'oretta per tutta la vita a partire da oggi, digli che è Grušen'ka che lo ordina, per tutta la vita».

«Che, mi "disprezzi" per i venticinque rubli di poco fa? Dirai tu: ha venduto un amico sincero. Ma tu non sei Cristo e io non sono Giuda». «Ah, Rakitin te lo assicuro, me n'ero persino dimenticato!», esclamò Alëša. «Sei stato tu a ricordarmelo adesso...» Ma ormai Rakitin aveva perso completamente le staffe. «Ma che il diavolo vi pigli tutti, uno per uno!», strillò inaspettatamente. «E perché diavolo mi sono attaccato a uno come te! D'ora in poi non ti conosco più. Vattene per conto tuo, la strada è tutta tua!» Ed egli svoltò bruscamente in un'altra strada lasciando Alëša da solo nell'oscurità. 









giovedì 22 luglio 2021

TERZO GIORNO DI ALEKSEJ

 




TERZO GIORNO DI ALEKSEJ

MORTE STAREC libro VI
La notizia della sua morte fece immediatamente il giro dell'eremo e raggiunse il monastero. Gli amici più intimi del defunto, e coloro ai quali spettava per la loro posizione gerarchica, presero a comporre il corpo secondo il vecchio rituale, mentre i monaci tutti si riunivano nella chiesa madre. Ancora prima dell'alba, come si raccontava in seguito, la notizia del decesso era giunta in città. Al mattino quasi tutta la città commentava l'avvenimento e una moltitudine di cittadini affluiva al monastero. Ma di questo parleremo nel libro successivo; per ora aggiungeremo soltanto che non era passato un giorno, quando si verificò qualcosa di così inatteso per tutti e, per l'impressione che produsse nell'ambiente del monastero e in città, di così strano, allarmante e sconvolgente che a tutt'oggi, dopo tanti anni, nella nostra città si conserva il più vivo ricordo di quel giorno, per molti così inquietante... 

INCONTRA PADRE PAISIJ

---  tra la folla che si assiepava poco prima presso l'entrata della cella, aveva scorto di sfuggita, in mezzo agli altri, anche Alëša, e in quel momento gli sovvenne che, guardandolo, aveva subito avvertito una specie di dolorosa stretta al cuore. "È mai possibile che quel ragazzo abbia assunto una tale importanza adesso nel mio cuore?", si domandò stupito. In quel momento Alëša stava per l'appunto passando accanto a lui, sembrava che si recasse in tutta fretta da qualche parte, ma in direzione opposta alla chiesa. I loro sguardi si incrociarono. Alësa distolse immediatamente lo sguardo e abbassò gli occhi; bastò una sola occhiata a quel ragazzo perché padre Paisij intuisse quale profonda trasformazione fosse in atto in lui in quel momento. «Sei caduto pure tu in tentazione?», esclamò ad un tratto padre Paisij. «Non sarai anche tu con quelli di poca fede?», soggiunse con aria afflitta. Alëša si fermò e gettò uno sguardo vago su padre Paisij, ma poi distolse nuovamente gli occhi e nuovamente li abbassò. Se ne stava di fianco senza rivolgere il viso al suo interlocutore. Padre Paisij lo osservava attentamente. «Dove vai così di fretta? Le campane chiamano alla funzione», gli domandò ancora, ma Alëša non rispose neanche questa volta. «Ah, stai lasciando l'eremo? Ma vai via senza salutare, senza benedizione?» Alëša, tutto a un tratto, sorrise forzatamente e lanciò un'occhiata strana, molto strana al padre che lo interrogava, e al quale lo aveva affidato la sua antica guida spirituale, il dominatore del suo cuore e della sua mente, il suo amato starec e all'improvviso, senza dire una parola come prima, agitò la mano, come incurante ormai di portare rispetto, e proseguì a passi rapidi verso l'uscita dell'eremo. «Tornerai!», sussurrò padre Paisij, seguendolo con lo sguardo triste e stupito.
IL MOMENTO BUONO
TURBAMENTO
Eppure il turbamento c'era, si era verificato ed era tanto tormentoso, che anche in seguito, persino molti anni dopo, Alëša considerava quel triste giorno come uno dei più penosi e fatali di tutta la sua vita. Se si ponesse direttamente la domanda: "Ma tutta quell'angoscia e quell'inquietudine potevano essere causate solo dal fatto che il corpo dello starec, invece di sprigionare un immediato potere risanatore, aveva al contrario manifestato prematuri segni di decomposizione?", io risponderò, senza tanto tergiversare: "Sì, era proprio così". Chiederei semplicemente al lettore di non ridere troppo in fretta dell'ingenuo cuore del mio giovane protagonista. Tuttavia non ho affatto intenzione di chiedere scusa al posto suo, né di scusare e giustificare l'ingenuità della sua fede con argomenti quali la sua giovane età o gli scarsi progressi da lui compiuti negli studi, o altre cose del genere; farò esattamente il contrario e dichiarerò fermamente che nutro la stima più sincera per la natura del suo cuore.

INCONTRA RAKITIN

 Aveva cominciato ad imbrunire quando Rakitin, attraversando il boschetto di pini che si allungava tra l'eremo e il monastero, notò tutt'a un tratto Alëša che giaceva prono sotto un albero, immobile, come addormentato. Gli si avvicinò e lo chiamò. «Sei qui, Aleksej? Come hai...?», fece per dire meravigliato, ma si fermò senza finire la frase. Avrebbe voluto dire: "Come hai fatto a ridurti così?". Alëša non rivolse lo sguardo verso di lui, ma da un suo movimento Rakitin intuì subito che Alëša lo sentiva e capiva. «Ma che hai?», continuava meravigliato, ma il suo stupore si andava mano a mano trasformando in un sorriso che assumeva una piega sempre più ironica. «Ascolta, sono più di due ore che ti cerco. All'improvviso sei scomparso da lì. Ma che stai facendo? Che stupidaggini da bigotti sono mai queste? Potresti almeno guardarmi...» Alëša sollevò il capo e si sedette, poggiando la schiena contro il tronco dell'albero.
...

«Hai bisogno di mangiare qualcosa a giudicare dalla faccia che hai. Fa pena guardarti. E non hai nemmeno dormito stanotte, ho sentito che c'è stata una riunione lì da voi. E poi tutto quel trambusto, quel pasticcio... Forse tutto quello che avrai mandato giù è un pezzo di pane santo. Ho del salame in tasca, l'ho preso poco fa in città per ogni evenienza, mentre venivo qui, ma tu il salame non...» «Dammi il salame». «Bene! Ecco a che punto sei arrivato. Vuol dire che è una ribellione in piena regola, con tanto di barricate! Be', fratello, non è cosa da prendere alla leggera. Fai un salto da me... Tracannerei volentieri un bicchierino di vodka anch'io, sono stanco morto. La vodka è ancora troppo per te forse... o ne vorresti un po'?» «Vada anche per la vodka». «Accidenti! Mi sorprendi, fratello!», Rakitin lo guardò con tanto d'occhi. «Comunque, in un modo o nell'altro, vodka o salame, questa è una bella occasione, audace, da non perdere, andiamo!» Alëša si alzò da terra in silenzio e si mise a seguire

DA GRUSHENKA

 Rakitin«Andiamo da Grušen'ka, eh? Che ne dici?», si decise a dire Rakitin, tutto tremante per la timorosa attesa. «Andiamo da Grušen'ka», rispose senza indugio Alëša pacatamente, e quel repentino, pacato consenso fu così inatteso per Rakitin che a momenti fece un balzo indietro. «Be-bene!... Ecco!», gridò sbalordito, ma poi afferrando con forza Alëša per un braccio, lo condusse rapidamente per il sentierino, nel terribile timore che l'altro cambiasse idea. Camminavano in silenzio, Rakitin aveva persino paura di riattaccare discorso

Quando Rakitin e Alëša entrarono in casa sua, il crepuscolo era già avanzato, ma le camere non erano ancora illuminate.

TERZO GIORNO DI GRUSHENKA, RAKITIN  ALIOSHA 

Tutto il suo comportamento sembrava radicalmente cambiato in meglio rispetto al giorno prima: della mellifluità nella sua voce, di quei gesti voluttuosi e manierati del giorno prima non era rimasta quasi traccia... era tutto semplice, ingenuo, i suoi movimenti erano rapidi, diretti, fiduciosi; eppure era molto eccitata. «Signore mio, quante cose si accavallano insieme oggi, davvero!», riprese a cicalare. «Perché sono così contenta di vederti, Alëša, non lo so nemmeno io. Se tu me lo domandassi, non ti saprei rispondere».

