venerdì 12 novembre 2021

X • L'arringa del difensore. Un'arma a doppio taglio


 X • L'arringa del difensore. Un'arma a doppio taglio 



 Il silenzio era assoluto quando si levarono le prime parole del celebre oratore. L'aula intera puntava gli occhi su di lui. Egli esordì con molta semplicità e immediatezza, con aria decisa, ma senza ombra di presunzione. Non ricorse minimamente alla retorica, a note patetiche o a certe paroline cariche di sentimento. Sembrava un uomo che parla a un ristretto gruppo di persone comprensive. Aveva una voce magnifica, sonora e affascinante, e sembrava che in quella voce stessa risuonasse qualcosa di genuino e semplice. Ma tutti compresero all'istante che l'oratore poteva assurgere all'improvviso al patetico puro e "penetrare i cuori con una forza ignota". Forse parlava in maniera meno ricercata di Ippolit Kirilloviè, ma non usava frasi molto lunghe ed era più preciso. Solo una cosa non piacque alle signore: egli continuava a piegarsi in avanti, soprattutto all'inizio dell'arringa, non che si inchinasse, ma era come se fosse sul punto di spiccare il volo verso i suoi ascoltatori, inclinando la sua lunga schiena in due, come se avesse una molla a metà della schiena, lunga ed esile, che gli consentisse di piegarsi ad angolo retto. All'inizio dell'arringa parlò in maniera alquanto sconnessa, non sistematica, si sarebbe detto; prendeva in considerazione fatti isolati, ma alla fine quei fatti vennero a formare un tutt'uno. Il suo discorso potrebbe essere diviso in due parti: la prima consisté in una critica, una confutazione dell'accusa, che talora assunse toni feroci e sarcastici. Mentre nella seconda parte dell'arringa fu come se, tutto d'un tratto, avesse cambiato registro e persino metodo: di colpo egli si elevò a tonalità patetiche; ma era come se il pubblico in aula se lo fosse aspettato e fosse percorso da un brivido di entusiasmo. Egli andò subito al nocciolo ed esordì dicendo che, sebbene esercitasse la sua professione a Pietroburgo, quella non era la prima volta che visitava altre città della Russia, in qualità di avvocato difensore, ma solo per i casi in cui era convinto che gli imputati fossero innocenti oppure avesse presentimento della loro innocenza. «La stessa cosa mi è avvenuta nel presente caso», spiegò. «Sin da quando apparvero le prime corrispondenze sui giornali mi balenò alla mente qualcosa che produsse in me un'impressione favorevole nei confronti dell'imputato. Per farla breve, quello che maggiormente catturò la mia attenzione fu una certa circostanza legale che spesso si verifica nella pratica giudiziaria, ma che mai, a mio parere, si presenta in una forma così estrema e peculiare come nel caso in questione. Dovrei formulare questo fatto solo alla fine della mia arringa, a conclusione del mio discorso, tuttavia esporrò la mia idea proprio all'inizio, giacché è una mia debolezza passare immediatamente al sodo, senza tenere da parte gli effetti sensazionali, né fare economia di impressioni. Questo, forse, potrà essere imprudente da parte mia, ma in compenso è sincero. La mia idea, la mia formula è la seguente: esiste una schiacciante mole di circostanze a carico dell'imputato, eppure nemmeno una di queste circostanze regge alla critica, se la si esamina singolarmente, presa a sé stante! Man mano che seguivo il caso tramite le dicerie e i giornali, questa mia idea si veniva rafforzando sempre di più, quando all'improvviso ricevetti l'invito da parte dei parenti dell'imputato ad assumere la sua difesa. Mi sono affrettato a venire sul posto e qui mi sono convinto definitivamente della mia idea. Ecco, è stato allo scopo di frantumare questa terribile mole di circostanze a carico, e dimostrare l'infondatezza e l'assurdità di ogni circostanza presa singolarmente, che ho accettato di assumere la difesa del caso». Così esordì l'avvocato della difesa e ad un tratto esclamò: «Signori della giuria, io sono l'ultimo arrivato in questa città. Le impressioni che ho ricevuto non sono basate su preconcetti. L'imputato, un uomo dal temperamento turbolento e sfrenato, non ha avuto occasione di offendermi in passato, come ha fatto, c'è da supporre, con un centinaio di persone in questa città: ecco perché molti sono prevenuti nei suoi confronti. Anche io riconosco, certamente, che il senso morale della società locale è giustamente esasperato contro di lui: l'imputato ha un carattere turbolento e violento. Eppure egli venne ben accolto dalla società del luogo, fu colmato di attenzioni persino nella famiglia del mio abilissimo collega, il pubblico ministero». (Nota bene. Mentre pronunciava queste parole, fra il pubblico si levarono due o tre risatine che, sebbene subito represse, furono notate da tutti. A tutti era noto che il procuratore aveva accolto in casa sua Mitja controvoglia, unicamente perché sua moglie lo trovava, per qualche ragione, interessante - questa signora era una donna estremamente virtuosa e rispettabile, ma capricciosa e dispotica, una che amava, in alcuni casi, soprattutto nelle piccole cose, mettersi contro suo marito. Mitja, del resto, frequentava abbastanza di rado la loro casa.) «Nondimeno azzarderei l'ipotesi», proseguiva il difensore, «che a dispetto dell'indipendenza di giudizio e del temperamento imparziale che lo caratterizzano, anche nel mio opponente sia potuto nascere un preconcetto erroneo sul conto del mio disgraziato cliente. Oh, è così naturale: questo disgraziato si è meritato anche troppo i pregiudizi della gente. Il senso morale oltraggiato e, peggio ancora, quello estetico, a volte diventa implacabile. Noi tutti abbiamo sentito nella magistrale arringa dell'accusa una severa analisi del carattere e della condotta dell'imputato, un severo atteggiamento critico verso il caso in questione e, quel che più conta, per spiegarci l'essenza del caso, l'accusa ci ha indicato tali profondità psicologiche nelle quali non avrebbe mai potuto addentrarsi, se fosse stata in mala fede e consapevolmente prevenuta contro la persona dell'imputato. Eppure in tali casi esistono cose peggiori, persino più nocive di un atteggiamento prevenuto e in mala fede nei confronti di un caso giudiziario: per esempio, quando accade di lasciarsi trasportare da un