X • L'arringa del difensore. Un'arma a doppio taglio
venerdì 12 novembre 2021
X • L'arringa del difensore. Un'arma a doppio taglio
X • L'arringa del difensore. Un'arma a doppio taglio
venerdì 5 novembre 2021
KATJA INCONTRA GRUSHENKA
Si stava alzando dal suo posto, quando lanciò un urlo lacerante e vacillò all'indietro.
Grušen'ka era entrata nella stanza all'improvviso e senza far rumore. Nessuno si aspettava il suo arrivo.
Katja si mosse rapidamente verso la porta, ma quando giunse vicino a Grušen'ka, si fermò di scatto, si fece bianca come un lenzuolo e gemette piano, quasi in un sussurro:
«Perdonatemi!»
Grušen'ka la guardò fissa, poi, dopo la pausa di un istante, con una voce vendicativa e velenosa, replicò:
«Io e te siamo cattive, mia cara! Tutte e due cattive! Come se fosse mai possibile perdonarci l'un l'altra! Piuttosto salva lui e io pregherò per te tutta la vita!»
«E non vuoi perdonarla!», gridò Mitja con una nota di biasimo furente.
«Sta' tranquilla, te lo salverò!», mormorò Katja rapidamente e uscì di corsa dalla stanza.
«E tu hai potuto negarle il tuo perdono quando ella stessa per prima ha chiesto perdono a te?», esclamò Mitja con amarezza.
«Mitja, non osare biasimarla, non ne hai alcun diritto!», lo rimproverò Alëša infervorato.
«Hanno parlato le sue labbra orgogliose, non il suo cuore», proferì Grušen'ka con una sorta di disgusto. «Che ti salvi, e le perdonerò tutto...»
Ella cessò di parlare, come se stesse reprimendo qualcosa. Non riusciva ancora a riprendersi.
In seguito risultò che ella era entrata nella stanza del tutto casualmente, senza minimamente sospettare né immaginare quello che avrebbe trovato.
«Alëša, corrile dietro!», Mitja gridò a suo fratello.
«Dille... non so cosa... ma non farla andare via così!»
«Tornerò da te prima di sera!», gridò Alëša e corse dietro Katja.
La raggiunse che aveva già oltrepassato il recinto dell'ospedale. Camminava in fretta, aveva premura, ma non appena Alëša l'ebbe raggiunta, gli disse rapidamente:
«No, davanti a quella non posso punire me stessa. Le ho chiesto perdono perché volevo punire me stessa fino in fondo. Lei non mi ha perdonato... Le voglio bene per questo!», soggiunse con una voce innaturale e i suoi occhi scintillarono di un rancore selvaggio.
«Mio fratello non se lo aspettava affatto», fece per mormorare Alëša. «Era sicuro che non sarebbe venuta...»
«Non lo metto in dubbio. Ma lasciamo stare», ella tagliò corto.
«Ascoltate: non posso venire al funerale con voi. Ho mandato loro dei fiori per la piccola bara. Penso che abbiano ancora del denaro. Se ce n'è bisogno, dite loro che non li abbandonerò mai... Ma adesso lasciatemi, lasciatemi, per favore. Così farete tardi, le campane chiamano per l'ultima messa... Lasciatemi, per favore!»
KATJA FA VISITA A MITJA IN CARCERE
«Alëša, finiscimi in questo momento!», esclamò egli all'improvviso. «Verrà lei adesso o non verrà? Dimmelo! Che cosa ha detto? Con che tono l'ha detto?»
«Ha detto che sarebbe venuta, ma non so quando. È penoso per lei!», e Alëša guardò timidamente il fratello.
«Ci mancherebbe che non lo fosse, ci mancherebbe che non le fosse penoso! Alëša, questo mi farà impazzire! Gruša continua ad osservarmi. Comprende tutto. Dio mio, da' pace al mio cuore: che cosa voglio? Voglio Katja! Lo capisco io che cosa voglio? È la malefica sfrenatezza karamazoviana! Io non sono fatto per soffrire! Sono un mascalzone, non c'è nient'altro da dire!»
«Eccola!», esclamò Alëša.
In quel momento, Katja era apparsa sulla soglia. Per un istante si era soffermata a guardare Mitja con gli occhi smarriti.
