martedì 19 ottobre 2021

GRUSHENKA TESTIMONE

 




Venne il turno di Grušen'ka. Mi sto avvicinando a quell'episodio catastrofico che, scoppiato tutto a un tratto, forse rovinò davvero Mitja. Giacché sono convinto, come tutti del resto - tutti gli avvocati lo dissero in seguito - che se non si fosse verificato questo episodio, il criminale avrebbe potuto sperare nell'indulgenza della corte. Ma di questo parleremo dopo. 

DESCRIZIONE DI GRUSHENKA

Prima due parole sul conto di Grušen'ka. 

 Anche lei apparve in aula tutta vestita di nero con le spalle avvolte nel suo magnifico scialle nero. Ella raggiunse il banco dei testimoni con il suo passo morbido e silenzioso, ondeggiando lievemente, come fanno a volte le donne formose, e guardando diritto verso il presidente, senza girare nemmeno una volta lo sguardo né a destra né a sinistra. 

Secondo la mia opinione, ella era molto bella in quel momento e nient'affatto pallida, come assicurarono in seguito le signore. In seguito dissero pure che il suo viso aveva un'espressione concentrata e cattiva. Io penso soltanto che ella fosse irritata e penosamente consapevole degli sguardi sprezzanti e curiosi, avidi di scandalo, del nostro pubblico. 

MODO DI PORSI

Aveva un carattere fiero, che non tollerava il disprezzo, se aveva il minimo sospetto che qualcuno la disprezzasse, si infiammava immediatamente d'ira e di brama di vendetta. Insieme a questo, c'era ovviamente anche la timidezza e il pudore intimo di questa timidezza, cosicché non era strano che il suo tono mutasse di continuo: a volte iroso, sprezzante e forzatamente brusco, altre volte attraversato da una nota sincera, genuina, di autocritica e autocondanna. A volte parlava come se si stesse scagliando giù per un precipizio: " Succeda quel che succeda, lo dirò lo stesso..." 

FEDOR

Riguardo al suo rapporto con Fëdor Pavloviè, ella osservò bruscamente: «Tutte sciocchezze, è forse colpa mia se quello mi veniva dietro?» Ma poi, un momento dopo, soggiunse: «È tutta colpa mia, mi sono presa gioco dell'uno e dell'altro - sia del vecchio che di questo qui - sono stata io a condurli a questo. È accaduto tutto per colpa mia». 

SAMSONOV

In qualche modo venne fuori anche il nome di Samsonov: «Questo non riguarda proprio nessuno», replicò con un'aria di sfida insolente, «era il mio benefattore, mi aveva presa che ero scalza quando i miei mi avevano cacciata di casa». Il presidente le ricordò, con grande gentilezza, che bisognava rispondere direttamente alle domande senza scendere in particolari superflui. Grušen'ka arrossì e gli occhi le scintillarono. 

I TREMILA RUBLI DI FEDOR E SMERDJAKOV

Non aveva visto il plico con i soldi, aveva soltanto sentito dire dal "farabutto" che Fëdor Pavloviè aveva un certo plico con tremila rubli. «Solo che erano tutte stupidaggini, io ne ridevo e non sarei andata da lui per nulla al mondo...» «A chi alludevate quando avete detto "farabutto"?» «Al lacchè, a Smerdjakov, quello che ha ucciso il suo padrone e ieri si è impiccato». Naturalmente, le domandarono subito su quali basi fondasse un'accusa così decisa, ma risultò che neppure lei aveva delle basi oggettive. «È stato Dmitrij Fëdoroviè a dirmelo, credetegli. 

SU KATIA

La donna che ci ha separati lo ha rovinato, è lei la causa di tutto, ecco come stanno le cose», soggiunse Grušen'ka quasi fremendo di odio e una nota di perfidia risuonò nella sua voce. Le domandarono ancora una volta a chi si riferisse. «Ma alla signorina, a quella lì, a Katerina Ivanovna. Quella mi invitò a casa sua, mi offrì la cioccolata, mi voleva incantare. C'è ben poco vero pudore in lei, ve lo dico io...» A quel punto il presidente la interruppe con severità, chiedendole di moderare il linguaggio. Ma il cuore di quella donna gelosa aveva già preso fuoco, e ormai era pronta a precipitarsi in un baratro... 

MOKROE

 «Durante l'arresto al villaggio di Mokroe», domandò il procuratore ricordando un particolare, «tutti hanno visto e sentito quando voi, precipitandovi dall'altra camera, avete urlato: "È tutta colpa mia. Insieme saremo deportati!" Dunque sin da allora eravate convinta che fosse lui il parricida?» «Non ricordo i miei sentimenti di allora», rispose Grušen'ka, «tutti gridavano che lui aveva ammazzato il padre e allora sentii di essere io la colpevole e che lui aveva ucciso per colpa mia. Ma quando lui disse di essere innocente, io gli credetti subito e ci credo anche adesso e ci crederò sempre: non è persona che possa mentire». 

L'AVVOCATO DIFENSORE

 Toccava ora a Fetjukoviè porre le domande. Ricordo fra l'altro che pose domande su Rakitin e sui venticinque rubli "di ricompensa per aver condotto da voi Aleksej Fëdoroviè Karamazov". «E che c'è di strano che egli abbia preso i soldi?», ridacchiò Grušen'ka con perfidia sprezzante. «Veniva in continuazione a spillarmi soldi, una trentina di rubli al mese almeno, soprattutto per i suoi capricci: per mantenersi invece ne aveva a sufficienza anche senza il mio aiuto». «Che cosa vi induceva a essere così generosa con il signor Rakitin?», domandò Fetjukoviè nonostante i visibili segni di imbarazzo da parte del presidente. «Be', è mio cugino. Mia madre e sua madre sono sorelle. Solo che mi ha sempre pregato di non dirlo a nessuno qui in città, si vergogna così tanto di me». Questo nuovo fatto risultò una sorpresa per tutti, nessuno in città lo aveva mai saputo fino ad allora, neanche al monastero, neppure Mitja lo sapeva. Dicevano che Rakitin, seduto al suo posto in aula, fosse avvampato dalla vergogna. Ancor prima di entrare in aula, Grušen'ka aveva sentito che quello aveva testimoniato contro Mitja e quindi si era stizzita. Tutto il discorso che Rakitin aveva pronunciato poco prima, tutte le nobili idee, tutte le sue sortite sulla servitù della gleba e sullo sfacelo sociale della Russia - tutto questo era stato invalidato e distrutto definitivamente nell'opinione generale. Fetjukoviè era soddisfatto: Dio gliela l'aveva mandata buona un'altra volta. 

CONCLUSIONE

In generale, l'interrogatorio di Grušen'ka durò ben poco, d'altronde ella non poteva fornire nessun elemento nuovo. Ella lasciò nel pubblico un'impressione molto sgradevole. Centinaia di sguardi sprezzanti si concentrarono su di lei mentre, terminata la deposizione, prendeva posto in sala, a debita distanza da Katerina Ivanovna. Per tutto il tempo dell'interrogatorio di lei, Mitja era restato in silenzio, come impietrito, con gli occhi fissi a terra.

V. CATASTROFE REPENTINA: IVAN TESTIMONE





Fu chiamato a deporre Ivan Fëdoroviè. 

 V • Una catastrofe improvvisa 

 Noterò che egli era stato convocato ancora prima di Alëša. 

Ma l'usciere aveva riferito al presidente che, per un'improvvisa indisposizione o per non so quale attacco, il teste non poteva presentarsi in quel momento, ma che non appena si fosse sentito meglio sarebbe stato disponibile a rendere la sua testimonianza. 