«viene l'ufficiale, Rakitin, il mio ufficiale!» «Avevo sentito che sarebbe venuto, ma non pensavo fosse così vicino». «Adesso è a Mokroe, da lì manderà una staffetta, così mi ha scritto lui stesso, ho ricevuto una lettera oggi stesso e ora sto aspettando la staffetta». «Ma no? E come mai a Mokroe?» «È una lunga storia, e poi ti ho già raccontato abbastanza».

martedì 6 luglio 2021

SECONDA GIORNATA

 LA SECONDA GIORNATA DI ALEKSIEJ





Seconda giornata - 

LUOGHI E TEMPI

Il narratore segue Aleksei nei suoi spostamenti


Mattinata  

“TORTURE” - libro IV


*all’alba al monastero riceve l'ultimo toccante saluto di Zosima morente;

Svegliarono Alëša la mattina presto, prima ancora dell'alba. Lo starec si era destato e si sentiva estremamente debole, anche se aveva voluto passare dal letto alla poltrona. Era pienamente cosciente: il suo viso, sebbene molto affaticato, era luminoso, quasi gioioso, e il suo sguardo allegro, affabile e invitante. «Forse non vivrò fino alla fine di questa giornata che ora incomincia», disse ad Alëša; poi volle confessarsi e prendere la comunione senza indugi.

*all’ora di colazione passa a casa del padre dolorante e di cattivo umore, un presagio che sia anche questo un ultimo saluto

«Va' via anche tu, non c'è niente che tu possa fare qui oggi», tagliò corto bruscamente. Alëša si avvicinò per salutarlo e lo baciò su una spalla. «Perché hai fatto questo?», il vecchio era un po' sorpreso. «Ci vedremo ancora. Oppure pensi che non ci vedremo?» «Nient'affatto, l'ho fatto così, per caso». «E anche io, l'ho detto solo così...», il vecchio lo guardò.

*per strada è investito dalla sassaiola fra scolari e morso al dito da Iliusha,

Aveva appena attraversato la piazza e svoltato nel vicolo che portava in via Michajlovskij, parallela alla Bol'šaja, ma separata da questa da un piccolo canale (la nostra città è interamente intersecata da canali), quando scorse giù, davanti al ponticello, un gruppo di scolaretti

Il ragazzino al di là del canale fu colpito in pieno petto da una pietra; lanciò un urlo, scoppiò a piangere e si mise a correre su per la salita in direzione di via Michajlovskij.

Invece di rispondere, il bambino scoppiò in un pianto dirotto e scappò via da Alëša singhiozzando. Alëša lo seguì con calma in via Michajlovskij e seguì a lungo con lo sguardo il ragazzo che correva lontano, senza rallentare il passo, né girarsi a guardare e, probabilmente, continuando a piangere a squarciagola. 

Ben presto arrivò a casa della signora Chochlakova, una bella costruzione in muratura, a due piani, una delle migliori case della nostra cittadina. Sebbene la signora Chochlakova vivesse per la maggior parte dell'anno in un altro governatorato, dove aveva la sua proprietà terriera, oppure a Mosca, dove possedeva una casa, anche nella nostra cittadina aveva una casa tutta sua che aveva ereditato dai suoi genitori e dai nonni. Anzi, la tenuta che ella possedeva nel nostro distretto era la più grande dei suoi tre possedimenti, e tuttavia la signora, fino ad allora, si era fatta vedere molto di rado nel nostro governatorato. 

*casa Choclakov: pene d’amore, le proprie con Liza e quelle di Ivan e Katia

L'incarico di Katerina Ivanovna lo condusse in via Ozërnaja, e l'abitazione del fratello Dmitrij si trovava lì vicino, proprio in una traversa di via Ozërnaja. Alëša decise di fare un salto da lui, in ogni caso, prima di recarsi dal capitano, sebbene avesse il presentimento che non avrebbe trovato il fratello in casa. Sospettava che quello, con ogni probabilità, si stesse tenendo di proposito alla larga da lui, ma comunque doveva trovarlo ad ogni costo.[---]

Dmitrij non era in casa. I padroni di casa - un vecchio falegname, suo figlio e una vecchietta, sua moglie - lo guardarono persino con sospetto. «Sono tre giorni che non passa la notte in casa, forse è partito», rispose il vecchietto alle insistenti domande di Alëša. Alëša intuì che quello rispondeva secondo le istruzioni ricevute. Alla sua domanda: «Si nasconde per caso da Grušen'ka o ancora da Foma?», (Alëša si lasciò andare di proposito a queste confidenze), tutti e tre i padroni di casa lo guardarono persino con un certo allarme. "Gli vogliono bene e quindi gli reggono il gioco", pensò, "e questo è un bene". Finalmente scovò la casa della borghese Kalmykova in via Ozërnaja, 

*sull'ora del mezzogiorno nell'izba di Sneghirev gli umiliati e offesi

* presso il macigno  la scenata del capitano


Mezzogiorno 

“I PRO E CONTRO” del libro V.


*casa Choclakov: trova Katia prostrata da una crisi isterica; si fidanza con Liza e le da’ il suo primo bacio,

 L'idea era questa: quale stratagemma adottare per acciuffare al più presto il fratello Dmitrij che si stava palesemente tenendo alla larga da lui? Era già tardi: le tre del pomeriggio. Alëša anelava con tutta l'anima a tornare al monastero dal suo "sublime" starec in punto di morte, ma l'esigenza di vedere il fratello Dmitrij prevaleva su tutto: nella mente di Alëša si andava rafforzando, di ora in ora, la convinzione che un'inevitabile spaventosa catastrofe fosse sul punto di compiersi. Quale fosse quella catastrofe e che cosa avrebbe detto al fratello in quel momento, egli forse non era in grado di definirlo. 

Secondo il suo piano avrebbe dovuto prendere il fratello Dmitrij alla sprovvista, nel seguente modo: scavalcare, come il giorno prima, lo steccato, entrare nel giardino e appostarsi in quello stesso chioschetto. "Se non sarà lì", pensava Alëša, "senza dire niente né a Foma, né alle padrone di casa, devo nascondermi e aspettare nel chiosco fino a sera. Se sta facendo la guardia per vedere se arriva Grušen'ka, è molto probabile che passi dal chiosco..." Alëša non si soffermò a lungo sui dettagli del suo piano, ma decise di eseguirlo, anche se questo significava non tornare al monastero per quel giorno... Tutto filò liscio: scavalcò lo steccato, quasi esattamente nello stesso punto del giorno prima, e raggiunse di nascosto il chioschetto. Non voleva che si accorgessero della sua presenza: sia la padrona sia Foma (se questi era in casa in quel momento) avrebbero potuto essere dalla parte del fratello e attenersi alle sue istruzioni, quindi avrebbero potuto impedire ad Alëša di entrare in giardino, oppure avvisare il fratello per tempo che qualcuno lo stava cercando e stava chiedendo di lui. Nel chiosco non c'era anima viva. Alëša si sedette al posto del giorno prima e cominciò ad aspettare. Si guardò intorno e, per qualche ragione, il chiosco gli sembrò ancora più decrepito del giorno prima: questa volta gli sembrò decisamente squallido. Eppure la giornata era limpida come quella di ieri. Sul tavolo verde c'era un'impronta circolare lasciata dal bicchierino di cognac del giorno prima, che doveva aver traboccato. Pensieri vuoti e del tutto fuori luogo gli venivano alla mente, come sempre accade durante le attese noiose. Si domandava, per esempio, perché entrando lì si era seduto esattamente nello stesso posto del giorno prima e non in un altro? Infine divenne triste, molto triste per l'inquietudine dell'ignoto. Ma non era passato un quarto d'ora, quando all'improvviso udì da qualche parte nelle vicinanze un accordo di chitarra

*zona CHIOSCO, fra la casa del padre e la casa di Foma : corre a cercare Dmitri e si imbatte in Smerdiakov che fa la serenata a Marfa.

«Questa è l'unica cosa che posso dirvi», disse Smerdjakov come se ci avesse ripensato meglio. «Io sono qui in veste di amico e vicino, e sarebbe strano se io non venissi. D'altro canto, Ivan Fëdoroviè, per prima cosa, questa mattina all'alba mi ha mandato 

all'appartamento in via Ozërnaja, senza missive, per invitare Dmitrij Fëdoroviè a pranzo nella trattoria qui in città, quella in piazza. 

Io ci sono andato, vossignoria, ma non ho trovato Dmitrij Fëdoroviè in casa sebbene fossero solo le otto. 

"C'era", mi hanno detto, "ma poi è uscito": mi hanno detto proprio così i suoi padroni di casa. Ma avevano un modo strano di parlare, come se si fossero messi d'accordo, signore. 

Forse, in questo momento è a pranzo in quella trattoria con il fratello Ivan Fëdoroviè, dal momento che Ivan Fëdoroviè non è tornato a casa per il pranzo, Fëdor Pavloviè ha pranzato un'ora fa da solo e adesso è andato a fare il suo sonnellino. Ma vi supplico caldamente di non fare parola di me e di quello che vi ho detto, non ditelo a nessuno, signore, giacché quello mi ucciderebbe come niente, signore». 

 «Ivan ha invitato a pranzo Dmitrij oggi?», chiese conferma rapidamente Alëša. «Proprio così, signore». «Alla trattoria "La capitale", quella in piazza?» «Proprio quella, signore».



*trattoria La Capitale pranza con Ivan. IVAN apre al fratello cuore e mente, dibatte dei grandi temi universali cari ai giovani russi, racconta il suo poema inedito (III-IV-V capitolo)



Crepuscolo:

*commiato fra Ivan e Aleksei (fine capitolo V)

Ivan si voltò di scatto e si avviò per la sua strada senza più girarsi. In modo simile il fratello Dmitrij, il giorno prima, si era allontanato da Alëša, anche se le circostanze erano molto diverse. Questa strana osservazione attraversò come un fulmine la mente addolorata di Alëša, addolorata e triste in quel momento. Egli si trattenne per un po' seguendo il fratello con lo sguardo. 