Quello scattò impulsivamente ai suoi piedi, il suo viso aveva un'espressione impaurita, si era fatto pallido, ma ad un tratto un timido sorriso implorante affiorò sulle sue labbra e, all'improvviso, mosso da un impulso irresistibile, egli protese entrambe le mani verso Katja.
Nel vedere questo, Katja si slanciò impetuosamente verso di lui. Ella lo afferrò per le mani e lo fece sedere sul letto quasi con la forza, poi si sedette accanto, e senza lasciargli le mani, gliele stringeva forte, convulsamente. Più di una volta tutti e due furono sul punto di parlare, si bloccavano e continuavano a guardarsi in silenzio con uno strano sorriso, come incatenati l'uno all'altro. Passarono così un paio di minuti.
«Mi hai perdonato?», balbettò finalmente Mitja; in quel momento stesso si rivolse ad Alëša con il volto trasfigurato dalla gioia e gli gridò: «Hai sentito quello che le sto domandando? Hai sentito?»
«Per questo io ti ho amato, per la generosità del tuo cuore!», disse Katja ad un tratto. «E non sono io che devo perdonare te, ma sei tu che devi perdonare me; comunque, che tu mi perdoni o no, rimarrai sempre una ferita nella mia anima, per tutta la mia vita, e io nella tua - così deve essere...», ella smise di parlare per riprendere fiato. «Per quale motivo sono venuta?», riprese a parlare in fretta, freneticamente. «Per abbracciare i tuoi piedi, per stringere le tue mani, così, fino a farti male - ti ricordi, come te le stringevo a Mosca? - per dirti ancora una volta che tu sei il mio Dio, la mia gioia, per dirti che ti amo alla follia», ella gemette per l'angoscia e all'improvviso si premette avidamente la mano di lui alle labbra. Le lacrime sgorgavano dai suoi occhi.
Alëša stava in piedi, in silenzio, confuso; non si sarebbe mai aspettato quella scena.
«L'amore è finito, Mitja!», riprese a dire Katja. «Ma quel passato mi è tanto caro da farmi soffrire. Sappi che sarà sempre così. Ma adesso, per un minutino, facciamo in modo che sia come avrebbe dovuto essere», balbettava lei con un sorriso forzato, guardandolo negli occhi un'altra volta con gioia.
«Tu ami un'altra donna e io amo un altro uomo, eppure ti amerò in eterno, e anche tu amerai me, lo sapevi questo? Mi senti? Amami, amami per tutta la vita!», gridò con un fremito quasi minaccioso nella voce.
«Ti amerò e... sappi, Katja», cominciò a dire Mitja prendendo fiato ad ogni parola, «sai, quella sera, di cinque giorni fa, io ti amavo... Quando sei caduta e ti hanno portata via... Per tutta la vita! E così sarà, così sarà in eterno!»
Così tutti e due si mormoravano parole frenetiche, quasi senza senso, forse anche non vere, ma in quel momento era tutto vero e tutti e due credevano ciecamente a quello che dicevano.
«Katja», esclamò d'un tratto Mitja, «tu credi che io abbia ucciso? Lo so che adesso non ci credi, ma allora... quando hai testimoniato... Ci credevi, ci credevi forse?»
«Anche allora non ci credevo! Non ci ho mai creduto! Ti odiavo, per questo me ne ero convinta all'improvviso, per un momento... Mentre testimoniavo, me ne ero convinta e ci credevo, ma quando ho finito di parlare, ho smesso di crederci all'istante. Sappilo questo! Avevo dimenticato che ero venuta qui per punire me stessa!», disse poi con una nuova intonazione nella voce, completamente diversa dal balbettio amorevole di appena un attimo prima.
«Donna, tu sei in pena!», disse Mitja ad un tratto, quasi involontariamente.
«Fammi andare», mormorò lei. «Tornerò ancora. Adesso è troppo penoso!...»
MITJA TEME LA DEPORTAZIONE
Seguì il silenzio. Qualcosa di molto importante tormentava Mitja.
«Alëša, io amo da morire Grušen'ka», disse ad un tratto con voce tremante e rotta dalle lacrime.
«Non le permetteranno di venire laggiù insieme a te», Alëša intervenne prontamente.
«E c'è qualcos'altro che volevo dirti», Mitja proseguì con una voce improvvisamente squillante.