certo, diciamo così, gusto artistico, da un desiderio di creazione artistica, per così dire, quando si tenta di creare un romanzo, soprattutto in presenza di doti psicologiche che Dio abbia dispensato al nostro intelletto. A Pietroburgo, prima ancora che partissi, ero stato avvisato - ma lo sapevo da me, senza bisogno di preavvisi - che qui avrei trovato come opponente un profondo e acutissimo psicologo, il quale, grazie a questa sua qualità, si è conquistato una particolare fama nel nostro ancor giovane ambiente forense. Eppure, signori, la psicologia, per quanto profonda, può agire come un'arma a doppio taglio». Risatine fra il pubblico. «Certo voi mi perdonerete il banale paragone: non sono un gran maestro d'eloquenza. Ma ecco, prenderò un esempio a caso, il primo che mi viene in mente, tratto dal discorso dell'accusa. L'imputato, di notte, nel giardino, fuggendo, sta scavalcando lo steccato e atterra con il pestello di ottone il lacchè che gli sta aggrappato a una gamba. Dopo di che, con un balzo, ritorna in giardino e per cinque minuti buoni si affaccenda accanto alla vittima, cercando di capire se lo abbia ucciso o meno. Ed ecco che l'accusa si rifiuta categoricamente di credere alla sincerità dell'imputato, quando questi dichiara di essere saltato giù dallo steccato per pietà verso il vecchio Grigorij. "No", dice lui, "una sensibilità del genere è impossibile in un momento simile, è innaturale: egli saltò giù in giardino solo per assicurarsi che l'unico testimone della sua malefatta fosse morto, e proprio questo suo gesto prova che egli aveva davvero compiuto quella malefatta, dal momento che per nessun altro motivo, impulso o sentimento avrebbe potuto ritornare in quel giardino". Ecco, questa è psicologia; ma prendiamo questa stessa psicologia e applichiamola al caso in questione dal taglio opposto e il nostro risultato non sarà meno plausibile. L'assassino, ci viene detto, saltò giù per precauzione, per scoprire se il testimone fosse vivo o meno; nel contempo, però, aveva appena lasciato nello studio del padre, da lui ucciso - secondo quanto asserisce l'accusa stessa - un indizio colossale a proprio carico nella forma di un plico lacerato, sul quale si indicava il contenuto di tremila rubli. "Infatti se avesse portato via con sé quel plico, nessuno al mondo avrebbe mai saputo dell'esistenza di quel plico stesso e dei soldi in esso contenuti, e quindi nessuno avrebbe saputo che quei soldi erano stati rubati dall'imputato". Queste sono le parole dell'accusa. Allora, da un lato vediamo una completa mancanza di cautela: l'uomo ha perso la testa e fugge spaventato, lasciando sul pavimento un indizio; mentre, quando un paio di minuti più tardi colpisce e ammazza un altro uomo, ecco che compare la più spietata e calcolatrice cautela, pronta al nostro servizio. Ma ammettiamo, ammettiamo pure che sia così: mi diranno che è proprio la sottigliezza psicologica a far sì che, in date circostanze, io sia assetato di sangue e perspicace come un'aquila del Caucaso e, un attimo dopo, sia cieco e timoroso come una povera talpa. Ma se sono così sanguinario e spietatamente calcolatore da saltare giù, dopo aver ucciso, solo per vedere se sia morto un testimone pericoloso, come mai spreco cinque minuti buoni ad affaccendarmi su questa mia nuova vittima a rischio di procurarmi altri testimoni? A che scopo inzuppare il mio fazzoletto per detergere il sangue che cola dalla testa della mia vittima, quando poi quel fazzoletto potrebbe costituire un indizio contro di me? No, se siamo davvero così avveduti e duri di cuore, allora, dopo essere saltati giù in giardino, faremmo meglio ad assestare sulla testa del servo atterrato un altro bel colpo e un altro ancora per ucciderlo, in maniera da farla finita con il testimone e levarci questo peso dal cuore! E, certamente, quando salteremo giù per assicurarci che il nostro testimone sia morto, lasceremo sul sentierino, lì accanto, un altro testimone, proprio quel pestello che abbiamo preso in casa delle due donne, e che in seguito entrambe potranno riconoscere in modo da testimoniare che siamo stati noi a prenderlo da casa loro. E non l'abbiamo mica dimenticato là sul sentierino, non l'abbiamo mica perduto per distrazione, per la confusione nella quale ci trovavamo, no: avevamo gettato via quell'arma di proposito, perché è stata ritrovata a una quindicina di passi dal posto in cui era stato atterrato Grigorij. Ci si domanda: a che scopo abbiamo agito in quel modo? Ecco, abbiamo agito in questo modo per l'amarezza che ci ha invaso per aver ucciso un uomo, un vecchio servitore; imprecando con stizza, abbiamo gettato via quel pestello come arma del nostro delitto; non poteva essere altrimenti, per quale altro motivo potevamo gettarlo con tanto impeto? Se siamo stati in grado di provare dolore e pietà per aver ucciso un uomo, questo dimostra, naturalmente, che non abbiamo ucciso nostro padre: se avessimo ucciso nostro padre, non saremmo saltati giù verso l'uomo che avevamo abbattuto, mossi da pietà: avremmo provato tutt'altri sentimenti, non avremmo dato spazio alla pietà, ma solo all'istinto di conservazione, questo è fuori di dubbio. Al contrario, gli avremmo definitivamente fracassato il cranio e non avremmo perso quei cinque minuti accanto a lui. Invece demmo spazio alla pietà e ai buoni sentimenti, proprio perché avevamo la coscienza pulita. Ecco, dunque, una psicologia del tutto diversa. Signori della giuria, io stesso ho fatto ricorso alla psicologia di proposito, per darvi una dimostrazione evidente di come da essa sia possibile dedurre quello che più fa comodo. Dipende dall'uso che ne fate. La psicologia spinge anche le persone più serie a comporre dei romanzi, e questo del tutto inconsapevolmente. Sto parlando della psicologia superflua, signori della giuria, dell'abuso della psicologia». Anche a questo punto si udirono risatine di consenso fra il pubblico, ancora una volta all'indirizzo del procuratore. Non riporterò il discorso del difensore per filo e per segno, sceglierò soltanto alcuni passaggi, i punti fondamentali.

venerdì 5 novembre 2021

KATJA INCONTRA GRUSHENKA











 Si stava alzando dal suo posto, quando lanciò un urlo lacerante e vacillò all'indietro. 