Notò all'improvviso, chissà come, che il fratello Ivan oscillava leggermente nel camminare, e che la spalla destra, guardandola da dietro, sembrava più bassa della sinistra. Non lo aveva mai notato prima. Poi si voltò anche lui, di scatto, e s'avviò quasi di corsa alla volta del monastero. Era quasi buio e avvertiva un senso di paura; una sensazione nuova stava crescendo dentro di lui, una sensazione della quale non riusciva a rendersi pienamente conto. 

S'era alzato il vento, come la sera prima, il vento e i pini secolari stormivano cupamente intorno a lui, quando entrò nel boschetto dell'eremo. Stava quasi correndo. 

"Pater Seraphicus - l'avrà tratta da qualche parte questa definizione - ma da dove?", balenò in mente ad Alëša. "Ivan, povero Ivan, quando ti rivedrò ancora? Ecco l'eremo, o Signore! Sì, sì, è lui, è il Pater Seraphicus, egli mi salverà... da lui e per sempre!"

 In seguito gli capitò parecchie volte nella vita di provare grande stupore ricordando che, dopo aver salutato Ivan, egli aveva completamente dimenticato il fratello Dmitrij, sebbene quella mattina, solo alcune ore prima, si fosse proposto di trovarlo assolutamente e di non andare via fino a quando non lo avesse trovato, anche a costo di non tornare al monastero per quella notte.

*rientro al monastero

Quando Alëša entrò nella cella dello starec, con il cuore gonfio di ansia e dolore, egli rimase incantato dallo stupore: invece del malato in punto di morte, forse anche privo di conoscenza, che temeva di trovare, egli lo vide ad un tratto che se ne stava seduto sulla sua sedia con il viso arzillo e allegro, sebbene sfinito per la debolezza, circondato da ospiti e impegnato con loro in una tranquilla e serena conversazione. Invero, si era alzato dal letto solo un quarto d'ora prima che arrivasse Alësa; gli ospiti si erano raccolti già da prima nella sua cella, ed erano rimasti in attesa che egli si svegliasse, confidando nella ferma dichiarazione di padre Paisij che "il maestro si sarebbe senza dubbio alzato per parlare ancora una volta a coloro che erano vicini al suo cuore, come egli stesso aveva annunciato e promesso quella mattina".

 «Alzati, caro», proseguì lo starec rivolto ad Alëša, «fatti guardare. Sei stato dai tuoi e hai visto tuo fratello? » Ad Alëša sembrò strano che gli avesse chiesto con tanta sicurezza e precisione di uno soltanto dei fratelli, ma di quale stava parlando? Voleva forse dire che, sia ieri sia oggi, lo aveva mandato in città proprio per via di quel fratello? «Ho visto uno dei fratelli», rispose Alëša. «Parlo del maggiore, quello davanti al quale ieri mi sono inchinato fino a terra». «Quello l'ho visto soltanto ieri, oggi non sono riuscito in alcun modo a trovarlo», disse Alëša. «Affrettati a trovarlo, tornaci ancora domani e affrettati, lascia tutto e affrettati. Forse farai ancora in tempo a impedire che accada qualcosa di orribile. Ieri mi sono inchinato davanti alla grande sofferenza che gli riserva il futuro». Poi tacque di colpo e rimase come assorto. Erano parole strane. Padre Iosif, che il giorno prima era stato testimone dell'inchino fino a terra dello starec, scambiò un'occhiata con padre Paisij. Alëša non riuscì a trattenersi. «Padre e maestro», egli gridò in preda a una forte agitazione, «le vostre parole sono troppo oscure... Quale sofferenza gli riserva il futuro?» «Non essere curioso. Mi è sembrato di vedere qualcosa di terribile ieri... come se il suo sguardo di ieri esprimesse tutto il suo destino. Per un momento i suoi occhi hanno avuto un'espressione tale... che, per un attimo, ho provato orrore nel mio cuore per ciò che quell'uomo sta preparando a se stesso. Una volta o due nella vita mi è capitato di vedere una simile espressione... che sembrava raffigurare il destino intero di quegli uomini, e il loro destino, ahimè, si è compiuto. Ti ho mandato da lui, Aleksej, giacché ho pensato che il tuo viso fraterno lo avrebbe aiutato. Ma tutto, tutti i destini nostri dipendono da Dio.

MORTE STAREC


La morte dello starec fu davvero inaspettata. Giacché, sebbene coloro che si erano riuniti intorno a lui quell'ultima sera avessero compreso che la sua morte era vicina, non avrebbero mai immaginato che sarebbe avvenuta così presto; al contrario, i suoi amici, come ho già detto in precedenza, vedendolo così apparentemente allegro e loquace, si erano persino convinti che il suo stato di salute avesse avuto un netto miglioramento, anche se solo provvisorio. Persino cinque minuti prima della sua morte, come riferirono in seguito con stupore, non avrebbero previsto nulla di simile. Egli avvertì all'improvviso un fortissimo dolore al petto, impallidì e serrò forte la mano al cuore. Si alzarono tutti dai loro posti e accorsero verso di lui; anche se soffriva, egli li guardava con il sorriso sulle labbra, scivolando dolcemente dalla sedia e cadendo in ginocchio; poi abbassò il capo sino a terra, allargò le braccia e, come in un'estasi radiosa, baciando la terra e in preghiera (come aveva insegnato lui stesso), rendette serenamente e gioiosamente l'anima a Dio. 

*ritorno di Ivan alla casa del padre

Dal canto suo, Ivan Fëdoroviè, dopo aver salutato Alëša, tornò a casa, a casa di Fëdor Pavloviè. Ma, cosa strana, all'improvviso lo aveva sopraffatto un'insopportabile angoscia che, cosa ancora più notevole, ad ogni passo, man mano che si avvicinava alla casa, cresceva sempre più. Non era l'angoscia in sé ad essere strana, ma era strano che Ivan Fëdoroviè non sapesse in alcun modo definire in che cosa consistesse quell'angoscia. Gli era capitato spesso, anche in passato, di sentirsi angosciato e non c'era da meravigliarsi che l'angoscia lo assalisse proprio alla vigilia del giorno in cui, rotti bruscamente i ponti con tutto ciò che lo aveva attirato lì, si apprestava a dare una netta svolta alla sua vita per imboccare una strada nuova, completamente ignota, ritrovandosi ancora una volta completamente solo, come prima, pieno di speranza pur non sapendo in che cosa sperare, aspettandosi molto, molto dalla vita, ma incapace di definire alcunché sia riguardo alle sue aspettative, sia riguardo alle sue speranze. Eppure, sebbene l'angoscia della novità e dell'ignoto fosse presente nella sua anima, era ben altro a tormentarlo adesso. "E se fosse ripugnanza per la casa paterna?" si domandava. "È probabile che sia così, provo una tale avversione verso quella casa che, sebbene oggi sia l'ultima volta che oltrepasso quella odiosa soglia, tuttavia ne provo ribrezzo..." Ma no, non era nemmeno quello. Era forse l'addio con Alëša e la conversazione avuta con lui? "Per tanti anni ho taciuto con il mondo intero e non mi sono mai degnato di dire una parola e adesso, così di punto in bianco, ti vado a snocciolare quel po' po' di tiritera." E difatti poteva ben trattarsi di stizza giovanile, originata da inesperienza giovanile e giovanile amor proprio, la stizza di non essere riuscito ad esprimersi adeguatamente, e per di più con una persona come Alëša, sulla quale il suo cuore indubbiamente contava molto. Certo, si trattava anche di questo, della sua stizza cioè, ma ancora una volta non era esattamente quello. "Questa angoscia mi dà la nausea, ma non sono in grado di definire quello che voglio. Meglio non pensarci..." Ivan Fëdoroviè provò a "non pensare", ma fu inutile. Ciò che lo infastidiva, che lo irritava di quella angoscia era il fatto che essa avesse un certo aspetto casuale, decisamente esteriore; questo lo sentiva. C'era lì impalato, spuntava da qualche parte un essere o un oggetto, come quando ti spunta qualcosa davanti agli occhi, ma non te ne accorgi per un pezzo, preso come sei da qualche faccenda o da un'animata conversazione, e intanto provi irritazione, quasi tormento, fino a quando non capisci finalmente di che si tratta e rimuovi l'oggetto fuori posto, spesso si tratta di oggetti molto insignificanti e stupidi: un fazzoletto caduto sul pavimento o un libro non rimesso nello scaffale e così via. Finalmente Ivan Fëdoroviè, ormai di umore nero e irritabile, giunse alla casa paterna e all'improvviso, a una quindicina di passi circa dalla porticina, gettando un'occhiata al portone, comprese di colpo che cosa lo tormentava e lo inquietava in quel modo. Sulla panchina accanto al portone se ne stava piazzato a prendere l'aria fresca della sera il lacchè Smerdjakov, e Ivan Fëdoroviè, sin dal primo sguardo, capì che il lacchè Smerdjakov se ne stava piazzato anche nella sua anima, era quell'uomo che la sua anima non riusciva a tollerare.