UNA PAUSA

Comunque, chissà come, nessuno aveva sentito questa notizia, che divenne nota soltanto in seguito. Inizialmente la sua apparizione passò inosservata: i testimoni principali, soprattutto le due rivali, erano già stati interrogati; la curiosità era stata sedata per il momento. Fra il pubblico si percepiva addirittura una certa stanchezza. Era rimasto ancora qualche teste da ascoltare che, con ogni probabilità, non avrebbe aggiunto niente di nuovo a quello che era già stato detto. E il tempo passava. 

ARRIVO DI IVAN

Ivan Fëdoroviè si avvicinò al banco dei testimoni con stupefacente lentezza, senza guardare nessuno, anzi persino a testa bassa, come se fosse assorto in cupi pensieri. 

Era vestito in maniera ineccepibile, ma il suo viso fece una penosa impressione, per lo meno su di me: c'era qualcosa di guasto, di terreo in esso, qualcosa di simile al viso di una persona in fin di vita. Gli occhi erano torbidi; li sollevò e abbracciò lentamente l'intera sala con lo sguardo.

Alëša fece per balzare in piedi dal suo posto e gemette: "Ah!" Me lo ricordo, questo. Ma pochi lo notarono.




RISATA IN FACCIA AL PRESIDENTE

 Il presidente esordì dicendo che quel testimone era esonerato dal giuramento, aveva facoltà di rispondere o tacere, ma che, ovviamente, doveva testimoniare secondo coscienza, eccetera eccetera. Ivan Fëdoroviè ascoltava e lo guardava con lo sguardo offuscato; ma ad un tratto il suo viso si rilassò gradualmente in un sorriso e non appena il presidente, che lo guardava stupito, ebbe concluso la sua introduzione, Ivan Fëdoroviè scoppiò a ridere: «Be' e che altro?», gli domandò ad alta voce. Si fece silenzio in aula, si percepiva qualcosa di strano. 

Il presidente mostrò segni di allarme. «Voi, forse, non vi sentite ancora bene?», fece per esordire cercando con gli occhi l'usciere. 

 «Non vi preoccupate, eccellenza, mi sento abbastanza bene da raccontarvi qualcosa di interessante», rispose Ivan Fëdoroviè, divenuto di colpo calmo e deferente. 

 «Avete qualche dichiarazione particolare da fare?», proseguiva il presidente ancora diffidente. Ivan Fëdoroviè abbassò gli occhi, indugiò qualche secondo e, sollevato di nuovo il capo, rispose quasi balbettando: «No... non ho niente di particolare da dire». 

INTERROGATORIO DEL PM

 Cominciarono a porgli le domande. 

Egli rispondeva quasi con riluttanza, con estrema laconicità, con una specie di ripugnanza che si faceva sempre più marcata, sebbene rispondesse sensatamente. A molte domande rispose che non sapeva. 

SU DMITRI E IL PADRE

Ignorava del tutto i rapporti economici tra il padre e Dmitrij Fëdoroviè. 

«Non mi sono mai occupato di questo», proferì. 

Minacce di uccidere il padre le aveva sentite da parte dell'imputato, dei soldi nel plico ne aveva sentito parlare da Smerdjakov... «Sempre la stessa cosa», interruppe bruscamente con un'aria spossata, «non ho niente di particolare da dire a questa corte». «Vedo che non state bene, e comprendo i vostri sentimenti...», cominciò a dire il presidente. Fece per voltarsi dalla parte del procuratore e del difensore per invitarli, se lo ritenevano necessario, a porre delle domande al teste quando, all'improvviso, Ivan Fëdoroviè, con voce esausta, disse: «Lasciatemi andare, vostra eccellenza, mi sento molto male». E detto questo, senza aspettare il permesso, si voltò all'improvviso e fece per uscire dall'aula.

RIPENSAMENTO:  "Se voglio, salto, se non voglio, non salto"

Ma, dopo qualche passo, si fermò, come colto da una nuova riflessione, sorrise pacato e tornò al banco dei testimoni. 

 «Io, vostra eccellenza, sono come quella ragazza contadina, sapete...: "Se voglio, salto, se non voglio, non salto". Le corrono dietro per farle indossare il sarafan o la panëva, per vestirla e portarla in chiesa a sposarsi e lei dice: "Se voglio, salto, se non voglio, non salto". È in qualche libro sul nostro folklore...» «Che cosa volete dire con questo?», domandò il presidente con severità. 

LE BANCONOTE DI SMERDIAKOV



 «Ecco cosa», e Ivan Fëdoroviè estrasse d'un tratto dalla tasca un mazzetto di banconote, «ecco i soldi... quelli che si trovavano in quel plico», egli accennò con il capo al tavolo delle prove materiali, «e per i quali hanno ucciso mio padre. Dove devo metterlo? Signor usciere, passateli voi». L'usciere prese il mazzetto e lo passò al presidente. «In che modo siete entrato in possesso di questo denaro, ammesso che si tratti dello stesso?», disse il presidente stupito. «Li ho avuti da Smerdjakov, dall'assassino, ieri. Sono stato da lui prima che si impiccasse. È stato lui ad uccidere mio padre, non mio fratello. Lui ha ucciso e io l'ho incitato a farlo... Chi non desidera la morte del proprio padre?...» 


 «Siete in possesso delle vostre facoltà?», scappò detto al presidente involontariamente. 

 «Altro che, sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali... delle mie vili facoltà mentali, come del resto voi e tutti questi... ceffi!», e si rivolse di scatto verso il pubblico. 

«Hanno ucciso mio padre e fanno finta di essere inorriditi», digrignava i denti con disprezzo furioso. «Recitano la farsa l'uno con l'altro. Bugiardi! Tutti desiderano la morte del padre. Un rettile divorerà l'altro... Se non si trattasse di parricidio, si arrabbierebbero e se ne tornerebbero a casa di cattivo umore... Vogliono lo spettacolo! Panem et circenses! Del resto, da che pulpito viene la predica! Avete dell'acqua? Datemi da bere per l'amore di Cristo!», e si afferrò la testa fra le mani. L'usciere gli si avvicinò all'improvviso. 

Alëša saltò in piedi e gridò: «È malato, non gli credete, ha la febbre cerebrale!» Katerina Ivanovna si alzò impetuosamente dalla sua sedia, poi, impietrita dallo spavento, guardò Ivan Fëdoroviè. 

Mitja si era alzato, guardava e ascoltava avidamente il fratello con un certo sorriso forzato, stralunato. 

 «Calmatevi, non sono pazzo, sono soltanto un assassino!», riprese a dire Ivan. «Dagli assassini non si può pretendere l'eloquenza...», soggiunse per qualche ragione e poi scoppiò in una risata forzata. Il procuratore, evidentemente sconvolto, si piegò verso il presidente. 

Gli altri giudici sussurravano concitatamente fra di loro. 

Fetjukoviè stava con le orecchie drizzate, in ascolto. La sala era zittita nell'attesa. 

Il presidente sembrò essersi ripreso ad un tratto. 

 «Testimone, le vostre parole sono incomprensibili e inconcepibili in questa sede. Calmatevi, se potete, e raccontate quello che avete da dire, se avete davvero qualcosa da dire. In che maniera potete provare una tale confessione... ammesso che non stiate delirando?» 


 «Il fatto è proprio questo, che non ho testimoni. Quel cane di Smerdjakov dall'altro mondo non spedirà mica la sua testimonianza... in un plico. Non fate altro che pensare a plichi: uno basta e avanza. No, non ho testimoni... Tranne uno, forse», sorrise assorto. 

 «Chi è il vostro testimone?»