Grušen'ka era entrata nella stanza all'improvviso e senza far rumore. Nessuno si aspettava il suo arrivo. 

Katja si mosse rapidamente verso la porta, ma quando giunse vicino a Grušen'ka, si fermò di scatto, si fece bianca come un lenzuolo e gemette piano, quasi in un sussurro: 

 «Perdonatemi!» 

 Grušen'ka la guardò fissa, poi, dopo la pausa di un istante, con una voce vendicativa e velenosa, replicò: 

 «Io e te siamo cattive, mia cara! Tutte e due cattive! Come se fosse mai possibile perdonarci l'un l'altra! Piuttosto salva lui e io pregherò per te tutta la vita!» 

 «E non vuoi perdonarla!», gridò Mitja con una nota di biasimo furente. 

 «Sta' tranquilla, te lo salverò!», mormorò Katja rapidamente e uscì di corsa dalla stanza. 

 «E tu hai potuto negarle il tuo perdono quando ella stessa per prima ha chiesto perdono a te?», esclamò Mitja con amarezza. 

 «Mitja, non osare biasimarla, non ne hai alcun diritto!», lo rimproverò Alëša infervorato. 

 «Hanno parlato le sue labbra orgogliose, non il suo cuore», proferì Grušen'ka con una sorta di disgusto. «Che ti salvi, e le perdonerò tutto...» 

 Ella cessò di parlare, come se stesse reprimendo qualcosa. Non riusciva ancora a riprendersi. 

In seguito risultò che ella era entrata nella stanza del tutto casualmente, senza minimamente sospettare né immaginare quello che avrebbe trovato. 

 «Alëša, corrile dietro!», Mitja gridò a suo fratello. 

«Dille... non so cosa... ma non farla andare via così!» 

 «Tornerò da te prima di sera!», gridò Alëša e corse dietro Katja. 

La raggiunse che aveva già oltrepassato il recinto dell'ospedale. Camminava in fretta, aveva premura, ma non appena Alëša l'ebbe raggiunta, gli disse rapidamente: 

«No, davanti a quella non posso punire me stessa. Le ho chiesto perdono perché volevo punire me stessa fino in fondo. Lei non mi ha perdonato... Le voglio bene per questo!», soggiunse con una voce innaturale e i suoi occhi scintillarono di un rancore selvaggio. 

 «Mio fratello non se lo aspettava affatto», fece per mormorare Alëša. «Era sicuro che non sarebbe venuta...» 

 «Non lo metto in dubbio. Ma lasciamo stare», ella tagliò corto. 

 «Ascoltate: non posso venire al funerale con voi. Ho mandato loro dei fiori per la piccola bara. Penso che abbiano ancora del denaro. Se ce n'è bisogno, dite loro che non li abbandonerò mai... Ma adesso lasciatemi, lasciatemi, per favore. Così farete tardi, le campane chiamano per l'ultima messa... Lasciatemi, per favore!»

KATJA FA VISITA A MITJA IN CARCERE






«Alëša, finiscimi in questo momento!», esclamò egli all'improvviso. «Verrà lei adesso o non verrà? Dimmelo! Che cosa ha detto? Con che tono l'ha detto?» 

 «Ha detto che sarebbe venuta, ma non so quando. È penoso per lei!», e Alëša guardò timidamente il fratello. 

 «Ci mancherebbe che non lo fosse, ci mancherebbe che non le fosse penoso! Alëša, questo mi farà impazzire! Gruša continua ad osservarmi. Comprende tutto. Dio mio, da' pace al mio cuore: che cosa voglio? Voglio Katja! Lo capisco io che cosa voglio? È la malefica sfrenatezza karamazoviana! Io non sono fatto per soffrire! Sono un mascalzone, non c'è nient'altro da dire!» 

 «Eccola!», esclamò Alëša. 

 In quel momento, Katja era apparsa sulla soglia. Per un istante si era soffermata a guardare Mitja con gli occhi smarriti. 

Quello scattò impulsivamente ai suoi piedi, il suo viso aveva un'espressione impaurita, si era fatto pallido, ma ad un tratto un timido sorriso implorante affiorò sulle sue labbra e, all'improvviso, mosso da un impulso irresistibile, egli protese entrambe le mani verso Katja. 

Nel vedere questo, Katja si slanciò impetuosamente verso di lui. Ella lo afferrò per le mani e lo fece sedere sul letto quasi con la forza, poi si sedette accanto, e senza lasciargli le mani, gliele stringeva forte, convulsamente. Più di una volta tutti e due furono sul punto di parlare, si bloccavano e continuavano a guardarsi in silenzio con uno strano sorriso, come incatenati l'uno all'altro. Passarono così un paio di minuti. 

 «Mi hai perdonato?», balbettò finalmente Mitja; in quel momento stesso si rivolse ad Alëša con il volto trasfigurato dalla gioia e gli gridò: «Hai sentito quello che le sto domandando? Hai sentito?» 

 «Per questo io ti ho amato, per la generosità del tuo cuore!», disse Katja ad un tratto. «E non sono io che devo perdonare te, ma sei tu che devi perdonare me; comunque, che tu mi perdoni o no, rimarrai sempre una ferita nella mia anima, per tutta la mia vita, e io nella tua - così deve essere...», ella smise di parlare per riprendere fiato. «Per quale motivo sono venuta?», riprese a parlare in fretta, freneticamente. «Per abbracciare i tuoi piedi, per stringere le tue mani, così, fino a farti male - ti ricordi, come te le stringevo a Mosca? - per dirti ancora una volta che tu sei il mio Dio, la mia gioia, per dirti che ti amo alla follia», ella gemette per l'angoscia e all'improvviso si premette avidamente la mano di lui alle labbra. Le lacrime sgorgavano dai suoi occhi. 