*dialogo di Ivan con Smerdiakov

Con un senso di avversione e irritazione, egli cercò di passare oltre, in silenzio, e senza guardare Smerdjakov, ma questi si alzò dalla panchina e bastò quel gesto perché Ivan Fëdoroviè intuisse di colpo che l'altro gli voleva parlare di qualcosa di importante. Ivan Fëdoroviè lo guardò e si fermò e il fatto di essersi fermato invece di passare oltre, come aveva deciso un istante prima, lo irritò a tal punto da farlo fremere. 

Guardava con rabbia e repulsione la fisionomia estenuata, da evirato, di Smerdjakov con i riccetti delle tempie all'insù e il ciuffetto ben lisciato. L'occhio sinistro leggermente socchiuso ammiccava e rideva come per dire: "Dove credi di andare? Non vorrai passare così; non vedi che noi due, persone intelligenti, dobbiamo fare un certo discorsetto?" 

Ivan Fëdoroviè sussultò: "Togliti di mezzo, carogna, non ho niente a che spartire con te, imbecille!", erano queste le parole che aveva sulla punta della lingua e invece, con sua somma meraviglia, gli sfuggì di bocca tutt'altro: «Mio padre dorme ancora o si è svegliato?», domandò con una voce calma e pacata che neanche lui si aspettava e poi, di punto in bianco, sempre inaspettatamente, si sedette sulla panchina

*Ivan trascorre una notte insonne

Era già molto tardi, ma Ivan Fëdoroviè non stava dormendo, pensava. Andò a letto molto tardi quella notte, verso le due. Ma noi non tenteremo di riferire l'intero corso dei suoi pensieri, non è questo il momento di penetrare nella sua anima: verrà il turno anche per essa. E anche se tentassimo di riferire qualcosa, sarebbe molto complicato farlo, perché non si trattava di pensieri, ma di qualcosa di molto confuso e, soprattutto, troppo agitato. Si rendeva conto da solo di aver perso il controllo. Lo tormentavano desideri strani, quasi sconcertanti, per esempio: dopo la mezzanotte fu assalito da un desiderio insistente e insopprimibile di scendere, aprire la porta, andare nella dipendenza e picchiare Smerdjakov, ma se gli avessero chiesto i motivi, egli decisamente non ne avrebbe saputo citare nemmeno uno con esattezza, tranne forse che quel lacchè gli era venuto in odio come il peggiore oltraggiatore che si potesse trovare al mondo. D'altro canto, quella notte fu assalito più di una volta da una soggezione inesplicabile e umiliante che gli procurava addirittura - egli se ne rendeva conto - l'esaurimento delle energie fisiche. La testa gli doleva e gli girava. Un sentimento di odio gli attanagliava l'anima come se fosse sul punto di vendicarsi di qualcuno. Odiava persino Alëša ricordando la conversazione avuta con lui, a momenti odiava se stesso. A Katerina Ivanovna non ci pensò nemmeno, e questo lo meravigliò molto in seguito, soprattutto perché ricordava perfettamente che quando si era vantato così smaccatamente, soltanto la mattina prima in presenza di Katerina Ivanovna, dicendo che l'indomani sarebbe partito per Mosca, dentro di sé si sussurrava: "Che assurdità! Non partirai, il distacco non ti sarà facile come ti vai vantando". Tornando con la mente a quella notte, in seguito, Ivan ricordava con particolare repulsione i momenti in cui si alzava bruscamente dal divano e furtivamente, con una strana paura addosso, come se fosse spiato, apriva la porta, usciva per le scale e si metteva in ascolto per sentire Fëdor Pavloviè che si agitava e camminava al piano di sotto, rimaneva ad ascoltare per un pezzo, anche cinque minuti buoni, con una strana curiosità, con il fiato sospeso e con il cuore in tumulto, ma il motivo per cui stava facendo tutto ciò, il motivo per cui stava in ascolto, ovviamente lo ignorava anche lui. Per tutta la vita definì quel "gesto" "infame" e dentro di sé, nel profondo della sua anima egli la considerò sempre l'azione più vile della sua vita. In quel momento non provava alcun odio per Fëdor Pavloviè in sé, sentiva soltanto, e chissà per quale ragione, un'invincibile curiosità: cercava di immaginare come stesse camminando al piano di sotto, che cosa stesse facendo nella sua stanza in quel momento, si domandava come stesse sbirciando attraverso le finestre scure e si fermasse al centro della stanza e aspettasse, aspettasse per sentire se bussava qualcuno. Ivan Fëdoroviè uscì apposta un paio di volte sulla scala. Quando, finalmente, tutto si acquietò e Fëdor Pavloviè si fu coricato, intorno alle due di notte, si coricò pure Ivan Fëdoroviè con il vivo desiderio di addormentarsi immediatamente, tanto si sentiva sfinito. E fu così: si addormentò di sasso e non fece sogni

LA SECONDA GIORNATA DI DMITRI

IL MATTINO RACCONTATO DA SMERDIAKOV

«Questa è l'unica cosa che posso dirvi», disse Smerdjakov come se ci avesse ripensato meglio. «Io sono qui in veste di amico e vicino, e sarebbe strano se io non venissi. D'altro canto, Ivan Fëdoroviè, per prima cosa, questa mattina all'alba mi ha mandato 

all'appartamento in via Ozërnaja, senza missive, per invitare Dmitrij Fëdoroviè a pranzo nella trattoria qui in città, quella in piazza. 

Io ci sono andato, vossignoria, ma non ho trovato Dmitrij Fëdoroviè in casa sebbene fossero solo le otto. 

"C'era", mi hanno detto, "ma poi è uscito": mi hanno detto proprio così i suoi padroni di casa. Ma avevano un modo strano di parlare, come se si fossero messi d'accordo, signore. 

Forse, in questo momento è a pranzo in quella trattoria con il fratello Ivan Fëdoroviè, dal momento che Ivan Fëdoroviè non è tornato a casa per il pranzo, Fëdor Pavloviè ha pranzato un'ora fa da solo e adesso è andato a fare il suo sonnellino. Ma vi supplico caldamente di non fare parola di me e di quello che vi ho detto, non ditelo a nessuno, signore, giacché quello mi ucciderebbe come niente, signore». 

 «Ivan ha invitato a pranzo Dmitrij oggi?», chiese conferma rapidamente Alëša. «Proprio così, signore». «Alla trattoria "La capitale", quella in piazza?» «Proprio quella, signore».


In quegli ultimi due giorni aveva vissuto in una tale inimmaginabile condizione di spirito che avrebbe potuto facilmente ammalarsi di febbre cerebrale, come ebbe a dire egli stesso in seguito. Alëša non era stato capace di scovarlo la mattina precedente, mentre il fratello Ivan non era riuscito a combinare l'incontro con lui al ristorante.

 I padroni dell'appartamento in cui viveva avevano nascosto le sue tracce, secondo le disposizioni da lui ricevute. Quanto a lui, aveva trascorso quegli ultimi due giorni correndo letteralmente da una parte all'altra, "in lotta con il proprio destino nel tentativo di salvare se stesso", come ebbe egli stesso a esprimersi in seguito; aveva persino fatto un salto di qualche ora fuori città per affari urgenti, per quanto fosse terribile per lui perdere di vista Grušen'ka anche per un solo minuto. T

Egli decise di recarsi, su due piedi, dal mercante Samsonov, il protettore di Grušen'ka e di proporgli un "piano" grazie al quale avrebbe ottenuto da lui, in un sol colpo, l'intera somma necessaria;


Ma se volete, qui c'è una persona alla quale potreste rivolgervi...» «Dio mio, e chi è?... Voi mi resuscitate, Kuz'ma Kuz'miè», balbettò Mitja. 

 «Non è di qui, ma in questo momento si trova da queste parti. È di origine contadina e commercia in legna, si chiama Ljagavyj di soprannome. 

È in trattative da un anno intero con Fëdor Pavloviè per quel vostro boschetto a Èermašnja, si dice che non si mettano d'accordo sul prezzo, forse l'avrete sentito. 

Adesso è ritornato e sta presso il curato di Il'inskoe, a una dozzina di verste dalla stazione di Volov'ja, cioè nel villaggio di Il'inskoe. 

Ha scritto anche a me a proposito dello stesso affare per chiedermi consiglio in merito al boschetto. Fëdor Pavloviè stesso ha intenzione di andarci a parlare. Quindi, se voi anticipaste Fëdor Pavloviè e proponeste a Ljagavyj quello che avete proposto a me, forse sarebbe possibile...» 

 «Idea geniale!», lo interruppe entusiasta Mitja. « È l'uomo che fa per me, andrò dritto da lui! È in trattative, gli chiederanno una cifra alta, e invece avrà in mano il documento che gli intesterà la proprietà stessa, ah, ah, ah!», e Mitja scoppiò a ridere della sua secca risatina legnosa, del tutto inattesa, tanto che Samsonov stesso sussultò con il capo. 