«Se dovessero picchiarmi nel tragitto oppure una volta giunti laggiù, io non mi sottometterei, ucciderei qualcuno e quelli mi fucilerebbero. E questo dovrebbe durare vent'anni! Qui già cominciano a darmi del tu. La sentinella mi si rivolge con il tu. Anche stanotte non ho fatto che sottopormi a giudizio e ho concluso che non sono pronto! Non ho la forza di accettare tutto questo! Io volevo intonare l'"inno", ma poi non ho la forza di sopportare che una sentinella mi dia del tu. Per amore di Gruša affronterei qualunque cosa, tutto... eccetto le percosse... Ma non le permetteranno di venire laggiù».
Alëša sorrise dolcemente. «Ascolta, fratello, una volta per tutte», egli disse. «Ecco che cosa penso a questo proposito. E tu sai che io non ti mento mai. Ascoltami bene: tu non sei pronto e una croce così gravosa non è per te. Inoltre: questa croce da grande martire a te, che non sei pronto, non può servire. Se tu avessi ucciso nostro padre, mi sarei rammaricato che tu avessi respinto la tua croce. Ma tu sei innocente, e questa croce è troppo per te. Tu volevi generare in te stesso un uomo nuovo per mezzo delle sofferenze. Io ti dico, cerca di ricordare sempre quest'uomo nuovo, per tutta la vita, dovunque tu vada a rifugiarti, e questo sarà sufficiente per te. Il fatto che tu abbia respinto la grande sofferenza della croce ti servirà a sentire dentro di te un dovere ancora più grande, e questo costante sentimento, che ti accompagnerà tutta la vita, contribuirà a fare di te un uomo nuovo, molto di più che andare laggiù. Perché tu non lo sopporteresti e cominceresti a mormorare e, forse, arriveresti a dire: "Adesso siamo pari". L'avvocato aveva ragione: fardelli così pesanti non sono fatti per tutti gli uomini. Per alcuni sono addirittura insostenibili.
Ecco quello che penso a questo proposito, se volevi saperlo. Se altre persone dovessero rispondere per la tua fuga, ufficiali o soldati, allora io "non te lo permetterei"», e dicendo questo Alëša sorrise. «Ma dicono e assicurano (l'ha detto quello stesso sovrintendente della tappa a Ivan) che potrebbe anche non esserci questo gran che di punizione, se la cosa viene fatta con accortezza, e che sarebbe possibile cavarsela con poco. Certo, la corruzione è disonesta anche in questo caso, ma io non mi metterò mica a giudicare, perché se Ivan e Katja chiedessero a me di occuparmi della faccenda per aiutare te, io so che andrei di persona a corrompere le persone; è un dovere per me dirti tutta la verità. E quindi non posso giudicare il tuo operato. Ma sappi che io non ti condannerò mai. E sarebbe anche strano che io mi mettessi a giudicarti in questa faccenda, vero? Adesso, credo di avere preso in considerazione ogni punto».
«Ma sono io che condannerò me stesso!», esclamò Mitja. «Io fuggirò, questo era stato deciso a prescindere da te. Che altro potrebbe fare Mit'ka Karamazov se non fuggire? Tuttavia mi condannerò e pregherò per il perdono del mio peccato per tutta la vita. È così che parlano i gesuiti, vero? Proprio come stiamo facendo io e te, in questo momento, non è vero?»
«Proprio così», rispose Alëša sorridendo dolcemente.
«Io ti voglio bene per il fatto che dici sempre la verità e non nascondi mai nulla», gridò Mitja con una risata gioiosa. «E così ho colto il mio Alëška mentre faceva il gesuita! Dovrei coprirti di baci solo per questo, ecco! Ma adesso ascolta anche il resto, voglio rivelarti l'altra metà della mia anima.
LA FUGA VERSO UN ALTRO ESILIO
Ecco che cosa ho pensato e deciso: se fuggo, foss'anche con il denaro, foss'anche con il passaporto e foss'anche in America, mi rallegra il fatto che non vado incontro alla gioia, incontro alla felicità, ma in verità fuggo verso un altro esilio, brutto, forse, quanto questo! Brutto quanto questo, Aleksej, sto dicendo la verità! Io, quell'America - che il diavolo se la pigli! - la odio sin da adesso.