 Alëša stava in piedi, in silenzio, confuso; non si sarebbe mai aspettato quella scena. 

 «L'amore è finito, Mitja!», riprese a dire Katja. «Ma quel passato mi è tanto caro da farmi soffrire. Sappi che sarà sempre così. Ma adesso, per un minutino, facciamo in modo che sia come avrebbe dovuto essere», balbettava lei con un sorriso forzato, guardandolo negli occhi un'altra volta con gioia. 

«Tu ami un'altra donna e io amo un altro uomo, eppure ti amerò in eterno, e anche tu amerai me, lo sapevi questo? Mi senti? Amami, amami per tutta la vita!», gridò con un fremito quasi minaccioso nella voce. 

 «Ti amerò e... sappi, Katja», cominciò a dire Mitja prendendo fiato ad ogni parola, «sai, quella sera, di cinque giorni fa, io ti amavo... Quando sei caduta e ti hanno portata via... Per tutta la vita! E così sarà, così sarà in eterno!» 

Così tutti e due si mormoravano parole frenetiche, quasi senza senso, forse anche non vere, ma in quel momento era tutto vero e tutti e due credevano ciecamente a quello che dicevano. 

 «Katja», esclamò d'un tratto Mitja, «tu credi che io abbia ucciso? Lo so che adesso non ci credi, ma allora... quando hai testimoniato... Ci credevi, ci credevi forse?» 

 «Anche allora non ci credevo! Non ci ho mai creduto! Ti odiavo, per questo me ne ero convinta all'improvviso, per un momento... Mentre testimoniavo, me ne ero convinta e ci credevo, ma quando ho finito di parlare, ho smesso di crederci all'istante. Sappilo questo! Avevo dimenticato che ero venuta qui per punire me stessa!», disse poi con una nuova intonazione nella voce, completamente diversa dal balbettio amorevole di appena un attimo prima. 

 «Donna, tu sei in pena!», disse Mitja ad un tratto, quasi involontariamente. 

 «Fammi andare», mormorò lei. «Tornerò ancora. Adesso è troppo penoso!...»

MITJA TEME LA DEPORTAZIONE


 


Seguì il silenzio. Qualcosa di molto importante tormentava Mitja. 

 «Alëša, io amo da morire Grušen'ka», disse ad un tratto con voce tremante e rotta dalle lacrime. 

 «Non le permetteranno di venire laggiù insieme a te», Alëša intervenne prontamente. 

 «E c'è qualcos'altro che volevo dirti», Mitja proseguì con una voce improvvisamente squillante. 

«Se dovessero picchiarmi nel tragitto oppure una volta giunti laggiù, io non mi sottometterei, ucciderei qualcuno e quelli mi fucilerebbero. E questo dovrebbe durare vent'anni! Qui già cominciano a darmi del tu. La sentinella mi si rivolge con il tu. Anche stanotte non ho fatto che sottopormi a giudizio e ho concluso che non sono pronto! Non ho la forza di accettare tutto questo! Io volevo intonare l'"inno", ma poi non ho la forza di sopportare che una sentinella mi dia del tu. Per amore di Gruša affronterei qualunque cosa, tutto... eccetto le percosse... Ma non le permetteranno di venire laggiù». 

 Alëša sorrise dolcemente. «Ascolta, fratello, una volta per tutte», egli disse. «Ecco che cosa penso a questo proposito. E tu sai che io non ti mento mai. Ascoltami bene: tu non sei pronto e una croce così gravosa non è per te. Inoltre: questa croce da grande martire a te, che non sei pronto, non può servire. Se tu avessi ucciso nostro padre, mi sarei rammaricato che tu avessi respinto la tua croce. Ma tu sei innocente, e questa croce è troppo per te. Tu volevi generare in te stesso un uomo nuovo per mezzo delle sofferenze. Io ti dico, cerca di ricordare sempre quest'uomo nuovo, per tutta la vita, dovunque tu vada a rifugiarti, e questo sarà sufficiente per te. Il fatto che tu abbia respinto la grande sofferenza della croce ti servirà a sentire dentro di te un dovere ancora più grande, e questo costante sentimento, che ti accompagnerà tutta la vita, contribuirà a fare di te un uomo nuovo, molto di più che andare laggiù. Perché tu non lo sopporteresti e cominceresti a mormorare e, forse, arriveresti a dire: "Adesso siamo pari". L'avvocato aveva ragione: fardelli così pesanti non sono fatti per tutti gli uomini. Per alcuni sono addirittura insostenibili. 

Ecco quello che penso a questo proposito, se volevi saperlo. Se altre persone dovessero rispondere per la tua fuga, ufficiali o soldati, allora io "non te lo permetterei"», e dicendo questo Alëša sorrise. «Ma dicono e assicurano (l'ha detto quello stesso sovrintendente della tappa a Ivan) che potrebbe anche non esserci questo gran che di punizione, se la cosa viene fatta con accortezza, e che sarebbe possibile cavarsela con poco. Certo, la corruzione è disonesta anche in questo caso, ma io non mi metterò mica a giudicare, perché se Ivan e Katja chiedessero a me di occuparmi della faccenda per aiutare te, io so che andrei di persona a corrompere le persone; è un dovere per me dirti tutta la verità. E quindi non posso giudicare il tuo operato. Ma sappi che io non ti condannerò mai. E sarebbe anche strano che io mi mettessi a giudicarti in questa faccenda, vero? Adesso, credo di avere preso in considerazione ogni punto». 

 «Ma sono io che condannerò me stesso!», esclamò Mitja. «Io fuggirò, questo era stato deciso a prescindere da te. Che altro potrebbe fare Mit'ka Karamazov se non fuggire? Tuttavia mi condannerò e pregherò per il perdono del mio peccato per tutta la vita. È così che parlano i gesuiti, vero? Proprio come stiamo facendo io e te, in questo momento, non è vero?» 

 «Proprio così», rispose Alëša sorridendo dolcemente. 