 

 «Ha la coda, vostra eccellenza, e questo sarebbe irregolare! Le diable n'existe point! Non gli prestate attenzione: è un diavolo abietto, un poveraccio», soggiunse poi, smettendo di ridere e con un tono quasi confidenziale, «probabilmente si trova qui da qualche parte, ecco: sotto il tavolo delle prove materiali, dove potrebbe stare se non là? Vedete, ascoltatemi; io gliel'ho detto: non voglio tacere e lui si è messo a parlare del cataclisma geologico... idiozia! Su, liberate il mostro... egli ha intonato l'inno, ecco perché gli è tutto facile! È come quella canaglia di ubriacone che sbraitava per la strada che "Van'ka è andato a Piter", mentre io per due secondi di felicità darei un quadrilione di quadrilioni. Voi non mi conoscete! Oh, com'è tutto stupido qui da voi! Su, prendete me al posto suo! Non sono venuto per niente... Perché, perché è tutto così stupido?» 

 E ricominciò lentamente a guardarsi attorno come pensieroso. Ma ora l'aula intera era sovreccitata. Alëša si precipitò accanto a lui dal suo posto, ma l'usciere aveva già afferrato Ivan Fëdoroviè per un braccio. 

L'USCIERE PORTA VIA IVAN

 «Che fate?», gridò quello guardando fisso la faccia dell'usciere e ad un tratto, prendendolo per le spalle, lo scaraventò violentemente a terra. 

 Ma le guardie erano già sul posto e lo afferrarono subito. 

A quel punto lui lanciò un urlo furioso, e per tutto il tragitto, mentre lo portavano via, egli continuò a lanciare urla e a strillare parole incoerenti. 

Successe il finimondo. Non ricordo l'ordine esatto degli eventi, anch'io ero sconvolto e non potei seguire tutto. So soltanto che alla fine, quando ogni cosa si fu calmata e tutti capirono di che si trattava, se la presero con l'usciere, sebbene questi spiegasse, basandosi su elementi validi, che il testimone stava abbastanza bene, che il dottore lo aveva visitato un'ora prima, quando aveva avvertito un leggero capogiro, e prima di entrare in aula aveva parlato coerentemente, tanto che non si poteva prevedere nulla.

V. SECONDA TESTIMONIANZA DI KATJA: LA VENDETTA

 


Ma prima ancora che tutti si fossero calmati e ripresi, a questa scena ne seguì subito un'altra: 

Katerina Ivanovna ebbe un attacco isterico. 

Ella strillava forte, singhiozzava, ma non voleva andare via, si dibatteva, supplicava che non la conducessero via, e ad un tratto gridò al presidente: 

 «Devo fornire un'altra testimonianza, immediatamente... immediatamente! Ecco il foglio, la lettera... prendetela, leggete presto, presto! È una lettera di quel mostro, ecco: sua, sua!», e indicò Mitja.


 

«È stato lui ad ammazzare il padre, adesso lo vedrete, mi ha scritto come avrebbe ammazzato il padre! 
Mentre l'altro è malato, malato, ha la febbre cerebrale! Sono tre giorni che mi sono accorta che ha la febbre!» Ecco che cosa gridava fuori di sé. 

L'usciere prese la carta che ella protendeva verso il presidente, mentre lei, crollata sulla sedia con il volto coperto, si mise a singhiozzare in maniera convulsa e sommessa, tremando tutta e soffocando il minimo lamento per timore che la cacciassero dalla sala.

FLASH BACK






 

La carta che aveva consegnato era la lettera che Mitja le aveva spedito dalla trattoria "La capitale" e che Ivan Fëdoroviè chiamava documento di valore "matematico". 

Ahimè! Anche gli altri, come lui, ne riconobbero il valore matematico e se non fosse stato per quella lettera, forse Mitja non sarebbe stato rovinato o, per lo meno, non sarebbe stato rovinato in maniera così terribile! Lo ripeto: era difficile prendere nota di ogni dettaglio. Ancora adesso mi sembra tutto così confuso. Credo che il presidente passò quel nuovo documento alla corte, al procuratore, al difensore e ai giurati. Ricordo soltanto che iniziarono ad interrogare la teste. 

Alla domanda se si fosse calmata, che le rivolse dolcemente il presidente, Katerina Ivanovna esclamò impetuosamente: 

 «Sono pronta, sono pronta! Sono perfettamente in grado di rispondere», soggiunse, temendo, evidentemente più di ogni altra cosa, che per qualche ragione non le prestassero ascolto. 

Le chiesero di spiegarsi con maggiori dettagli: che cos'era quella lettera e in quali circostanze l'aveva ricevuta? 

 «La ricevetti alla vigilia del delitto, ma lui l'aveva scritta il giorno prima in trattoria, dunque due giorni prima di compiere il delitto: guardate, è scritta sul foglio di un conto!», gridò lei con il fiato corto. 

SOLDI E TRADIMENTO

«Allora lui mi odiava perché egli stesso aveva compiuto un'azione infame e si era messo dietro a quella canaglia... e anche perché mi doveva tremila rubli... Oh, egli era umiliato da quei tremila rubli proprio a causa della sua bassezza! Ecco che cosa era successo per via di quei tremila rubli - vi chiedo, vi supplico di starmi ad ascoltare: tre settimane prima di uccidere il padre egli venne da me una mattina. Io sapevo che gli occorreva denaro e sapevo anche per quale motivo - ecco, proprio per conquistare quella canaglia e portarla via con sé. Allora ero al corrente che lui mi aveva tradita e che mi voleva lasciare, ma fui io, io stessa a dargli quei soldi, feci finta di proporgli che li mandasse a mia sorella a Mosca e mentre glieli davo, lo guardai in faccia e gli dissi che poteva spedirli quando voleva, "anche dopo un mese". Come ha fatto, come ha fatto a non capire che gli stavo praticamente dicendo: "Hai bisogno di denaro per tradirmi con quella canaglia: eccoteli dunque, quei soldi, sono io stessa a darteli, prendili, se sei così privo d'onore da prenderli!" Volevo smascherarlo e che cosa accadde? Egli li prese, li prese e se ne andò e li sperperò con quella canaglia, laggiù, in una sola notte... Ma lui capì, lui capì che io sapevo tutto, vi assicuro che allora capì anche che, nel dargli quei soldi, lo stavo mettendo alla prova per vedere se sarebbe stato così privo d'onore da prenderli oppure no. Guardai nei suoi occhi e lui guardò nei miei e capiva tutto, tutto, eppure li prese, li prese quei soldi!» 

MITJA

 «Hai ragione, Katja!», si mise a strillare Mitja all'improvviso. 

«Ti guardavo negli occhi e capivo che mi stavi disonorando eppure li presi i tuoi soldi! 

Disprezzate questo mascalzone, disprezzatemi tutti, me lo sono meritato!»

 «Imputato», gridò il presidente, «ancora una parola e vi faccio allontanare dall'aula». 

KATJA

 «Quei soldi erano un tormento per lui», proseguiva Katja con una fretta febbrile, «egli voleva restituirmeli, voleva, questo è vero, ma quei soldi gli servivano pure per quella canaglia. Ecco che ha ammazzato pure suo padre, eppure non mi ha restituito i soldi, ma se n'è andato con lei in quel villaggio dove l'hanno catturato. Lì ha sperperato di nuovo quel denaro che aveva rubato al padre dopo averlo assassinato e, due giorni prima di uccidere suo padre, mi scrisse quella lettera, la scrisse da ubriaco, quando la vidi capii subito che l'aveva scritta per rabbia e convinto, convintissimo che non l'avrei mostrata a nessuno neanche se egli avesse ucciso. Altrimenti non l'avrebbe mai scritta! Sapeva che non avrei desiderato vendicarmi e che non lo avrei rovinato! Ma leggete, leggete con attenzione, per favore, leggete con maggiore attenzione e vedrete che nella lettera ha descritto tutto in anticipo: come avrebbe ammazzato il padre e dove quello teneva i soldi. Guardate, per favore, non lasciatevi sfuggire nulla, c'è una frase: 

Ucciderò purché Ivan se ne sia andato". 