Anche se Grušen'ka dovesse venire con me, ma guardala: ha forse l'aria di un'americana lei? Ella è russa, russa fino al midollo, ella avrà nostalgia della sua terra, ed io ogni ora mi accorgerò che lei soffre di nostalgia per causa mia, che ha preso su di sé questa croce per amore mio; ma che colpa ha lei? E come potrò sopportare la gentaglia del luogo, sebbene essi, tutti fino all'ultimo, potrebbero essere migliori di me? Io odio quest'America sin da adesso! E fossero tutti, dal primo all'ultimo, dei macchinisti eccellenti - che il diavolo se li porti! - quelli non sono la mia gente, non hanno la mia stessa anima. Io amo la Russia, Alëša, io amo il Dio russo, sebbene io stesso sia un mascalzone. Io soffocherò lì!», esclamò con gli occhi che gli brillavano. La sua voce tremava di lacrime. «Quindi ho deciso questo, Alëša, ascolta!», ricominciò a parlare dominando l'emozione.
PROGETTI
«Non appena arriveremo lì, Gruša ed io, ci metteremo a lavorare immediatamente la terra, in solitudine, in qualche angolo remoto, con gli orsi selvaggi. Ci deve essere qualche posto remoto anche lì. Ho sentito che ci sono ancora i pellerossa da qualche parte, ai confini dell'orizzonte, e noi andremo proprio in quella landa, dagli ultimi dei mohicani. E ci metteremo subito a studiare la grammatica, Gruša ed io. Lavoro e grammatica, diciamo per tre anni di fila. Ed entro quel periodo, avremo imparato a parlare l'inglese meglio degli inglesi. E non appena l'avremo imparato, addio America! Ce ne torneremo in Russia come cittadini americani. Non ti preoccupare, non torneremo in questo buco di città. Ci nasconderemo da qualche parte, lontano, a nord oppure a sud. Per quell'epoca sarò cambiato, e anche lei; in America, da un dottore qualsiasi mi farò fare un porro posticcio, non per niente sono meccanici quelli! Oppure mi caverò un occhio, mi farò crescere la barba di mezzo metro, una barba canuta (sarà la nostalgia per la Russia che mi farà incanutire), e credo che nessuno ci riconoscerà. E se ci riconosceranno e ci manderanno in Siberia, non me ne importerà niente: vuol dire che era destino. Anche qui ci metteremo a lavorare la terra in qualche landa remota, e per tutta la vita farò finta di essere un americano. Ma almeno moriremo nella nostra terra. Questo è il mio piano e nulla lo potrà modificare. Lo approvi?»
«Lo approvo», rispose Alëša, che non lo voleva contraddire. Mitja tacque per un minuto, poi disse:
LA BRUTTA FIGURA AL PROCESSO
«Ma che brutta figura mi hanno fatto fare al processo! Mi hanno fatto fare una brutta figura, vero?» «Anche se non l'avessero fatto, ti avrebbero condannato lo stesso», replicò Alëša con un sospiro.
«Sì, sono venuto a noia al pubblico locale! Che Dio li benedica, ma è dura!», gemette Mitja dolorosamente. Tacquero per un altro minuto. «Alëša, finiscimi in questo momento!», esclamò egli all'improvviso. «Verrà lei adesso o non verrà? Dimmelo! Che cosa ha detto? Con che tono l'ha detto?» «Ha detto che sarebbe venuta, ma non so quando. È penoso per lei!», e Alëša guardò timidamente il fratello.