 «Io ti voglio bene per il fatto che dici sempre la verità e non nascondi mai nulla», gridò Mitja con una risata gioiosa. «E così ho colto il mio Alëška mentre faceva il gesuita! Dovrei coprirti di baci solo per questo, ecco! Ma adesso ascolta anche il resto, voglio rivelarti l'altra metà della mia anima.

LA FUGA VERSO UN ALTRO  ESILIO

Ecco che cosa ho pensato e deciso: se fuggo, foss'anche con il denaro, foss'anche con il passaporto e foss'anche in America, mi rallegra il fatto che non vado incontro alla gioia, incontro alla felicità, ma in verità fuggo verso un altro esilio, brutto, forse, quanto questo! Brutto quanto questo, Aleksej, sto dicendo la verità! Io, quell'America - che il diavolo se la pigli! - la odio sin da adesso. 

Anche se Grušen'ka dovesse venire con me, ma guardala: ha forse l'aria di un'americana lei? Ella è russa, russa fino al midollo, ella avrà nostalgia della sua terra, ed io ogni ora mi accorgerò che lei soffre di nostalgia per causa mia, che ha preso su di sé questa croce per amore mio; ma che colpa ha lei? E come potrò sopportare la gentaglia del luogo, sebbene essi, tutti fino all'ultimo, potrebbero essere migliori di me? Io odio quest'America sin da adesso! E fossero tutti, dal primo all'ultimo, dei macchinisti eccellenti - che il diavolo se li porti! - quelli non sono la mia gente, non hanno la mia stessa anima. Io amo la Russia, Alëša, io amo il Dio russo, sebbene io stesso sia un mascalzone. Io soffocherò lì!», esclamò con gli occhi che gli brillavano. La sua voce tremava di lacrime. «Quindi ho deciso questo, Alëša, ascolta!», ricominciò a parlare dominando l'emozione. 

PROGETTI

«Non appena arriveremo lì, Gruša ed io, ci metteremo a lavorare immediatamente la terra, in solitudine, in qualche angolo remoto, con gli orsi selvaggi. Ci deve essere qualche posto remoto anche lì. Ho sentito che ci sono ancora i pellerossa da qualche parte, ai confini dell'orizzonte, e noi andremo proprio in quella landa, dagli ultimi dei mohicani. E ci metteremo subito a studiare la grammatica, Gruša ed io. Lavoro e grammatica, diciamo per tre anni di fila. Ed entro quel periodo, avremo imparato a parlare l'inglese meglio degli inglesi. E non appena l'avremo imparato, addio America! Ce ne torneremo in Russia come cittadini americani. Non ti preoccupare, non torneremo in questo buco di città. Ci nasconderemo da qualche parte, lontano, a nord oppure a sud. Per quell'epoca sarò cambiato, e anche lei; in America, da un dottore qualsiasi mi farò fare un porro posticcio, non per niente sono meccanici quelli! Oppure mi caverò un occhio, mi farò crescere la barba di mezzo metro, una barba canuta (sarà la nostalgia per la Russia che mi farà incanutire), e credo che nessuno ci riconoscerà. E se ci riconosceranno e ci manderanno in Siberia, non me ne importerà niente: vuol dire che era destino. Anche qui ci metteremo a lavorare la terra in qualche landa remota, e per tutta la vita farò finta di essere un americano. Ma almeno moriremo nella nostra terra. Questo è il mio piano e nulla lo potrà modificare. Lo approvi?» 

 «Lo approvo», rispose Alëša, che non lo voleva contraddire. Mitja tacque per un minuto, poi disse: 

LA BRUTTA FIGURA AL PROCESSO

 «Ma che brutta figura mi hanno fatto fare al processo! Mi hanno fatto fare una brutta figura, vero?» «Anche se non l'avessero fatto, ti avrebbero condannato lo stesso», replicò Alëša con un sospiro. 

 «Sì, sono venuto a noia al pubblico locale! Che Dio li benedica, ma è dura!», gemette Mitja dolorosamente. Tacquero per un altro minuto. «Alëša, finiscimi in questo momento!», esclamò egli all'improvviso. «Verrà lei adesso o non verrà? Dimmelo! Che cosa ha detto? Con che tono l'ha detto?» «Ha detto che sarebbe venuta, ma non so quando. È penoso per lei!», e Alëša guardò timidamente il fratello.

KATJA VERRA'

 