Vuol dire che aveva già pensato in ogni dettaglio a come lo avrebbe ucciso», fece notare alla corte Katerina Ivanovna con esultanza maligna e velenosa. Oh, era evidente che aveva letto e riletto quella maledetta lettera studiandone ogni parola. 

«Se fosse stato sobrio non mi avrebbe scritto, ma guardate, è anticipato tutto per iscritto, tutto per filo e per segno come avrebbe ucciso il padre e tutto il piano che aveva in mente!» 

 Così esclamava fuori di sé, ormai incurante delle conseguenze, anche se, s'intende, le aveva previste già da un mese perché, forse, sin da allora, fremente di rabbia, fantasticava se fosse il caso o meno di leggere quella lettera al processo. Adesso era come se avesse commesso il passo fatale. Ricordo, se non erro, che la lettera fu letta ad alta voce dal cancelliere ed essa produsse un effetto travolgente. 






MITJA

A Mitja fu posta la seguente domanda: «Riconoscete questa lettera?» 

 «È mia, è mia!», esclamò Mitja. «Se fossi stato sobrio non l'avrei scritta!... 





Abbiamo avuto molti motivi per odiarci, Katja, ma ti giuro, ti giuro che, pur odiandoti, ti amavo, mentre tu non mi amavi!»

 Egli crollò sulla sedia contorcendosi le mani per la disperazione. 

NUOVO INTERROGATORIO DI KATIA

Il procuratore e il difensore cominciarono a porle domande a turno soprattutto per accertare che cosa l'avesse indotta a celare un documento di tale importanza così a lungo e a rendere la propria testimonianza, solo qualche momento prima, in un tono e con uno spirito completamente diverso.

ORGOGLIO, UMILIAZIONE, DISPREZZO 


 «Sì, sì, poco fa ho mentito, ho mentito su tutto, a dispetto della mia coscienza e del mio onore, 
ma poco fa lo volevo salvare perché mi aveva odiata e disprezzata così tanto», 

esclamò Katja come impazzita. 

«Oh, lui mi disprezzava profondamente, mi ha sempre disprezzata e sapete, sapete, mi ha disprezzata dal momento stesso in cui mi sono inginocchiata davanti a lui per quei soldi, io me ne accorsi... 

Allora lo avvertii immediatamente, ma non credetti a me stessa per molto tempo. Quante volte poi leggevo nei suoi occhi: 

"Eppure sei stata tu a venire da me, per tua stessa volontà". 

Oh, lui non ha capito, non ha capito niente del motivo per il quale mi ero precipitata da lui, 
lui è capace di sospettare soltanto bassezze! 
Egli giudicava la gente secondo il proprio metro, pensava che fossero tutti come lui», 
stridette furiosamente fra i denti Katja, ormai in preda al furore.

AVIDITA' DI MITJA 

 «E gli è venuta voglia di sposarmi solo perché avevo ricevuto un'eredità, solo per questo, solo per questo! Ho sempre avuto il sospetto che fosse per questo! 
Oh, è una bestia! È sempre stato convinto che io per tutta la vita avrei tremato di vergogna dinanzi a lui per essere andata a casa sua quella volta, e che lui avrebbe avuto il diritto di disprezzarmi per quello in eterno e, quindi, di sentirsi superiore a me, ecco perché voleva sposarmi! 
È così, è esattamente così! 
Io ho provato a conquistarlo con il mio amore, un amore senza limiti, 
ero disposta a sopportare persino il tradimento, ma lui non ha capito niente. 
Ed è forse capace di capire qualcosa? Quel mostro! 

Quella lettera io la ricevetti soltanto la sera del giorno successivo, me la portarono dalla trattoria, ma quella mattina, la mattina di quel giorno, io volevo perdonargli tutto, tutto, persino il tradimento!» 

I GIUDICI

 Naturalmente, il presidente e il procuratore cercarono di calmarla. Sono sicuro che anche loro si sentivano in imbarazzo sfruttando in quel modo il suo isterismo e ascoltando ammissioni di quel genere. Ricordo di averli sentiti dire: 

«Capiamo quanto è penoso per voi, credete, noi possiamo capire», e altre cose del genere - eppure estorsero quella testimonianza da quella donna ormai fuori di sé, in preda a un attacco isterico. 

IL RAPPORTO CON IVAN


Ella infine descrisse con un'estrema lucidità - quale spesso, sebbene a tratti, balugina persino nei momenti di tensione così intensa - come Ivan Fëdoroviè fosse quasi impazzito in quei due mesi nel tentativo di salvare "il mostro e l'assassino", suo fratello. 

«Si tormentava», esclamava lei, «voleva sempre sminuire la colpa del fratello confessando che egli stesso, per primo, non aveva amato il padre e che, forse, ne aveva persino desiderato la morte. Oh, è una coscienza profonda, profondissima! Si tormenta per la propria coscienza! Mi ha rivelato tutto, tutto, egli veniva da me e parlava con me ogni giorno, come al suo unico amico. Ho avuto l'onore di essere il suo unico amico!», esclamò ella, di punto in bianco, con una certa aria provocatoria e gli occhi scintillanti. 

LE VISITE A SMERDIAKOV

«È andato due volte da Smerdjakov. Una volta viene da me e dice: 

"Se non è stato mio fratello a uccidere, ma Smerdjakov (perché dappertutto circolava la favola che fosse stato Smerdjakov a uccidere), allora, forse, anch'io sono colpevole, perché Smerdjakov sapeva che io non amavo mio padre e forse pensava che io volessi la sua morte". 

Così estrassi quella lettera e gliela mostrai ed egli allora si convinse, senza ombra di dubbio, che fosse stato il fratello a uccidere e ne fu sopraffatto. Egli non riusciva a tollerare l'idea che suo fratello, sangue del suo sangue, fosse un parricida! È già una settimana che mi sono accorta che era malato per questo. 

Negli ultimi giorni, quando veniva a casa mia, delirava. 

Io mi accorgevo che stava uscendo di senno. Camminava e delirava, anche per strada lo hanno visto fare così. Il dottore venuto da Mosca, dietro mia richiesta, lo ha visitato due giorni fa e mi ha detto che era alle soglie di una febbre cerebrale - e tutto per colpa di quello, per colpa di quel mostro! E ieri ha appreso che Smerdjakov era morto, e la notizia lo ha così sconvolto che ne è impazzito... e tutto per quel mostro, tutto per salvare quel mostro!»

CONFESSIONI 

 Oh, parlare in quel modo e fare delle simili confessioni è possibile soltanto una volta nella vita, in punto di morte, per esempio, mentre ti conducono al patibolo. Ma un simile comportamento rientrava nel carattere di Katja ed ella si trovava proprio in uno dei suoi momenti! 

CARATTERE DI KATJA E  UNA FALSA ETICA DEL SACRIFICIO

Era la stessa impetuosa Katja che allora si era precipitata in casa di quel giovane libertino per salvare il padre, 

la stessa Katja che poco prima, davanti a tutto quel pubblico, fiera e casta, aveva sacrificato se stessa e il suo pudore verginale raccontando "quel nobile gesto di Mitja" nella speranza di poter alleviare, seppure di poco, il destino che lo attendeva. 