KATJA VERRA'
II • Per un momento la menzogna diventa verità
Egli si affrettò per andare in ospedale, dove allora si trovava Mitja. Il giorno do
po la sentenza della corte, egli si era ammalato di febbre nervosa ed era stato ricoverato nell'ospedale della nostra città, nel reparto riservato ai detenuti. Ma il dottor Varvinskij, dietro richiesta di Alëša e di molti altri (la signora Chochlakova, Liza e altri), aveva sistemato Mitja non con gli altri detenuti, ma in una stanzetta separata, la stessa dove era stato Smerdjakov. Vero è che alla fine del corridoio c'era di guardia una sentinella e la finestra aveva l'inferriata, quindi Varvinskij poteva stare con la coscienza tranquilla per via di quel riguardo, non del tutto legale, che aveva concesso; era un giovanotto buono e compassionevole. Egli si rendeva conto di come potesse essere penoso per una persona come Mitja piombare direttamente in un ambiente di assassini e malfattori: era necessario che si abituasse gradualmente. Le visite di parenti e amici erano tacitamente ammesse sia dal dottore, sia dal direttore della prigione, sia dallo stesso capo della polizia. Ma in quei giorni solo Alëša e Grušen'ka andavano a trovare il malato. Rakitin aveva tentato due volte di vederlo, ma Mitja aveva chiesto espressamente a Varvinskij di non farlo entrare. Alëša lo trovò seduto sulla brandina con il camice da ospedale, aveva un po' di febbre e aveva il capo avvolto da un asciugamano imbevuto di acqua e aceto. Egli rivolse uno sguardo dall'espressione vaga ad Alëša che entrava, ma nei suoi occhi balenò una sorta di spavento. Dal giorno del processo egli si era fatto terribilmente pensieroso, a volte gli capitava di stare zitto per mezz'ora a ponderare qualcosa intensamente, tormentosamente, incurante dei presenti. Se emergeva dalle sue riflessioni e cominciava a discorrere, parlava sempre in maniera brusca e mai di quello che avrebbe dovuto dire. A volte guardava il fratello con uno sguardo pieno di sofferenza. Pareva che fosse più a suo agio con Grušen'ka che con Alëša. Vero è che non parlava quasi per nulla con lei, ma bastava che ella entrasse perché il suo volto si illuminasse. Alëša si sedette sulla brandina accanto a lui in silenzio. Questa volta Mitja aveva aspettato l'arrivo di Alëša con apprensione, ma non osava domandargli nulla. Egli riteneva che il consenso di Katja ad andare a trovarlo fosse impensabile e, allo stesso tempo, sentiva che se ella non fosse andata da lui, sarebbe stato intollerabile. Alëša comprendeva i suoi sentimenti. «Quel Trifon», esordì Mitja con nervosismo, «sì, Borisoviè, dicono che stia mettendo a soqquadro tutta la locanda. Solleva tavole, stacca assi, ha fatto a pezzetti tutta la balconata, dicono; non fa che cercare il tesoro, cioè quel denaro, quei millecinquento, che il procuratore ha detto che io ho nascosto lì. Non appena tornato a casa, ha cominciato subito a far pazzie. Ben gli sta bene a quell'imbroglione! Me l'ha raccontato ieri la sentinella; è di quelle parti». «Ascolta», gli disse Alëša, «ella verrà, ma non so quando. Può essere oggi come fra qualche giorno, non ti so dire di preciso. Ma verrà, verrà, questo è sicuro». Mitja trasalì, accennò a dire qualcosa, ma tacque. Quella notizia ebbe un effetto straordinario su di lui. Era evidente che egli aveva una voglia tremenda di conoscere i particolari della conversazione, ma aveva timore di chiedere: un qualunque segno cattivo e sprezzante da parte di Katja in quel momento sarebbe stato come una pugnalata per lui. «Fra l'altro, mi ha detto che devo assolutamente tranquillizzarti riguardo alla fuga. Se per quel momento Ivan non sarà guarito, penserà lei stessa a tutto». «Me ne hai già parlato», osservò Mitja assorto nei suoi pensieri. «E tu lo hai riferito a Gruša», osservò Alëša di rimando. «Sì», ammise Mitja. «Ella non verrà stamattina», disse guardando timidamente il fratello. «Verrà soltanto stasera. Quando ieri le ho detto che Katja stava prendendo provvedimenti, ella non ha fiatato, ma le labbra le si contraevano. Ella ha soltanto mormorato: "Che faccia pure!" Ha capito che era una cosa importante. Non ho osato metterla ulteriormente alla prova. Credo che comprenda che a Katja non importa più niente di me, ma ama Ivan». «Davvero?», sfuggì ad Alëša. «Forse non è proprio così. Solo che stamattina non verrà», si affrettò a spiegare di nuovo Mitja. «Le ho affidato un incarico. Sai, il fratello Ivan ci supererà tutti. Egli dovrebbe vivere, non noi. Egli guarirà». «Pensa, per quanto Katja sia tanto in ansia per lui, ella non ha dubbi che guarirà», disse Alëša. «Questo vuol dire che è convinta che egli morirà. È per paura che è convinta che egli guarisca». «Nostro fratello ha una costituzione robusta. Anch'io ho molte speranze che egli guarisca», osservò Alëša inquieto. «Sì, egli guarirà. Ma ella è convinta che morirà. Ella ha molto dolore...»