II • Per un momento la menzogna diventa verità 


Egli si affrettò per andare in ospedale, dove allora si trovava Mitja. Il giorno do
po la sentenza della corte, egli si era ammalato di febbre nervosa ed era stato ricoverato nell'ospedale della nostra città, nel reparto riservato ai detenuti. Ma il dottor Varvinskij, dietro richiesta di Alëša e di molti altri (la signora Chochlakova, Liza e altri), aveva sistemato Mitja non con gli altri detenuti, ma in una stanzetta separata, la stessa dove era stato Smerdjakov. Vero è che alla fine del corridoio c'era di guardia una sentinella e la finestra aveva l'inferriata, quindi Varvinskij poteva stare con la coscienza tranquilla per via di quel riguardo, non del tutto legale, che aveva concesso; era un giovanotto buono e compassionevole. Egli si rendeva conto di come potesse essere penoso per una persona come Mitja piombare direttamente in un ambiente di assassini e malfattori: era necessario che si abituasse gradualmente. Le visite di parenti e amici erano tacitamente ammesse sia dal dottore, sia dal direttore della prigione, sia dallo stesso capo della polizia. Ma in quei giorni solo Alëša e Grušen'ka andavano a trovare il malato. Rakitin aveva tentato due volte di vederlo, ma Mitja aveva chiesto espressamente a Varvinskij di non farlo entrare. Alëša lo trovò seduto sulla brandina con il camice da ospedale, aveva un po' di febbre e aveva il capo avvolto da un asciugamano imbevuto di acqua e aceto. Egli rivolse uno sguardo dall'espressione vaga ad Alëša che entrava, ma nei suoi occhi balenò una sorta di spavento. Dal giorno del processo egli si era fatto terribilmente pensieroso, a volte gli capitava di stare zitto per mezz'ora a ponderare qualcosa intensamente, tormentosamente, incurante dei presenti. Se emergeva dalle sue riflessioni e cominciava a discorrere, parlava sempre in maniera brusca e mai di quello che avrebbe dovuto dire. A volte guardava il fratello con uno sguardo pieno di sofferenza. Pareva che fosse più a suo agio con Grušen'ka che con Alëša. Vero è che non parlava quasi per nulla con lei, ma bastava che ella entrasse perché il suo volto si illuminasse. Alëša si sedette sulla brandina accanto a lui in silenzio. Questa volta Mitja aveva aspettato l'arrivo di Alëša con apprensione, ma non osava domandargli nulla. Egli riteneva che il consenso di Katja ad andare a trovarlo fosse impensabile e, allo stesso tempo, sentiva che se ella non fosse andata da lui, sarebbe stato intollerabile. Alëša comprendeva i suoi sentimenti. «Quel Trifon», esordì Mitja con nervosismo, «sì, Borisoviè, dicono che stia mettendo a soqquadro tutta la locanda. Solleva tavole, stacca assi, ha fatto a pezzetti tutta la balconata, dicono; non fa che cercare il tesoro, cioè quel denaro, quei millecinquento, che il procuratore ha detto che io ho nascosto lì. Non appena tornato a casa, ha cominciato subito a far pazzie. Ben gli sta bene a quell'imbroglione! Me l'ha raccontato ieri la sentinella; è di quelle parti». «Ascolta», gli disse Alëša, «ella verrà, ma non so quando. Può essere oggi come fra qualche giorno, non ti so dire di preciso. Ma verrà, verrà, questo è sicuro». Mitja trasalì, accennò a dire qualcosa, ma tacque. Quella notizia ebbe un effetto straordinario su di lui. Era evidente che egli aveva una voglia tremenda di conoscere i particolari della conversazione, ma aveva timore di chiedere: un qualunque segno cattivo e sprezzante da parte di Katja in quel momento sarebbe stato come una pugnalata per lui. «Fra l'altro, mi ha detto che devo assolutamente tranquillizzarti riguardo alla fuga. Se per quel momento Ivan non sarà guarito, penserà lei stessa a tutto». «Me ne hai già parlato», osservò Mitja assorto nei suoi pensieri. «E tu lo hai riferito a Gruša», osservò Alëša di rimando. «Sì», ammise Mitja. «Ella non verrà stamattina», disse guardando timidamente il fratello. «Verrà soltanto stasera. Quando ieri le ho detto che Katja stava prendendo provvedimenti, ella non ha fiatato, ma le labbra le si contraevano. Ella ha soltanto mormorato: "Che faccia pure!" Ha capito che era una cosa importante. Non ho osato metterla ulteriormente alla prova. Credo che comprenda che a Katja non importa più niente di me, ma ama Ivan». «Davvero?», sfuggì ad Alëša. «Forse non è proprio così. Solo che stamattina non verrà», si affrettò a spiegare di nuovo Mitja. «Le ho affidato un incarico. Sai, il fratello Ivan ci supererà tutti. Egli dovrebbe vivere, non noi. Egli guarirà». «Pensa, per quanto Katja sia tanto in ansia per lui, ella non ha dubbi che guarirà», disse Alëša. «Questo vuol dire che è convinta che egli morirà. È per paura che è convinta che egli guarisca». «Nostro fratello ha una costituzione robusta. Anch'io ho molte speranze che egli guarisca», osservò Alëša inquieto. «Sì, egli guarirà. Ma ella è convinta che morirà. Ella ha molto dolore...»

ALEKSEI CHIEDE A KATIA DI RECARSI DA MITJA

 




«Ovviamente, ve lo teneva nascosto: era proprio per via di quel piano di fuga. Mi aveva esposto l'idea in generale tre giorni prima e da quel momento abbiamo cominciato a litigare e abbiamo continuato per tre giorni. Litigavamo perché quando mi aveva detto che, nel caso Mitja fosse stato condannato, sarebbe fuggito all'estero con quella canaglia, io mi ero infuriata, non vi dirò per quale motivo, non lo so neanche io per quale motivo... Oh, naturalmente, ero furiosa per quella canaglia, e proprio per il fatto che anche lei fuggisse all'estero insieme a Dmitrij!», esclamò Katerina Ivanovna con le labbra che le tremavano per la collera. 

«Non appena Ivan Fëdoroviè vide che mi infuriavo per via di quella donna, subito pensò che fossi gelosa di Mitja e quindi che continuassi ad amarlo. E così scoppiò la prima lite. Io non avevo voglia di dare spiegazioni e non potevo chiedere scusa; mi era penoso che un uomo del suo calibro potesse sospettare che io amassi ancora quell'altro... E questo dopo che, già da molto tempo, gli avevo detto in faccia che non amavo Dmitrij, ma amavo soltanto lui! Solo per la stizza contro quella donna, mi infuriai contro di lui! 

LA BUSTA CON LE DISPOSIZIONI PER LA FUGA

Tre giorni dopo, proprio quella sera che veniste voi, egli mi portò una busta sigillata che io avrei dovuto aprire immediatamente, nel caso gli accadesse qualcosa. Oh, egli prevedeva il suo male! Egli mi rivelò che quella busta conteneva i dettagli della fuga e che, nel caso egli fosse morto o si fosse gravemente ammalato, io avrei dovuto salvare Mitja da sola. 

IL DENARO: 10.000 RUBLI

In quell'occasione mi lasciò anche il denaro, quasi diecimila rubli - gli stessi ai quali ha fatto riferimento il procuratore nella sua arringa, dopo aver saputo che egli li aveva mandati a cambiare. 

Fui tremendamente colpita nello scoprire che Ivan Fëdoroviè non aveva rinunciato alla sua idea di salvare il fratello e che, sebbene fosse geloso di me e ancora convinto che io amassi Mitja, confidava proprio a me il suo piano. Oh, quello era un sacrificio! No, voi non potete comprendere appieno una tale abnegazione, Aleksej Fëdoroviè! 

Io volevo cadere ai suoi piedi per la venerazione, ma poi mi passò per la mente che egli avrebbe pensato che io l'avessi fatto soltanto per la gioia che Mitja si salvasse (e lui l'avrebbe pensato sicuramente), ed ero così esasperata al solo pensiero che gli potesse venire in mente un'idea così ingiusta che, invece di baciargli i piedi, gli feci un'altra scenata. Oh, come sono infelice! 