Ed ecco che adesso si era sacrificata nello stesso, identico modo per un altro e, forse, soltanto adesso, soltanto in quel momento, aveva sentito e si era resa conto completamente di quanto gli fosse cara quell'altra persona! Ella aveva sacrificato se stessa, terrorizzata per lui, immaginando tutto ad un tratto che egli si fosse rovinato, testimoniando di essere stato lui ad uccidere e non il fratello; si era sacrificata per salvare lui, il suo nome, la sua reputazione! 

Tuttavia le era balenato un pensiero terribile: 
aveva forse mentito contro Mitja descrivendo i precedenti rapporti intercorsi con lui? 
 Ecco la questione. 

No, no, non aveva calunniato intenzionalmente gridando che Mitja la disprezzava per quell'inchino fino a terra! 
Lo credeva fermamente, era sempre stata profondamente convinta - forse dal momento stesso in cui si era inchinata davanti a lui - 
che l'ingenuo Mitja, che pure allora la adorava, 
potesse ridere di lei e la disprezzasse. 

E soltanto per orgoglio ella si era legata a lui allora in un rapporto d'amore, isterico e lacerato, per orgoglio ferito, e quell'amore non assomigliava affatto all'amore, ma alla vendetta

Oh, forse quell'amore lacerato avrebbe potuto trasformarsi in vero amore, forse Katja non aveva desiderato altro che quello, ma con il suo tradimento Mitja l'aveva offesa nel profondo dell'anima e quell'anima non poteva perdonarlo. 

Il momento della vendetta era sopraggiunto inaspettato 
e tutto ciò che era stato accumulato così a lungo, e così dolorosamente, nel petto di quella donna offesa proruppe tutto d'un tratto e inaspettatamente. 

Ella aveva tradito, ma aveva tradito anche se stessa! 

E, naturalmente, non appena si fu sfogata, la tensione ebbe fine e un sentimento di vergogna la sopraffece. 

LA VERGOGNA
Fu ripresa da un attacco isterico, cadde a terra fra singhiozzi e strilla. La condussero fuori dall'aula. 

REAZIONE DI GRUSHENKA

 Mentre la portavano via, Grušen'ka si slanciò urlando verso Mitja con tanta rapidità che non riuscirono a trattenerla. «Mitja!», strillò. «Il tuo serpente ti ha rovinato! Ecco che vi ha mostrato la sua vera natura!», gridava ai giudici, tremante di rabbia. A un cenno del presidente la afferrarono e cominciarono a portarla fuori dall'aula. Ella non cedeva, si dibatteva e cercava di divincolarsi per tornare indietro, verso Mitja. Anche Mitja lanciò un urlo e si gettò verso di lei. Riuscirono a bloccarli entrambi.


SODDISFATTA LA CURIOSITA' DELL PUBBLICO FEMMINILE

Sì, posso ritenere che le signore che erano venute per godersi lo spettacolo fossero rimaste soddisfatte: lo spettacolo era stato veramente ricco di colpi di scena. 


Poi ricordo che si presentò il dottore venuto da Mosca. Credo che il presidente avesse mandato l'usciere a provvedere che ad Ivan Fëdoroviè fosse garantita l'assistenza medica. Il dottore riferì alla corte che il malato aveva subito un pericolosissimo attacco di febbre cerebrale e che dovevano assolutamente portarlo via d'urgenza. Alle domande del procuratore e del difensore, il dottore confermò che il paziente era andato da lui due giorni prima e che egli lo aveva avvertito dell'imminenza di una febbre cerebrale, ma quello non aveva voluto curarsi. «Le sue condizioni mentali erano decisamente anormali, egli stesso mi confessò che aveva delle allucinazioni, incontrava per strada persone già morte e ogni sera andava a trovarlo Satana», concluse il dottore. Al termine della testimonianza, l'illustre medico si allontanò. La lettera prodotta da Katerina Ivanovna fu allegata alle prove materiali. Dopo un consulto, i giudici decisero di procedere con l'istruttoria dibattimentale e di mettere agli atti anche le inattese testimonianze di Katerina Ivanovna e di Ivan Fëdoroviè.

TESTIMONIANZA DI ALEKSEI

 