 «Come posso ringraziarvi, Kuz'ma Kuz'miè?», gridò Mitja con calore. «Ma vi pare, signore», rispose Samsonov abbassando il capo. «Ma voi non sapete, voi mi avete salvato. Oh, è stato un presentimento a portarmi sino a voi... E così, adesso andrò da quel pope!» 

RUBLI RACIMOLATI PER IL VIAGGIO

E così bisognava "galoppare di gran carriera", ma non aveva neanche una copeca per i cavalli; cioè, aveva solo venti copeche, era tutto quello che gli rimaneva dopo tanti anni di prosperità! 

Ma a casa aveva un vecchio orologio d'argento che aveva smesso di funzionare da un pezzo. 

Lo afferrò e lo portò da un orologiaio ebreo, che si era piazzato con la sua bancarella nella piazza del mercato. Quello gli diede sei rubli. «Non mi aspettavo tanto!», gridò Mitja in visibilio (si trovava ancora in quello stato di visibilio), prese i suoi sei rubli e corse a casa. A casa rimpinguò la somma, prendendo in prestito tre rubli dai padroni di casa, che glieli dettero con piacere, nonostante fossero gli ultimi soldi a loro disposizione, tanto era il bene che gli volevano. Mitja, nello stato di eccitazione in cui si trovava, rivelò loro, lì per lì, che si stava decidendo il suo destino, e raccontò, con una fretta precipitosa, s'intende, quasi tutto il suo "piano" come lo aveva appena esposto a Samsonov, poi riferì anche la decisione di Samsonov e le proprie speranze per il futuro, e così via. 

Anche in precedenza i padroni di casa erano stati messi a parte di molti suoi segreti, e per questo non lo consideravano affatto un signore superbo, ma uno di loro. Racimolati in questo modo nove rubli, Mitja mandò a prendere i cavalli di posta che lo avrebbero condotto sino alla stazione di Volov'ja. 

E fu così che venne ricordato e segnalato il fatto che "alla vigilia di un certo evento, a mezzogiorno, Mitja non aveva nemmeno una copeca tanto che per procurarsi del denaro, aveva venduto l'orologio e preso tre rubli in prestito dai padroni di casa, e tutto questo in presenza di testimoni". Sto sottolineando questo fatto in anticipo, il motivo sarà chiaro in seguito. 

 Mentre si recava a gran galoppo alla stazione di Volov'ja, sebbene fosse raggiante per il felice presentimento che finalmente avrebbe concluso e dipanato "tutte quelle faccende", nondimeno tremava dalla paura: che cosa avrebbe combinato Grušen'ka in sua assenza? 

In primo luogo, egli perse molto tempo dopo aver imboccato la strada vicinale dalla stazione di Volov'ja. Quella strada risultò lunga non dodici, ma diciotto verste. 

In secondo luogo, non trovò il curato di Il'inskoe in casa, giacché questi si trovava in un villaggio vicino. Partì per quel villaggio con gli stessi cavalli esausti e, mentre lo cercava, si fece quasi notte. 

Il curato, un ometto dall'aspetto timido e cortese, gli spiegò subito che quel Ljagavyj, sebbene si fosse davvero fermato da lui inizialmente, in quel momento si trovava a Suchoj Posëlok, dove avrebbe pernottato nell'izba del guardaboschi, dal momento che anche lì commerciava in legna. 

Alle pressanti richieste di Mitja di accompagnarlo immediatamente da Ljagavyj - "in questo modo l'avrebbe salvato" - il curato, dopo i tentennamenti iniziali, alla fine accettò di condurlo a Suchoj Posëlok, evidentemente incuriosito; ma sfortunatamente consigliò che si andasse a piedi, dal momento che si trattava di una versta "o poco più". Mitja, naturalmente, fu d'accordo e si avviò con il suo lungo passo, tanto che il povero curato fu quasi costretto a corrergli dietro. Era un uomo non ancora vecchio e molto prudente. 

Anche con lui Mitja si mise a parlare dei suoi progetti, con ardore, chiedendogli nervosamente consigli riguardo a Ljagavyj; parlò per tutto il tragitto. 

Il curato ascoltava con attenzione, ma dette ben pochi consigli. Alle domande di Mitja rispondeva evasivamente: «Non so, oh, non so, come faccio a saperlo?», e così via. Quando Mitja si mise a parlare dei propri contrasti con il padre riguardo all'eredità, allora il curato si spaventò persino, dal momento che con Fëdor Pavloviè egli si trovava in un rapporto quasi di dipendenza. 

Poi si informò sulla ragione per la quale egli chiamasse Ljagavyj quel contadino commerciante che in realtà si chiamava Gorstkin e fu costretto a spiegare a Mitja che Ljagavyj era e non era il vero nome di quell'uomo, nessuno lo chiamava mai così perché si sarebbe seriamente offeso e quindi doveva assolutamente chiamarlo Gorstkin, altrimenti non avrebbe combinato un bel nulla con lui; quello non gli avrebbe nemmeno dato retta, concluse il curato. 


 Egli procedeva a passo sostenuto e soltanto quando arrivò a Suchoj Posëlok, si rese conto che avevano camminato non per una versta e nemmeno per una versta e mezza, ma per ben tre verste, a occhio e croce, e questo lo irritò, ma mantenne il controllo. Entrarono nell'izba. Il guardaboschi, un conoscente del curato, viveva in una metà dell'izba mentre nell'altra metà, quella migliore, dall'altra parte dell'andito, alloggiava Gorstkin.

Il guardaboschi tornò nella sua parte di izba, grattandosi e senza dire una parola, mentre Mitja si sedette sulla panca per cogliere "il momento buono", come aveva detto lui stesso. Una profonda angoscia avvolse, come una densa nebbia, la sua anima. Una profonda, terribile angoscia! Egli stava seduto a pensare, ma non riusciva a venire a capo di nulla. La candela ardeva, un grillo si mise a frinire, la stanza surriscaldata stava diventando insopportabilmente soffocante.

 

lunedì 5 luglio 2021

CREPUSCOLI

 


CREPUSCOLO  DEL PRIMO GIORNO

LIBRO TERZO - cap. 11 Una reputazione perduta

CONGEDO DA MITJA

«Aspetta. Guarda la notte: hai visto com'è cupa, che nuvole, che ventaccio si è alzato! 

Mi sono appostato qui, sotto il citiso, ti aspettavo e ad un tratto ho pensato (quanto è vero Iddio!): che senso ha tormentarsi ancora, perché aspettare? Ecco qui un citiso, il fazzoletto c'è, la camicia pure, posso intrecciare una corda in un minuto, ho anche le bretelle e - basta con l'essere di peso alla terra, basta disonorarla con la mia meschina presenza! Ma ecco che ti sento arrivare - Signore! È stato come se qualcosa mi investisse all'improvviso: dunque c'è una persona che io sono capace di amare, eccolo che viene, eccola qui quella persona, il mio caro fratellino, che amo più di chiunque altro al mondo, l'unico essere umano che io ami veramente! E così ho sentito un tale affetto per te, ti ho tanto amato in quel momento che ho pensato: "Adesso mi getto al suo collo". Poi mi è venuta un'idea stupida: "Gli faccio uno scherzo, lo spavento". E così ho gridato come uno scemo: "O la borsa!..." Scusa la stupidaggine, è solo una sciocchezza, eppure nella mia anima... non c'è nulla di indecoroso... Ma al diavolo, dimmi che cosa è successo lì. Che cosa ha detto lei? Schiacciami, colpiscimi, non cercare di risparmiarmi! È andata su tutte le furie?»

«Sì, sono un mascalzone! Un mascalzone matricolato», disse con voce cupa. «Che importa se piangessi o no, sono sempre un mascalzone! Dille che accetto l'epiteto, se questo può consolarla. Ma basta così, addio, a che serve parlare ancora! Non c'è nessun gusto. Tu va' per la tua strada e io andrò per la mia. Non voglio neanche più incontrarti, se non proprio in caso di estrema necessità. Addio, Aleksej!» Strinse forte la mano di Alëša e, sempre a capo chino, senza alzare la testa, si avviò come di scatto verso la città. Alëša lo seguì con lo sguardo, non potendo credere che quello se ne fosse andato definitivamente, così all'improvviso. «Aspetta, Aleksej, ancora una confessione, ma soltanto a te!», Dmitrij Fëdoroviè si girò di scatto e tornò indietro. «Guardami, guardami bene: vedi, ecco, qui, proprio qui si prepara una terribile infamia». 

 (Dicendo "ecco qui", Dmitrij Fëdoroviè si colpì il petto con un pugno, con un'aria terribile, come se l'infamia si trovasse e si conservasse proprio nel suo petto, in qualche punto, in tasca forse, oppure pendesse cucita al collo). 

Tu mi conosci già: sono un mascalzone, un mascalzone confesso! Ma sappi che per quanto abbia fatto in passato e in questo momento o faccia in futuro, nulla, nulla potrà uguagliare per viltà l'infamia che proprio adesso, proprio in questo momento mi porto nel petto, ecco qui, proprio qui, l'infamia che si compirà sebbene io sia padrone di troncarla, sebbene io possa scegliere se troncarla o portarla a compimento, nota bene questo! Ma sappi pure che la porterò a compimento, non la troncherò. 