CARATTERE DI KATIA

È il mio carattere, il mio terribile, infelice carattere! 
Oh, vedrete, finirò con l'indurlo a lasciarmi per un'altra, per una con la quale gli sia più facile vivere, come ho fatto con Dmitrij, ma questa volta... no, questa volta non lo sopporterei, mi ammazzerei. 

E quando voi arrivaste, e io vi chiamai e gli dissi di tornare indietro e lui rientrò con voi: nel vedere lo sguardo carico di odio e disprezzo che egli mi rivolse, io fui invasa da una tale rabbia che - ve lo ricordate? - vi gridai che era stato lui, soltanto lui a convincermi che l'assassino era il fratello Dmitrij! 

Lo calunniai di proposito per ferirlo un'altra volta. Egli non aveva mai, mai tentato di convincermi che l'assassino fosse suo fratello. Al contrario, ero stata io a tentare di convincere lui! 

Oh, la mia irascibilità è alla radice di tutto! Sono stata io, io a preparare la strada a quella maledetta scenata al processo! 

Egli ha voluto dimostrare a me di essere un uomo integerrimo e che, per quanto io amassi suo fratello, egli non lo avrebbe mai rovinato per ripicca o gelosia. E così si presentò al processo... 

Io sono la causa di tutto, la colpa è solo mia!» 

Katja non aveva mai fatto simili confessioni ad Alëša prima di allora, ed egli intuì che ella si trovava in quello stadio di insopportabile sofferenza nel quale persino gli esseri più orgogliosi demoliscono penosamente il proprio orgoglio e crollano sconfitti dal dolore. 

Oh, Alëša conosceva un'altra terribile ragione della sua attuale infelicità, sebbene ella gliel'avesse accuratamente celata in tutti quei giorni seguiti al processo di Mitja; ma, per qualche ragione, sarebbe stato troppo doloroso per lui se ella si fosse decisa a umiliarsi a tal punto da cominciare a parlare lei stessa di quell'altra ragione. 

Ella soffriva per il "tradimento" al processo e Alëša sentiva che la coscienza di lei la stava spingendo ad accusare se stessa proprio dinanzi a lui, dibattendosi per terra, fra lacrime, urla, isterismi. 

Ma egli temeva quel momento e desiderava risparmiarglielo. Rendeva ancora più gravoso l'incarico per il quale era venuto. 

LA SITUAZIONE DI MITJA

Egli riprese a parlare di Mitja. «Tutto bene, tutto bene, non temete per lui!», ella ricominciò testardamente in tono brusco. «È una cosa del momento, lo conosco bene, conosco sin troppo bene il suo cuore. State pur certo che acconsentirà a fuggire. Soprattutto, visto che non è una cosa immediata, avrà tutto il tempo per cambiare idea. Ivan Fëdoroviè si sarà rimesso per allora e condurrà la faccenda di persona, cosicché io non avrò più niente a che fare con questo. Non vi preoccupate, egli acconsentirà a partire. In fondo è già d'accordo: pensate che vorrà mai rinunciare a quella canaglia? E non gli consentirebbero di portarsela ai lavori forzati, quindi sarà costretto a fuggire. Siete voi la persona che egli teme, teme che voi non approviate la fuga da un punto di vista morale. Ma voi dovete generosamente permetterglielo, visto che la vostra sanzione è così indispensabile in questo caso», Katja soggiunse velenosamente. 

Ella tacque per un po' e sorrise. «Non fa che parlare di certi inni», soggiunse poi, «di una croce che deve portare, di un dovere, ricordo che Ivan Fëdoroviè me ne ha parlato molto e se sapeste come ne parlava!», gridò Katja all'improvviso con sentimento incontenibile. 

«Se sapeste quanto amava quel disgraziato in quei momenti in cui mi parlava di lui, e quanto lo odiava, forse, al tempo stesso! E io che ascoltavo la sua storia e le sue lacrime con scherno sprezzante. Che canaglia! La canaglia sono io! Sono io che gli ho fatto venire la febbre! 

Ma quell'altro, il condannato, è forse egli disposto alla sofferenza?», concluse irritata Katja. «E un uomo simile può soffrire? Gli uomini come lui non soffrono mai!» Una nota di odio e repulsione sprezzante risuonava nella sua voce. Eppure era stata lei a tradire lui. 

"Forse è proprio perché sente di essere colpevole verso di lui che ella lo odia tanto in certi momenti", Alëša pensò fra sé. Egli sperava che fosse soltanto "in certi momenti". In queste ultime parole di Katja egli avvertì una sfida, ma non la raccolse. 

ALEKSEJ DEVE CONVINCERE MITJA ALLA FUGA

«Vi ho convocato questa mattina perché voi mi promettiate di convincerlo. O anche voi ritenete che fuggire sarebbe disonesto, poco valoroso o forse... non cristiano, eh?», soggiunse Katja con un tono di sfida ancora più evidente. 

«Oh, no. Gli dirò tutto...», mormorò Alëša. 

«Egli vi chiede di andare da lui oggi stesso», disse poi bruscamente guardandola dritto negli occhi. 

Ella trasalì e vacillò leggermente ritraendosi da lui sul divano. 

«Io? È mai possibile?», balbettò impallidendo. 

«Non solo è possibile ma deve essere così!», incalzò Alëša animandosi tutto. «Ha molto bisogno di voi adesso, proprio in questo momento. Non avrei toccato questo argomento e non vi avrei disturbata in anticipo, se non fosse stato necessario. Egli è malato, è come fuori di sé, non fa che chiedere di voi. Non vuole vedervi per riconciliarsi con voi, chiede soltanto che voi andiate e vi affacciate alla sua soglia. Gli sono successe molte cose da quel giorno. Egli ha compreso quanto sia smisuratamente grande la sua colpa nei vostri confronti. Non vuole il vostro perdono, "è impossibile perdonarmi", dice lui stesso, vuole soltanto che voi vi affacciate alla sua soglia». 