V • La fortuna arride a Mitja Fu quasi una sorpresa per Alëša stesso. Egli era stato esonerato dal giuramento, e ricordo che entrambe le parti si rivolsero a lui con gentilezza e simpatia fin dalle prime battute dell'interrogatorio. Era evidente che lo precedeva una buona fama. Alëša rendeva la sua testimonianza con modestia e riserbo, tuttavia la sua ardente simpatia per il disgraziato fratello trapelava visibilmente. In risposta a una domanda, egli tratteggiò la personalità del fratello come quella di un uomo forse violento e in balia delle passioni, ma anche nobile, fiero, generoso, pronto al sacrificio all'occorrenza. Egli ammise, del resto, che negli ultimi giorni, a causa della passione per Grušen'ka e della rivalità con il padre, il fratello era venuto a trovarsi in una posizione insostenibile. Ma rigettò persino con indignazione anche la semplice ipotesi che il fratello avesse potuto uccidere a scopo di rapina, sebbene fosse pronto ad ammettere che quei tremila rubli, nella mente di Mitja, si erano trasformati in una sorta di fissazione; questi infatti li considerava come una parte dell'eredità che il padre gli aveva sottratto con l'inganno e, nonostante fosse disinteressato al denaro per sua natura, tuttavia non riusciva nemmeno a parlare di quei tremila rubli senza essere sopraffatto dal furore e dalla rabbia. Riguardo alla rivalità delle due "persone", come si espresse il procuratore, cioè Grušen'ka e Katja, egli rispondeva evasivamente, e a una o due domande non volle nemmeno rispondere. «Vostro fratello vi ha detto, per lo meno, che aveva intenzione di uccidere il padre?», domandò il procuratore. «Siete libero di non rispondere se lo ritenete necessario», soggiunse. «Non l'ha detto direttamente», rispose Alëša. «E come allora? Indirettamente?» «Una volta mi parlò dell'odio che nutriva nei confronti di nostro padre e che temeva... che in un momento particolare... in un momento di disgusto... forse, avrebbe anche potuto ucciderlo». «E voi, sentendo questo, gli credeste?» «Ho paura di dire che gli credetti. Ma sono sempre stato convinto che un certo sentimento superiore lo avrebbe salvato nel momento fatale, come infatti è avvenuto, perché non è stato lui a uccidere mio padre», concluse con fermezza Alëša a voce alta rivolto all'intera aula. Il procuratore trasalì come un cavallo in battaglia al suono della tromba. «Vi garantisco che credo pienamente alla profonda sincerità della vostra convinzione e che non la giustifico o identifico in alcun modo con l'affetto che vi lega al vostro infelice fratello. La vostra peculiare opinione su questo tragico episodio, che ha coinvolto la vostra famiglia, ci è già nota dall'istruttoria preliminare. Non vi nascondo che essa è estremamente personale e contraddice tutte le testimonianze raccolte dall'accusa. Ecco perché trovo necessario insistere nel domandarvi quali elementi abbiano indirizzato i vostri pensieri e vi abbiano condotto alla persuasione definitiva dell'innocenza di vostro fratello e, al contrario, della colpevolezza di un'altra persona, che voi avete chiaramente indicato nel corso dell'indagine preliminare». «Nel corso dell'indagine preliminare mi sono limitato a rispondere alle domande», disse Alëša con voce bassa e pacata, «non ho mosso alcuna accusa contro Smerdjakov di mia iniziativa». «Tuttavia avete indicato lui?» «L'ho fatto in base a quello che mi aveva detto mio fratello Dmitrij. Ancora prima di essere interrogato, mi hanno raccontato quello che era avvenuto durante l'arresto e come lui stesso aveva indicato Smerdjakov. Credo fermamente che mio fratello sia innocente. E se non è stato lui ad uccidere, allora...» «Allora è stato Smerdjakov? Ma perché proprio Smerdjakov? E per quale motivo esattamente vi siete convinto, senza ombra di dubbio, dell'innocenza di vostro fratello?» «Non posso fare a meno di credere a mio fratello. Io so che lui a me non mente. Ho capito dal suo viso che non mi stava mentendo». «Solo dal viso? Si riducono a questo le vostre prove?» «Non ho altre prove che queste». «E anche riguardo alla colpevolezza di Smerdjakov; non vi basate su nessuna altra prova che non siano le parole e l'espressione del viso di vostro fratello?» «Sì, non ho altre prove che queste». Il procuratore concluse il suo interrogatorio a questo punto. Le risposte di Alëša avevano sortito un effetto molto deludente nel pubblico. Si era parlato di Smerdjakov ancora prima che avesse inizio il processo, c'era chi aveva sentito qualcosa, chi aveva notato qualcos'altro, si diceva che Alëša avesse raccolto delle prove eccezionali per dimostrare l'innocenza di suo fratello e la colpevolezza del lacchè, ed ora ecco che non aveva nulla, niente prove, a parte le sue convinzioni di ordine morale, del tutto naturali nel fratello di un imputato. Ma cominciò ad interrogare anche Fetjukoviè. Alla domanda su quando esattamente l'imputato avesse detto a lui, ad Alëša, che odiava il padre e che avrebbe potuto anche ammazzarlo, se glielo avesse sentito dire, per esempio, nel corso dell'ultimo appuntamento prima della catastrofe, Alëša, tremando, ebbe un improvviso sussulto, come se si fosse ricordato di qualcosa che solo in quel momento stava comprendendo: «Adesso mi ricordo di una circostanza della quale mi ero quasi dimenticato, che allora non mi era chiara, ma adesso...» E così Alëša raccontò con trasporto - evidentemente era stato colpito per la prima volta da quella idea - che durante l'ultimo incontro con Mitja, di sera, accanto all'albero, sulla strada che portava al monastero, Mitja, colpendosi il petto, "la parte alta del petto", gli aveva ripetuto alcune volte di avere un mezzo per riconquistare il suo onore e che quel mezzo si trovava lì, sul suo petto... «Vedendo che si colpiva il petto, pensai che alludesse al cuore», proseguì Alëša, «al fatto che dal suo cuore avrebbe potuto trarre la forza di trovare una via d'uscita da quella terribile infamia che gli stava dinanzi e che non osava nemmeno confessare. Devo ammettere che allora pensai che stesse parlando di nostro padre e che stesse tremando per l'infamia al pensiero di andare da nostro padre e commettere qualche azione violenta contro di lui, eppure era come se volesse indicare qualcosa nel suo petto tanto che, me lo ricordo bene, a me balenò in mente l'idea che il cuore non si trova in quel punto del petto, ma più in basso, mentre lui si colpiva molto più in alto, ecco, qui, sotto il collo e continuava a indicare quel punto. Quel mio pensiero mi sembrò sciocco allora, ma forse in quel momento egli stava indicando proprio quell'amuleto dentro il quale conservava i millecinquecento rubli!..» «Proprio così!», gridò all'improvviso Mitja dal suo posto. «È così, Alëša, è così, battevo il pugno proprio sull'amuleto!» Fetjukovic si slanciò contro di lui implorandolo di calmarsi e un attimo dopo si aggrappò ad Alëša. Alëša, trasportato egli stesso dal proprio ricordo, espresse con fervore l'ipotesi che quell'infamia, con ogni probabilità, consistesse proprio nel fatto che, pur tenendo addosso quei millecinquecento rubli, che avrebbe potuto restituire a Katerina Ivanovna come metà del debito contratto, egli aveva deciso di non restituirli e di usarli per un altro scopo, cioè per fuggire con Grušen'ka, nel caso quest'ultima fosse stata d'accordo... «È così, è proprio così», esclamava Alëša in preda a un'improvvisa agitazione, «mio fratello allora mi gridò che metà, solo metà dell'infamia (ripeté più di una volta la parola la metà!) avrebbe potuto levarsi di dosso ma che era così disgraziato, per la debolezza del proprio carattere, che non l'avrebbe fatto... lo sapeva già che non poteva farlo, non ne aveva la forza!» «E voi ricordate con sicurezza, con chiarezza che egli si colpiva proprio in quel punto del petto?», incalzava avidamente Fetjukoviè. «Con chiarezza, con sicurezza, perché allora mi domandai perché stesse colpendo così in alto, se il cuore si trova più in basso e quel pensiero mi sembrò stupido... e io me lo ricordo che mi sembrò stupido... mi balenò alla mente. Ed ecco perché me ne sono ricordato in questo momento. Come ho fatto a dimenticarmene fino a questo momento?! Egli stava indicando proprio quell'amuleto come il suo mezzo, pensando però che non avrebbe restituito quei millecinquecento rubli! E quando fu arrestato, a Mokroe, egli gridò proprio - questo lo so, me l'hanno riferito - che l'atto più infame della sua vita lo aveva commesso quando, pur avendo il mezzo per restituire metà (proprio metà!) del suo debito a Katerina Ivanovna e non essere più un ladro ai suoi occhi, egli non si era deciso a restituire il denaro e aveva preferito rimanere un ladro nell'opinione di lei piuttosto che rinunciare a quei soldi! E come si tormentava, come si tormentava per quel debito!», concluse Alëša ad alta voce. Intervenne anche il procuratore, s'intende. Egli chiese ad Alëša di descrivere ancora una volta l'accaduto, e insisté diverse volte sulle domande: l'imputato, battendosi il petto, sembrava che stesse indicando qualcosa? Non poteva essere che si stesse battendo casualmente il petto con il pugno? «Ma non con il pugno!», esclamò Alëša. «Stava indicando proprio con le dita e indicava qui, molto in alto... Ma come ho fatto a dimenticarmene fino ad ora!» Il presidente domandò a Mitja se volesse dire qualcosa a proposito della testimonianza appena ascoltata. Mitja confermò che era accaduto tutto esattamente in quel modo, che egli stava indicando proprio quei millecinquecento rubli che aveva sul petto, un po' più in basso del collo, e che, ovviamente, quella era un'infamia, "un'infamia che non posso negare, l'azione più infame della mia vita!", esclamò Mitja. «Avrei potuto restituire quel denaro e non l'ho fatto. Ho preferito rimanere un ladro ai suoi occhi, ma non l'ho restituito e l'infamia più grande è che lo sapevo in anticipo che non l'avrei restituito! Alëša ha ragione! Grazie, Alëša!» Così ebbe termine l'interrogatorio di Alëša. Il dato importante e notevole che ne era emerso consisteva nell'aver rinvenuto se non altro un elemento, se non altro una prova, seppure piccolissima, quasi un accenno di prova, ma che tuttavia costituiva un piccolo passo avanti nel dimostrare che quell'amuleto era davvero esistito, che in esso erano contenuti millecinquecento rubli e che l'imputato non aveva mentito nel corso dell'istruttoria preliminare, quando a Mokroe aveva dichiarato che quei millecinquecento rubli "erano miei". Alëša era contento; tutto rosso per l'eccitazione, egli si avviò per sedersi nel posto che gli veniva indicato. A lungo continuò a ripetere tra sé e sé: "Come ho fatto a dimenticarlo! Come ho potuto dimenticarlo! E come mai me ne sono ricordato adesso, tutto d'un tratto?!" Ebbe inizio l'interrogatorio di Katerina Ivanovna. 