Poco fa ti ho raccontato tutto, ma questo non te l'ho raccontato, neanche io ho avuto la faccia di bronzo necessaria per farlo! Faccio ancora a tempo a fermarmi: fermandomi, domani stesso potrei recuperare una buona metà dell'onore perduto, ma io non mi fermerò, io porterò a compimento l'infame progetto, che tu possa testimoniare che te l'ho detto in anticipo e nel pieno possesso delle mie facoltà mentali! 

La rovina e le tenebre! Non c'è niente da spiegare, a suo tempo saprai. 

Un vicoletto fetido e una donna infernale! 

 Addio, non pregare per me, non lo merito, e non ce n'è nemmeno bisogno, nemmeno un po'... non mi serve affatto! Via!» 

 E si allontanò rapidamente, ma questa volta in modo definitivo. 

 Alëša andò al monastero.

  «Come può essere, come può essere che non lo vedrò mai più? Che cosa dice?», 

gli sembrava così assurdo. 

«Domani lo vedrò ad ogni costo e lo scoverò e scoprirò esattamente che cosa intendeva dire!...» 

 Fece il giro del monastero ed entrò direttamente nell'eremo attraverso il boschetto di pini. 

Gli aprirono, anche se a quell'ora non facevano entrare più nessuno. 

Il cuore gli tremava, quando entrò nella cella dello starec: 

 perché, perché era uscito, perché lo aveva mandato nel "mondo"? Qui c'era quiete, santità, mentre fuori c'era confusione, tenebre nelle quali perdersi e smarrirsi...



CREPUSCOLO DEL SECONDO GIORNO




LIBRO QUINTO - CAP. 5 - Il grande inquisitore

CONGEDO DA IVAN

Ivan si voltò di scatto e si avviò per la sua strada senza più girarsi. 

In modo simile il fratello Dmitrij, il giorno prima, si era allontanato da Alëša, anche se le circostanze erano molto diverse. 

Questa strana osservazione attraversò come un fulmine la mente addolorata di Alëša, addolorata e triste in quel momento. 

Egli si trattenne per un po' seguendo il fratello con lo sguardo. 

Notò all'improvviso, chissà come, che il fratello Ivan oscillava leggermente nel camminare, e che la spalla destra, guardandola da dietro, sembrava più bassa della sinistra. Non lo aveva mai notato prima. Poi si voltò anche lui, di scatto, e s'avviò quasi di corsa alla volta del monastero. 

 Era quasi buio e avvertiva un senso di paura; una sensazione nuova stava crescendo dentro di lui, una sensazione della quale non riusciva a rendersi pienamente conto. 

S'era alzato il vento, come la sera prima, il vento e i pini secolari stormivano cupamente intorno a lui, quando entrò nel boschetto dell'eremo. 

Stava quasi correndo. 
"Pater Seraphicus - l'avrà tratta da qualche parte questa definizione - ma da dove?", 
balenò in mente ad Alëša. 

 "Ivan, povero Ivan, quando ti rivedrò ancora? 

Ecco l'eremo, o Signore! Sì, sì, è lui, è il Pater Seraphicus, egli mi salverà... da lui e per sempre!" 

In seguito gli capitò parecchie volte nella vita di provare grande stupore ricordando che, dopo aver salutato Ivan, egli aveva completamente dimenticato il fratello Dmitrij, sebbene quella mattina, solo alcune ore prima, si fosse proposto di trovarlo assolutamente e di non andare via fino a quando non lo avesse trovato, anche a costo di non tornare al monastero per quella notte.

lunedì 29 maggio 2017

TERZO GIORNO di IVAN E FEDOR

TERZO GIORNO DI IVAN
... si svegliò presto, verso le sette, ad alba fatta. Aprendo gli occhi, fu sorpreso di sentirsi pieno di un'insolita energia, balzò rapidamente giù dal letto e si vestì in fretta, poi tirò fuori la valigia e cominciò subito a riempirla. La biancheria gli era arrivata giusto la mattina prima dalla lavandaia. Ivan Fëdoroviè sorrise persino al pensiero che tutto contribuisse a facilitare l'improvvisa partenza. E la sua partenza era senza dubbio improvvisa. Sebbene Ivan Fëdoroviè avesse detto il giorno prima (a Katerina Ivanovna, ad Alëša e poi a Smerdjakov) che sarebbe partito l'indomani, si ricordò di non aver affatto pensato alla partenza quando era andato a letto o, almeno, non aveva minimamente pensato che la prima cosa che avrebbe fatto l'indomani, svegliandosi, sarebbe stata quella di affrettarsi a fare le valigie. Finalmente la valigia e la borsa da viaggio furono pronte: erano all'incirca le nove quando Marfa Ignat'evna entrò nella sua stanza con la solita domanda di ogni giorno: "Dove volete prendere il tè, in camera o di sotto?" Ivan Fëdoroviè scese con un'aria quasi allegra, sebbene in lui, nelle sue parole, nei suoi gesti ci fosse qualcosa di scomposto e affrettato. Dopo aver affabilmente salutato il padre ed essersi premurosamente informato sulla sua salute - senza aspettare tuttavia che il padre finisse di rispondere - egli gli annunciò che sarebbe partito per Mosca di lì a un'ora, per sempre, e gli chiese di mandare a prendere i cavalli al più presto.
FEDOR CHIEDE AD IVAN DI ANDARE A Cermašnja
Il vecchio ascoltò la notizia senza manifestare la minima meraviglia, e dimenticò, in modo a dir poco sconveniente, di rammaricarsi per la partenza del caro figliolo. Invece si mise subito in agitazione, come ricordando, a proposito, un suo affare personale della massima importanza. «Che tipo che sei! Potevi dirmelo ieri... ma non fa niente, sistemeremo ogni cosa lo stesso. Fammi un grande favore, ragazzo mio, passa da Èermašnja. Devi soltanto svoltare a sinistra alla stazione di Volov'ja, in tutto una dozzina di verste e sei arrivato a Èermašnja». 
 «Spiacente, ma non posso: è a ottanta verste dalla ferrovia 
e il treno per Mosca parte dalla stazione alle sette di sera, faccio appena in tempo a prenderlo». 
 «Lo prenderai domani o dopodomani, ma oggi svolta a Èermašnja. Che ti costa far contento tuo padre? 
CONGEDO
«Be', va' con Dio, va' con Dio!», gli ripeteva dal terrazzino. «Tornerai ancora, una volta o l'altra nella vita? Cerca di venire, ne sarò sempre felice. Be', che Cristo ti accompagni!» Ivan Fëdoroviè salì in carrozza. «Addio, Ivan, non mi biasimare troppo!», gli gridò il padre per ultimo. La servitù al completo era uscita per salutarlo: 
Smerdjakov, Marfa Ignat'evna e Grigorij. 
Ivan Fëdoroviè regalò loro dieci rubli a testa. Quando fu seduto in carrozza, Smerdjakov gli balzò accanto per sistemargli la coperta da viaggio. «Vedi...sto andando a Èermašnja...», sfuggì a Ivan Fëdoroviè; ancora una volta, come il giorno prima, le parole gli uscirono involontariamente e accompagnate da un risolino nervoso. 
Ricordò a lungo questo fatto. 
 «Vuol dire che la gente ha ragione quando dice che anche due chiacchiere, con un uomo intelligente, sono interessanti», replicò con fermezza Smerdjakov, guardando con aria significativa Ivan Fëdoroviè. 

IVAN IN VIAGGIO


La carrozza dette uno scossone e partì a spron battuto.

Tutto era confuso nell'anima del viaggiatore, ma egli guardava avidamente i campi tutt'intorno, le colline, gli alberi, gli stormi di oche che volavano alto nel
cielo limpido. E sentì un improvviso benessere. Provò ad attaccare discorso con il vetturino e si interessò enormemente alle risposte che il contadino gli dava, ma un minuto dopo si rese conto che non aveva nemmeno prestato orecchio a quanto diceva il contadino e che neppure aveva capito quello che rispondeva.
Tacque, ma stava bene anche così: l'aria era tersa, fresca, pungente, il cielo era limpido. Fecero per balenargli in mente le immagini di Alëša e di Katerina Ivanovna, ma sorrise dolcemente e dolcemente soffiò via i loro cari fantasmi, ed essi svanirono. "Ci sarà tempo anche per loro", pensò. 


CAMBIAMENTO DI PROGRAMMA
 

Raggiunsero presto la stazione, cambiarono i cavalli e partirono al galoppo alla volta di Volov'ja. "Perché anche due chiacchiere, con un uomo intelligente, sono interessanti?" Che cosa aveva voluto dire? Questo pensiero sembrò togliergli il respiro. "E perché io gli ho detto che andavo a Èermašnja?" 

Raggiunsero di gran carriera la stazione di Volov'jà. Ivan Fëdoroviè scese dalla carrozza e i vetturini gli si fecero intorno. Mercanteggiarono il prezzo per portarlo a Èermašnja, dodici verste di strada vicinale, su cavalli privati. Egli ordinò di attaccare i cavalli. Entrò dentro la stazione di posta, si guardò intorno, gettò uno sguardo alla moglie del sorvegliante e subito tornò sul terrazzino d'ingresso. 