«Voi mi avete... così all'improvviso...», balbettava Katja. «Ho avuto il presentimento in tutti questi giorni che sareste venuto con questo messaggio. Sapevo che mi avrebbe chiesto di andare da lui. È impossibile!» 

«Che sia pure impossibile, ma fatelo. Pensate: egli è stato colpito per la prima volta dalla consapevolezza dell'affronto che vi ha fatto, per la prima volta nella vita, non l'aveva mai compreso così pienamente! Egli dice: se ella rifiuta di venire, "allora, da adesso in poi, sarò infelice per tutta la vita". Avete sentito? Nonostante sia stato condannato a vent'anni di lavori forzati, egli pensa ancora di poter essere felice, non fa pena questo? Pensateci: voi andrete a far visita a una persona rovinata pur essendo innocente», disse Alëša in tono di sfida, «le sue mani sono pulite, non c'è traccia di sangue! Per amore delle infinite sofferenze che lo aspettano, andate a trovarlo adesso! Andate, accompagnatelo nell'oscurità, affacciatevi alla sua porta, è tutto...Voi dovete farlo, dovete farlo!», concluse Alëša accentuando con straordinaria forza la parola "dovete". 

«Devo, ma... non posso», disse Katja quasi gemendo. «Egli mi guarderà... e io non posso». 

«I vostri occhi devono incontrarsi. Come farete a vivere tutto il resto della vostra vita, se non vi decidete a farlo adesso?» 

«Meglio soffrire per tutta la vita». 

«Voi dovete andare, voi dovete andare», Alëša ripeté inesorabile. 

«Ma perché oggi? Perché adesso?... Non posso abbandonare il malato...» 

«Per un minuto potete farlo, e ci metterete soltanto un minuto. Se non ci andrete, stanotte gli prenderà il delirio. Non vi direi una bugia; abbiate pietà di lui!» 

«Abbiate pietà di me!», disse Katja in tono di amaro biasimo e scoppiò a piangere. 

«Dunque, ci andrete!», disse Alëša in tono fermo, vedendo le sue lacrime. «Adesso andrò da lui e gli dirò che voi state arrivando». 

«No, non diteglielo per nessun motivo», gridò Katja allarmata. «Ci verrò, ma non anticipateglielo, perché forse verrò, ma non entrerò... Non lo so ancora...» La voce le si incrinò. Ella respirava a fatica. 

Alëša si alzò per andare via. 

«E se dovessi incontrare qualcuno?», disse a mezza voce, ad un tratto, impallidendo un'altra volta. 

«Ecco perché dovete andarci adesso, per evitare di incontrare qualcuno. Non ci sarà nessuno adesso, posso assicurarvelo. Vi aspetteremo», concluse enfaticamente e uscì dalla stanza.

PROGETTI PER SALVARE MITJA

 






I • Piani per salvare Mitja


Cinque giorni dopo il processo di Mitja, di buon mattino, prima delle nove, 

Alëša andò da Katerina Ivanovna per prendere gli ultimi accordi riguardo a una faccenda della massima importanza per entrambi; egli aveva anche un messaggio da darle. 

Ella stava seduta a parlare con lui nella stessa stanza in cui aveva ricevuto Grušen'ka quella volta; nella camera accanto, giaceva, privo di conoscenza, Ivan Fëdoroviè, con la febbre alta. Katerina Ivanovna, subito dopo la scenata del processo, aveva ordinato che Ivan Fëdoroviè, malato e privo di conoscenza, fosse portato a casa sua, incurante dei futuri e inevitabili pettegolezzi della società e della disapprovazione generale. Una delle due parenti che vivevano con lei era partita per Mosca subito dopo quella scenata in tribunale, l'altra era rimasta. Ma anche se fossero andate via entrambe, Katerina Ivanovna non avrebbe modificato la sua decisione di prendersi cura del malato e di vegliarlo giorno e notte. Lo curavano Varvinskij e Gercenštube; il dottore di Mosca, invece, era tornato a casa rifiutando di esprimere la propria opinione riguardo al probabile esito della malattia. Gli altri dottori, dal canto loro, per quanto facessero coraggio a Katerina Ivanovna e ad Alëša, non potevano tuttavia dar loro speranze, questo era evidente. Alëša andava a trovare il fratello malato due volte al giorno. Ma questa volta aveva una questione particolarmente urgente e, per quanto prevedesse che sarebbe stato difficile affrontare l'argomento, tuttavia aveva molta fretta. Lo aspettava un altro impegno improrogabile quella mattina e doveva sbrigarsi. Era già un quarto d'ora che stavano parlando. Katerina Ivanovna era pallida e molto affaticata, ma, allo stesso tempo, si trovava in uno stato di terribile, morbosa eccitazione: aveva un presentimento del motivo per il quale, fra l'altro, Alëša si era recato da lei quella mattina. «Non vi preoccupate della sua decisione», diceva ella con ferma insistenza ad Alëša. «In un modo o nell'altro, ricorrerà a questa via d'uscita: egli deve fuggire! Quell'infelice, quell'eroe dell'onore e della coscienza - non quello, non Dmitrij Fëdoroviè, ma quell'altro, che giace oltre quella porta e che si è sacrificato per il fratello», soggiunse Katja con gli occhi che le scintillavano, «da molto tempo mi ha messa al corrente del piano di fuga. Sapete, aveva già iniziato le trattative... Ve l'ho già detto... Vedrete, accadrà con ogni probabilità, alla terza tappa a partire da qui, quando tradurranno il gruppo dei deportati in Siberia. Oh, ce ne vuole di tempo ancora! Ivan Fëdoroviè ha già fatto visita al sovrintendente della terza tappa. Solo che non sappiamo chi sarà il sovrintendente del gruppo di deportati, e non c'è modo di saperlo in anticipo. Domani, forse, vi mostrerò nei dettagli l'intero piano che mi ha lasciato Ivan Fëdoroviè alla vigilia del processo, per ogni evenienza... È stato quella sera che ci avete trovato a litigare, vi ricordate: lui stava scendendo le scale e io, vedendo voi, l'ho costretto a tornare, vi ricordate? Sapete perché stavamo litigando quella volta?» «No, non lo so», rispose Alëša.