ALEKSEI CHIEDE A KATIA DI RECARSI DA MITJA
«Ovviamente, ve lo teneva nascosto: era proprio per via di quel piano di fuga. Mi aveva esposto l'idea in generale tre giorni prima e da quel momento abbiamo cominciato a litigare e abbiamo continuato per tre giorni. Litigavamo perché quando mi aveva detto che, nel caso Mitja fosse stato condannato, sarebbe fuggito all'estero con quella canaglia, io mi ero infuriata, non vi dirò per quale motivo, non lo so neanche io per quale motivo... Oh, naturalmente, ero furiosa per quella canaglia, e proprio per il fatto che anche lei fuggisse all'estero insieme a Dmitrij!», esclamò Katerina Ivanovna con le labbra che le tremavano per la collera.
PROGETTI PER SALVARE MITJA
I • Piani per salvare Mitja
Cinque giorni dopo il processo di Mitja, di buon mattino, prima delle nove,
Alëša andò da Katerina Ivanovna per prendere gli ultimi accordi riguardo a una faccenda della massima importanza per entrambi; egli aveva anche un messaggio da darle.
Ella stava seduta a parlare con lui nella stessa stanza in cui aveva ricevuto Grušen'ka quella volta; nella camera accanto, giaceva, privo di conoscenza, Ivan Fëdoroviè, con la febbre alta. Katerina Ivanovna, subito dopo la scenata del processo, aveva ordinato che Ivan Fëdoroviè, malato e privo di conoscenza, fosse portato a casa sua, incurante dei futuri e inevitabili pettegolezzi della società e della disapprovazione generale. Una delle due parenti che vivevano con lei era partita per Mosca subito dopo quella scenata in tribunale, l'altra era rimasta. Ma anche se fossero andate via entrambe, Katerina Ivanovna non avrebbe modificato la sua decisione di prendersi cura del malato e di vegliarlo giorno e notte. Lo curavano Varvinskij e Gercenštube; il dottore di Mosca, invece, era tornato a casa rifiutando di esprimere la propria opinione riguardo al probabile esito della malattia. Gli altri dottori, dal canto loro, per quanto facessero coraggio a Katerina Ivanovna e ad Alëša, non potevano tuttavia dar loro speranze, questo era evidente. Alëša andava a trovare il fratello malato due volte al giorno. Ma questa volta aveva una questione particolarmente urgente e, per quanto prevedesse che sarebbe stato difficile affrontare l'argomento, tuttavia aveva molta fretta. Lo aspettava un altro impegno improrogabile quella mattina e doveva sbrigarsi. Era già un quarto d'ora che stavano parlando. Katerina Ivanovna era pallida e molto affaticata, ma, allo stesso tempo, si trovava in uno stato di terribile, morbosa eccitazione: aveva un presentimento del motivo per il quale, fra l'altro, Alëša si era recato da lei quella mattina. «Non vi preoccupate della sua decisione», diceva ella con ferma insistenza ad Alëša. «In un modo o nell'altro, ricorrerà a questa via d'uscita: egli deve fuggire! Quell'infelice, quell'eroe dell'onore e della coscienza - non quello, non Dmitrij Fëdoroviè, ma quell'altro, che giace oltre quella porta e che si è sacrificato per il fratello», soggiunse Katja con gli occhi che le scintillavano, «da molto tempo mi ha messa al corrente del piano di fuga. Sapete, aveva già iniziato le trattative... Ve l'ho già detto... Vedrete, accadrà con ogni probabilità, alla terza tappa a partire da qui, quando tradurranno il gruppo dei deportati in Siberia. Oh, ce ne vuole di tempo ancora! Ivan Fëdoroviè ha già fatto visita al sovrintendente della terza tappa. Solo che non sappiamo chi sarà il sovrintendente del gruppo di deportati, e non c'è modo di saperlo in anticipo. Domani, forse, vi mostrerò nei dettagli l'intero piano che mi ha lasciato Ivan Fëdoroviè alla vigilia del processo, per ogni evenienza... È stato quella sera che ci avete trovato a litigare, vi ricordate: lui stava scendendo le scale e io, vedendo voi, l'ho costretto a tornare, vi ricordate? Sapete perché stavamo litigando quella volta?» «No, non lo so», rispose Alëša.