 «Non serve andare a Èermašnja. Faccio in tempo a raggiungere la stazione ferroviaria per le sette, fratelli?» «Vi accontenteremo subito. Attacchiamo i cavalli, allora?» «Immediatamente. Qualcuno di voi si reca in città domani?» «Come no, ci andrà Mitrij ». «Puoi farmi un servizio, Mitrij? Va' da mio padre, da Fëdor Pavloviè Karamazov e digli che non sono andato a Èermašnja. Puoi farlo?» «Perché no, ci passerò; conosciamo da un pezzo Fëdor Pavloviè». «Eccoti qualcosa per il tè, perché credo che lui non ti darà nulla...», scoppiò a ridere allegramente Ivan Fëdoroviè. «Ci potete scommettere che non mi darà nulla», si mise a ridere anche Mitrij. «Grazie signore, eseguirò senz'altro...» 

 Alle sette di sera Ivan Fëdoroviè saliva sul treno e partiva per Mosca. 
 "Alle spalle il passato, ho chiuso con il vecchio mondo per sempre, che non me ne giunga più alcuna notizia, alcuna eco; verso un nuovo mondo, verso luoghi nuovi, senza più guardare indietro". Ma invece che dall'entusiasmo, la sua anima fu invasa all'improvviso dalle tenebre e il suo cuore si riempì di una tristezza quale non aveva mai provato in vita sua. Passò tutta la notte a pensare, intanto il treno viaggiava veloce; 
solo verso l'alba, alle porte di Mosca, fu come se tornasse in sé.
 «Sono un vigliacco!», sussurrò a se stesso.

TERZO GIORNO DI FEDOR
Invece Fëdor Pavloviè, dopo aver accompagnato il figlio, rimase molto soddisfatto. 
Per due ore buone si sentì quasi felice mentre sorseggiava il suo cognacchino. 

Ma ad un tratto, in casa successe un incidente molto fastidioso ed estremamente spiacevole per tutti, che sconvolse in un baleno la disposizione di spirito di Fëdor Pavloviè: Smerdjakov era andato in cantina a prendere qualcosa ed era caduto dalla cima della scala. Per fortuna Marfa Ignat'evna in quel momento si trovava nel cortile e aveva sentito in tempo. Non aveva assistito alla caduta, però aveva sentito un urlo, un urlo particolare, strano, ma che conosceva da tempo: il grido dell'epilettico in preda ad un attacco. Nessuno fu in grado di stabilire se l'attacco gli fosse venuto mentre scendeva gli scalini - in questo caso doveva essere cascato in stato di incoscienza, oppure, al contrario, se l'attacco fosse sopravvenuto in Smerdjakov, epilettico dichiarato, in seguito alla caduta e all'agitazione; fatto sta che lo trovarono che si dibatteva sul pavimento della cantina, in preda a brividi e convulsioni, con la bava alla bocca. All'inizio pensarono che si fosse rotto qualcosa, un braccio o una gamba, e che si fosse storpiato, invece "Dio lo aveva risparmiato", come si espresse Marfa Ignat'evna: non era accaduto nulla del genere, solo che fu difficile tirarlo fuori dalla cantina alla luce del sole. Ma chiesero aiuto ai vicini e in un modo o nell'altro ce la fecero. Fëdor Pavloviè in persona assistette a tutta la cerimonia, anche lui dette una mano, visibilmente spaventato a morte e come smarrito. Il malato, però, non riacquistò conoscenza: anche se gli attacchi cessavano ad intervalli, si rinnovavano in continuazione e tutti giunsero alla conclusione che sarebbe accaduta la stessa cosa dell'anno prima, quando era accidentalmente caduto giù dalla soffitta. Si ricordarono che quella volta gli avevano messo il ghiaccio in testa. C'era ancora del ghiaccio in cantina e Marta Ignat'evna provvide a prenderlo e applicarlo, mentre Fëdor Pavloviè, verso sera, mandò a chiamare il dottor Gercenštube che si presentò immediatamente. Sottopose il malato ad una visita accurata (era il medico più accurato e scrupoloso di tutto il governatorato, un vecchietto avanti con gli anni e rispettabilissimo), e concluse che si era trattato di un gravissimo attacco che "poteva minacciare serie conseguenze" e che dal momento che lui, Gercenštube, non aveva ancora capito del tutto, l'indomani mattina, se non avessero apportato beneficio i rimedi somministrati, ne avrebbe adottati degli altri. Il malato fu trasportato alla dipendenza, nella stanzetta accanto alle stanze di Grigorij e Marfa Ignat'evna. Nel resto della giornata, 

Fëdor Pavloviè dovette subire una disgrazia dopo l'altra: toccò a Marfa Ignat'evna preparare il pranzo e la sua zuppa, in confronto a quella di Smerdjakov, riuscì "pari pari alla risciacquatura dei piatti", mentre il pollo era così secco che non c'era verso di masticarlo. Ai duri, ma giusti rimproveri del padrone, Marfa Ignat'evna replicò che comunque il pollo era molto vecchio e che lei non aveva mai studiato per diventare cuoca. 

Verso sera un altro guaio aspettava Fëdor Pavloviè: gli riferirono che Grigorij, che negli ultimi tre giorni non era stato bene, adesso era assolutamente costretto a stare a letto per il mal di reni. 

Fëdor Pavloviè finì il suo tè al più presto e si serrò in casa, tutto solo. Si trovava in uno stato di attesa spasmodica e agitata. Il fatto è che era convinto che Grušen'ka sarebbe andata da lui proprio quella sera; o, almeno, Smerdjakov gli aveva dato quasi per certo quella mattina, sul presto, che "ella aveva promesso di venire sicuramente". 

Il cuore dell'incorreggibile vecchietto batteva eccitato, egli si aggirava per le sue stanze vuote con l'orecchio teso all'ascolto. Doveva stare all'erta: Dmitrij Fëdoroviè poteva stare appostato da qualche parte, e quando lei avrebbe picchiato alla finestra (Smerdjakov aveva assicurato due giorni prima a Fëdor Pavloviè di averle riferito dove e come bussare), allora bisognava aprire la porta al più presto, a nessun costo ella doveva rimanere un secondo di più nell'andito per evitare che - Dio ce ne scampi - si spaventasse e scappasse via. 

Fëdor Pavloviè aveva molte cose delle quali preoccuparsi, eppure il suo cuore non si era mai deliziato in un mare di dolci speranze come quella sera: questa volta si poteva infatti dire, quasi con certezza, che ella sarebbe andata da lui!



TERZO GIORNO DI GRUSHENKA
Vedi, l'ho appena ingannato, gli ho fatto promettere che mi avrebbe creduta e io invece gli ho mentito. Gli ho detto che sarei rimasta da Kuz'ma Kuz'miè, dal mio vecchio, per tutta la sera e che mi sarei trattenuta sino a notte fonda a contare il denaro. Ogni settimana vado da lui per una serata intera a tenergli i conti. Ci chiudiamo a chiave: lui batte sul pallottoliere e io lì seduta ad annotare i registri, si fida soltanto di me. Mitja ha creduto che sarei rimasta lì, e invece io mi sono chiusa in casa; me ne sto qui ad aspettare una certa notizia.

 Alëša, oggi tuo fratello Mitja mi fa paura», disse Grušen'ka a voce alta, sebbene fosse in allarme; ma sembrava pure presa da una certa esultanza. «Perché hai tanta paura di Miten'ka oggi?», si informò Rakitin. «Sembrava che non fossi affatto impaurita con lui, lo comandi a bacchetta». 
 «Ti ho detto che aspetto una certa notizia, una piccola notizia tutta d'oro e l'ultima cosa che voglio è avere Miten'ka fra i piedi adesso. E non ci ha nemmeno creduto che sarei andata da Kuz'ma Kuz'miè, me lo sento. Quindi starà sicuramente nel suo nascondiglio, sul retro della casa di Fëdor Pavloviè nel giardino, a fare la guardia che io non arrivi. E se starà lì, non verrà qui, tanto meglio! Ma io ho davvero fatto un salto da Kuz'ma Kuz'miè, mi ci ha accompagnato Mitja stesso, gli ho detto che mi sarei trattenuta sino a mezzanotte e gli ho chiesto che venisse assolutamente a prendermi per riportarmi a casa a mezzanotte in punto. Se n'è andato, e io mi sono trattenuta una decina di minuti dal vecchio e poi sono subito tornata qui, avevo paura, ho fatto una corsa nel timore di incontrarlo»