IV. LA FORTUNA SORRIDE A MITIA:PRIMA TESTIMONIANZA DI KATIA: L'INCHINO FINO A TERRA

 LIBRO 12 - CAPITOLO 4 - LA FORTUNA SORRIDE A MITJA

Ebbe inizio l'interrogatorio di Katerina Ivanovna.


IL PUBBLICO 

La sua apparizione fu accolta da una eccezionale reazione del pubblico in aula. Le signore afferrarono gli occhialini e i binocoli, gli uomini si agitarono, alcuni si alzarono in piedi per vedere meglio. Tutti in seguito confermarono che all'ingresso di lei Mitja si fece bianco come "un lenzuolo". 

DESCRIZIONE DI KATIA

Tutta vestita di nero, ella si avvicinò al banco dei testimoni con aria modesta, quasi timida. Dal suo viso era impossibile intuire se ella fosse agitata o meno, ma nel suo sguardo scuro e tenebroso si leggeva la sua risolutezza. È da notare che in seguito moltissimi confermarono che ella in quel momento era bella da mozzare il fiato. Incominciò a parlare con voce bassa, ma distinta, rivolgendosi all'aula intera. Si esprimeva con calma, o almeno si sforzava di essere calma. 


INTERROGATORIO

Il presidente cominciò a porle le domande in maniera cauta, estremamente deferente, come timoroso di colpire "certe corde" e rispettoso della sua profonda infelicità. 

Ma Katerina Ivanovna sin dalle prime battute dichiarò da sé con fermezza, nel rispondere a una domanda, di essere stata la fidanzata dell'imputato "fino a quando egli stesso non mi ha lasciata..." - soggiunse con voce sommessa. 

I TREMILA RUBLI

 Quando le domandarono dei tremila rubli che lei aveva affidato a Mitja perché li spedisse per posta alle sue parenti di Mosca, ella dichiarò con fermezza:

«Non gli diedi quei soldi semplicemente perché li spedisse: allora avevo il presentimento che avesse urgente bisogno di denaro... in quel momento... Gli detti quei tremila rubli alla condizione che li spedisse, se voleva, di lì a un mese. Si è tormentato invano in seguito a causa di quel debito...» 

 Non riporterò tutte le domande e tutte le risposte per filo e per segno, riferirò soltanto il succo della sua testimonianza. 

 «Ero fermamente convinta che avrebbe fatto sempre in tempo a spedire quei soldi non appena li avesse ricevuti da suo padre», proseguiva rispondendo alle domande. 

«Sono sempre stata convinta del suo disinteresse nei confronti del denaro e della sua onestà... della sua nobile onestà... in fatto di soldi. Egli era fermamente convinto che avrebbe ricevuto dal padre quei tremila rubli, me l'aveva ripetuto diverse volte. Ero al corrente che fosse in rotta con il padre, lo era sempre stato, e ancora adesso sono convinta che egli abbia subito un'ingiustizia da parte del padre. Non ricordo alcuna minaccia contro il padre da parte sua. Per lo meno, in mia presenza non ha mai detto niente, non ha mai fatto minacce. Se egli allora fosse venuto da me, l'avrei subito rassicurato sul conto di quei maledetti tremila rubli che mi doveva, ma non veniva più a trovarmi... mentre io... ero stata messa in una posizione tale... che non potevo invitarlo da me... E poi io non avevo alcun diritto di esigere il pagamento di quel debito», soggiunse ella all'improvviso e una nota risoluta risuonò nella sua voce, «io stessa una volta ricevetti da lui un prestito in denaro di molto superiore ai tremila rubli e l'accettai, malgrado allora non potessi prevedere che sarei mai stata in grado di pagargli il debito...» Nel tono della sua voce si avvertiva una sorta di sfida. 

L'INCHINO FINO A TERRA

Proprio in quel momento il turno di porre le domande passò a Fetjukoviè. 

 «Non è avvenuto qui, ma all'inizio della vostra amicizia, vero?», suggerì Fetjukoviè, sondando il terreno cautamente, dopo aver fiutato in un baleno una pista favorevole. 

(Noterò fra parentesi che nonostante il fatto che fosse stato chiamato da Pietroburgo anche da Katerina Ivanovna, egli non sapeva niente dei cinquemila rubli che Mitja le aveva dato in quell'altra città e dell'"inchino fino a terra". Ella non gliel'aveva raccontato, gliel'aveva tenuto nascosto! E questo era sorprendente. Si può supporre con una certa sicurezza che ella stessa fino all'ultimo momento non sapeva se avrebbe raccontato o meno quell'episodio in tribunale e aspettava una sorta di ispirazione.) 

 No, non scorderò mai quei momenti! Ella cominciò a raccontare, raccontò tutto, l'intero episodio, per filo e per segno, lo stesso che Mitja aveva raccontato ad Alëša, sia l'"inchino fino a terra", sia le cause, sia di suo padre e della visita a Mitja, ma non fece parola, non fece nemmeno accenno al fatto che Mitja, per mezzo di sua sorella, aveva lui stesso proposto "di mandare da lui Katerina Ivanovna a prendere i soldi". Ella lo nascose magnanimamente e non si vergognò di rivelare che ella, ella in persona si era recata quella volta da un giovane ufficiale, di sua iniziativa, facendo affidamento su... per chiedergli dei soldi. 

IL SACRIFICIO DELLA REPUTAZIONE PER SALVARE MITJA

Fu qualcosa di tremendo. Io raggelavo e tremavo udendo che l'aula era zittita per cogliere ogni singola parola. Si trattava di qualcosa di inaudito: persino da parte di una ragazza così imperiosa e sprezzantemente orgogliosa come lei, era quasi impossibile aspettarsi una testimonianza così franca, un tale sacrificio e una tale autoimmolazione. 

E per che cosa? Per chi? Per salvare l'uomo che l'aveva tradita, offesa, per dare un contributo, seppure minimo, alla sua salvezza, per creare una buona impressione sul suo conto. E infatti: l'immagine dell'ufficiale che cede i suoi ultimi cinquemila rubli - tutto quello che gli rimaneva nella vita - e si inchina rispettosamente dinanzi all'innocente ragazza, risultò estremamente simpatica e accattivante, ma... mi si strinse forte il cuore! 

LE CALUNNIE DEI BENPENSANTI

Sentivo che in seguito sarebbe potuta nascere la calunnia (come in effetti accadde)! In seguito per tutta la città si disse, con una risatina perfida, che il racconto, forse, non era esatto al cento per cento, proprio nel punto in cui l'ufficiale lasciava andare la fanciulla "soltanto con un inchino rispettoso". Allusero al fatto che a questo punto si fosse "omesso" qualcosa. "E ammesso pure che non abbia omesso nulla, ammesso pure che questa sia la verità", dicevano anche le dame più rispettabili della nostra città, "anche in quel caso non si sa se sia davvero decoroso per una ragazza comportarsi in questa maniera, anche se allo scopo di salvare il padre". Ed era mai possibile che Katerina Ivanovna, con la sua intelligenza e con la sua perspicacia morbosa, non avesse previsto che sarebbero iniziate chiacchiere su quel tono? Senza dubbio lo aveva previsto, eppure aveva deciso di dire tutto! S'intende, tutti questi volgari sospetti sulla sincerità del suo racconto cominciarono soltanto dopo, ma sulle prime tutti ne furono impressionati. 

RISPETTO DEI GIUDICI E DEGLI AVVOCATI

Quanto ai giudici e agli avvocati, essi ascoltarono Katerina Ivanovna in riverente, quasi pudico silenzio. 

Il procuratore non si permise più nessuna domanda sul tema. 