 «Il suo starec è morto oggi, lo starec Zosima, il santo». «Padre Zosima è morto! Ma è vero?», gridò Grušen'ka. «Dio mio! E io che non lo sapevo!». E si fece devotamente il segno di croce. «Dio mio! E io che cosa sto facendo, gli sto seduta sulle ginocchia!», gridò ad un tratto come spaventata, poi scivolò in tutta fretta dalle sue ginocchia e si sedette sul divano. Alëša la guardò a lungo stupito e sembrò che il suo viso cominciasse a raggiare
Ma ecco che adesso è arrivato il mio oltraggiatore e io me ne sto seduta ad aspettare sue notizie. E sai in che modo mi ha oltraggiato quell'uomo? Cinque anni fa, quando Kuz'ma mi portò qui, io me ne stavo rintanata in casa, mi nascondevo alla vista degli altri perché non mi vedessero e non mi sentissero, ero magrolina e stupida, me ne stavo qui a singhiozzare, non chiudevo occhio per notti intere e pensavo: "Dove sarà mai in questo momento il mio oltraggiatore? Forse sta ridendo di me con un'altra, se solo lo potessi vedere, se solo lo potessi incontrare un giorno: gliela farei pagare per quello che mi ha fatto, gliela farei pagare!" Di notte, al buio, singhiozzavo nel cuscino e rimuginavo su questo, mi laceravo il cuore a bella posta e lo saziavo con la mia rabbia: "Gliela farò pagare, gliela farò pagare!" Così gridavo al buio. Ma quando mi sovveniva di colpo che non gli avrei potuto fare un bel niente, e che lui in quel momento forse se la rideva di me, o forse si era completamente dimenticato di me e non mi ricordava affatto, allora dal letto mi gettavo sul pavimento, mi scioglievo in lacrime di impotenza e giacevo lì tremante sino all'alba. La mattina mi alzavo più arrabbiata di una cagna, pronta a sbranare il mondo intero. E poi, sai cosa mi misi a fare? Cominciai ad accumulare un capitale, diventai spietata, mi rimpinguai, ma tu credi che mi sia fatta più saggia nel frattempo, eh? Neanche per sogno: nessuno lo vede, nessuno in tutto l'universo lo sa, ma quando si fa notte, alcune volte me ne sto sdraiata esattamente come quando ero una ragazzina, come cinque anni fa, digrigno i denti e piango tutta la notte: "Gliela farò pagare, gliela farò pagare!", penso. Hai ascoltato tutto quello che ti ho detto? Ecco, adesso mi puoi capire, un mese fa mi arriva all'improvviso una lettera: è lui, sta venendo, è rimasto vedovo, vuole vedermi. Mi sentii mancare il respiro, Santo Iddio, e all'improvviso pensai: "Lui arriva, mi fa un fischio e io gli corro incontro come un cagnolino bastonato, colpevole!" Penso questo e non credo a me stessa: "Ma sono proprio così vigliacca o no? Correrò da lui oppure no?" E sono stata in preda a quella stessa rabbia contro me stessa per tutto il mese, una rabbia ancora peggiore di cinque anni fa. Adesso vedi, Alëša, quanto sono violenta e vendicativa, ti ho detto proprio tutta la verità! Mi sono divertita con Mitja per non correre da quell'altro. Sta zitto, Rakitka, non tocca a te giudicarmi, non stavo parlando con te. Prima del vostro arrivo me ne stavo sdraiata qui, aspettavo, pensavo, decidevo il mio destino e voi non saprete mai che cosa provavo nel mio cuore. No, Alëša, di' alla tua signorina che non se la prenda per quello che è avvenuto tre giorni fa!... E nessuno al mondo saprà come mi sento in questo momento e non potrà mai saperlo... Perché forse prenderò con me un coltello, non mi sono ancora decisa...

«Non ridere, Rakitin, non ti burlare di lui, non parlare del defunto: egli è superiore a tutti nel mondo!», gridò Alëša con la voce rotta dal pianto. «Non ti ho parlato come un giudice, ma come l'ultimo degli imputati. Chi sono io davanti a lei? Ero venuto qui per rovinarmi e mi dicevo: 'Sia quel che sia, che importa?', e questo per la mia pusillanimità, mentre lei, dopo cinque anni di tormenti, non appena il primo arrivato le dice una parola sincera, ha perdonato tutto, ha dimenticato tutto e piange! Il suo oltraggiatore è tornato, la chiama e lei gli perdona tutto e corre da lui felice e non prenderà il coltello, non lo prenderà! No, io non sono come lei! Non so come sia tu, Miša, ma io non sono come lei! Oggi, adesso ho imparato la lezione... Ella è superiore a noi per capacità di amare... Hai mai sentito prima quello che ha appena raccontato? No, non l'hai sentito; se l'avessi sentito, avresti capito tutto da un pezzo... e anche la persona che lei ha insultato due giorni fa la perdonerà! La perdonerà se verrà a sapere... e lo verrà a sapere... Quest'anima non è ancora in pace con se stessa, occorre essere indulgenti con essa... in quest'anima si può celare un tesoro...

«Ci andrò!», esclamò all'improvviso. «Cinque dei miei anni! Addio! Addio, Alëša, il mio destino è deciso... Andate, andate, andatevene via tutti, che non vi veda mai più! Grušen'ka ha preso il volo verso una nuova vita... Non ricordarmi con rancore nemmeno tu, Rakitka. Forse sto andando incontro alla morte! Uh! È come se fossi ubriaca!» Ella li abbandonò in men che non si dica e corse in camera da letto. «Be', adesso non ha più tempo di pensare a noi!», grugnì Rakitin. «Andiamo, altrimenti ci toccherà sentire ancora tutte quelle urla femminee, mi hanno seccato tutti questi strilli lacrimevoli». Alëša, macchinalmente, si lasciò portare via. Nel cortile sostava una carrozza, avevano staccato i cavalli, andavano avanti e indietro con una lanterna, si davano un gran da fare. Introdussero i tre cavalli freschi attraverso il portone spalancato. Alëša e Rakitin erano appena scesi dal terrazzino d'ingresso, quando si spalancò la finestra della camera da letto di Grušen'ka e quella, con voce squillante, gridò dietro ad Alëša: «Alëšeèka, porta i miei saluti al tuo caro fratello Miten'ka e digli di non serbare rancore per me, anche se gli ho fatto del male. E riferiscigli pure queste mie parole: "A Grušen'ka è toccato un mascalzone, non un gentiluomo come te". E digli pure che Grušen'ka lo ha amato per un'oretta, solo per un'oretta, ma lo ha amato - che ricordi quindi quell'oretta per tutta la vita a partire da oggi, digli che è Grušen'ka che lo ordina, per tutta la vita».

«Che, mi "disprezzi" per i venticinque rubli di poco fa? Dirai tu: ha venduto un amico sincero. Ma tu non sei Cristo e io non sono Giuda». «Ah, Rakitin te lo assicuro, me n'ero persino dimenticato!», esclamò Alëša. «Sei stato tu a ricordarmelo adesso...» Ma ormai Rakitin aveva perso completamente le staffe. «Ma che il diavolo vi pigli tutti, uno per uno!», strillò inaspettatamente. «E perché diavolo mi sono attaccato a uno come te! D'ora in poi non ti conosco più. Vattene per conto tuo, la strada è tutta tua!» Ed egli svoltò bruscamente in un'altra strada lasciando Alëša da solo nell'oscurità. 

ALEKSIEJ RITORNA AL MONASTERO

Alëša si lasciò alle spalle la città e proseguì verso il monastero attraverso la campagna. 
 IV • Cana di Galilea 

 Era molto tardi, secondo le abitudini del monastero, quando Alëša giunse all'eremo; il frate guardiano lo fece entrare in via del tutto eccezionale. Erano appena suonate le nove: l'ora del riposo e della quiete generale, dopo una giornata così inquietante per tutti. Alëša aprì timidamente la porta ed entrò nella cella dello starec, dove adesso c'era la sua bara.

 Di nuovo la bara, la finestra aperta, di nuovo la pacata, solenne, chiara lettura del Vangelo. Ma Alëša non prestava più ascolto a quanto si leggeva. 

Strano: si era addormentato in ginocchio, mentre adesso si trovava in piedi; poi, ad un tratto, come se lo qualcosa lo spingesse in avanti, con tre rapidi passi egli si accostò alla bara. Sfiorò persino padre Paisij con la spalla, senza nemmeno accorgersene. Questi per un istante fece per sollevare verso di lui lo sguardo, ma poi lo distolse subito, comprendendo che al ragazzo era accaduto qualcosa di inconsueto. Alëša si trattenne a guardare la bara per mezzo minuto, guardava il cadavere coperto, immobile, allungato nella bara, con un'icona sul petto e il cappuccio con la croce a otto punte sul capo. Aveva appena udito la sua voce ed essa gli risuonava ancora nelle orecchie. Egli si mise ancora all'ascolto, in attesa di altre parole... ma all'improvviso, giratosi bruscamente, egli uscì dalla cella. 

FUORI NELLA NOTTE STELLATA
Non si soffermò nemmeno sul terrazzino d'ingresso, ma scese rapidamente giù per le scale. La sua anima traboccante anelava alla libertà, allo spazio, all'infinito. La volta celeste, punteggiata di placide stelle splendenti, si stendeva ampia e sconfinata sopra di lui. La Via Lattea si allungava in due pallide striature dallo zenit all'orizzonte. La notte fresca e tranquilla sino all'immobilità avvolgeva la terra intera. Le bianche torri e le cupole dorate della cattedrale rilucevano sullo sfondo del cielo color zaffiro. I lussureggianti fiori autunnali delle aiuole intorno alla casa si erano assopiti in attesa del giorno. Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, il segreto della terra faceva tutt'uno con quello delle stelle... Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, quando ad un tratto si gettò di colpo per terra.