Fetjukoviè le fece un profondo inchino. Oh, egli era esultante! Aveva guadagnato molto terreno: un uomo che, in un impeto di generosità, cede i suoi ultimi cinquemila rubli e lo stesso uomo che uccide nottetempo il padre allo scopo di derubarlo di tremila rubli - questa era un'idea piuttosto incongruente. Fetjukoviè si rese conto che a questo punto avrebbe potuto far cadere quanto meno l'accusa di furto. Sul "caso" era stata gettata una luce completamente nuova. 

MITJA

C'era un'ondata di simpatia nei confronti di Mitja. Quanto a lui... mi hanno riferito che una volta o due, mentre Katerina Ivanovna rendeva la sua testimonianza, egli balzò in piedi, poi ricadde nuovamente sulla sua panca e si coprì il volto con entrambe le mani. Ma quando ella ebbe concluso la sua deposizione, egli esclamò con voce rotta dal pianto e le braccia tese verso di lei: 

 «Katja, perché mi hai rovinato?» E per tutta l'aula si udirono i suoi singhiozzi. Ma in un attimo riacquistò il controllo di sé e gridò ancora: «Ora sono condannato!» Poi rimase quasi impietrito, seduto al proprio posto, a denti stretti e con le braccia conserte. 

Katerina Ivanovna rimase in sala e si sedette al posto che le venne indicato. Era pallida e sedeva a capo chino. Quelli che le stavano seduti a fianco raccontarono che tremò a lungo, come in preda alla febbre. 

Venne il turno di Grušen'ka. 

sabato 9 ottobre 2021

LIBRO 12: LA GIURIA


 


Alle dieci fece il suo ingresso la corte composta dal presidente, un giudice conciliatore onorario e un altro giudice

Immediatamente dopo fece il suo ingresso anche il procuratore. 

Il presidente era un uomo di bassa statura, robusto, tarchiato, con una fisionomia da sofferente di emorroidi, sulla cinquantina, con i capelli scuri brizzolati, tagliati corti e un nastro rosso - non ricordo più di quale ordine. 

Il procuratore invece mi sembrò, e non soltanto a me, molto pallido, quasi verde in viso, come dimagrito all'improvviso, in una notte sola - infatti, quando l'avevo visto, soltanto due giorni prima, aveva il suo solito aspetto. 

Il presidente esordì col domandare all'usciere se tutti i giurati fossero presenti... 

Mi rendo conto, tuttavia, che non posso continuare in questo modo, in parte perché molte cose non riuscii a sentirle, altre non riuscii ad approfondirle, altre ancora le ho dimenticate, ma soprattutto perché, come ho detto prima, non ho letteralmente né spazio né tempo per menzionare tutto quello che fu detto e fatto. So soltanto che nessuna delle due parti, cioè il difensore e il procuratore, eliminarono molti giurati. 

LA GIURIA



Ricordo ancora la composizione di quella giuria di dodici elementi

quattro impiegati nostri concittadini, 

due commercianti e 

sei fra contadini e artigiani della nostra città. 

Ricordo che, molto prima che iniziasse il processo, in società ci si domandava, soprattutto fra le signore: «È mai possibile che un caso delicato, complesso e psicologico come questo sia sottoposto al giudizio fatale di impiegatucci e, alla fin dei conti, di contadini? Che cosa può capirne un impiegatuccio? Per non parlare di un contadino, poi».

 Infatti tutti e quattro gli impiegati che erano capitati nella giuria erano persone insignificanti, con un grado basso, ormai vecchi - solo uno di loro era un po' più giovane - poco conosciuti in società, tipi che avevano campato tutta una vita con un umile stipendio e che quindi, presumibilmente, avevano mogli vecchie e impresentabili nonché nidiate di figli, probabilmente scalzi; gente che al massimo si prendeva lo svago di una partitina a carte e, certo, non leggeva mai libri. 

I due commercianti avevano un'aria rispettabile, ma erano stranamente silenziosi e immobili; uno di loro aveva la faccia rasata e si vestiva all'europea; l'altro, con una barbetta brizzolata, portava al collo non so che medaglia appesa a un nastro rosso. 

Degli artigiani e dei contadini non c'è nulla da dire. Gli artigiani di Skotoprigonevsk sono quasi allo stesso livello dei contadini, lavorano persino la terra. Anche due di loro indossavano abiti di foggia europea e forse per questo sembravano più sporchi e sgradevoli a vedersi degli altri quattro. Cosicché poteva davvero sorgere la domanda, che sorse anche in me non appena li vidi: 

"Che cosa possono capirci quelli in un caso del genere?" 

Tuttavia i loro visi producevano un'impressione grave e persino minacciosa, tanto erano severi e accigliati.

LIBRO 12: 1. Il giorno fatale


ORE 10.00

IL PROCESSO INIZIA: PRIMA UDIENZA

 Il giorno seguente agli avvenimenti da me descritti, alle dieci di mattina, nel nostro tribunale distrettuale ebbe inizio la prima udienza del processo a carico di Dmitrij Karamazov. 

PREMESSA DEL NARRATORE

Mi affretto a dichiarare, e a dichiarare con enfasi, che sono lungi dal considerarmi in grado di riferire tutto quello che avvenne al processo sia riguardo ai dettagli, sia riguardo all'ordine reale degli eventi. Ho sempre l'impressione che se si volesse menzionare tutto e chiarire ogni cosa a dovere, occorrerebbe un libro intero e anche piuttosto voluminoso. Che non mi si rimproveri dunque di aver riportato solo quello che mi colpì personalmente o che mi è rimasto particolarmente impresso. Potrei aver recepito fatti secondari come fatti di primo piano o persino aver omesso i tratti più rilevanti ed essenziali... Ma del resto, mi rendo conto che farei meglio a non scusarmi. Farò quello che posso e i lettori capiranno da soli che ho fatto del mio meglio. 

SORPRESA PER L'ENORME AFFLUENZA DI PUBBLICO




 E in primo luogo, prima ancora di entrare nell'aula del processo, menzionerò ciò che in quel giorno mi stupì sopra ogni altra cosa. Del resto, non suscitò stupore soltanto in me, ma pure in tutti gli altri, come risultò in seguito. Tutti sapevano che il caso aveva suscitato un enorme interesse, tutti bruciavano dall'impazienza che il processo avesse inizio, in società quel caso era stato oggetto di conversazioni, congetture, esclamazioni, ipotesi per ben due mesi. Tutti sapevano pure che quel caso era diventato noto in tutta la Russia, eppure non immaginavamo che avesse scosso tutti e ciascuno in maniera così acuta e esasperata, non soltanto da noi, ma nel resto del paese, come risultò chiaro il giorno della prima udienza. Per quell'occasione erano arrivati ospiti non solo dalla capitale del nostro distretto, ma perfino da altre città della Russia, anche da Mosca e Pietroburgo. Erano arrivati giuristi, addirittura personalità ed anche delle signore. Era stata fatta incetta di tutti i biglietti d'ingresso disponibili. Avevano allestito persino dei posti speciali, dietro al tavolo della corte, per i visitatori più noti e importanti: era stata sistemata una fila intera di poltrone occupate da diverse personalità, il che in precedenza non era mai stato consentito da noi. 

LE SIGNORE

Particolarmente numerose erano le signore, sia della nostra città sia forestiere; penso che costituissero la metà di tutto il pubblico presente. I giuristi erano affluiti così numerosi da tutte le parti della Russia che non si sapeva nemmeno dove sistemarli, dal momento che tutti i biglietti erano stati già distribuiti, ricercati e implorati da un pezzo. 

 Vidi con i miei occhi allestire in fretta e furia in fondo all'aula, al di là della pedana, un recinto speciale dietro il quale fecero accomodare tutti i giuristi convenuti, e quelli si ritennero persino fortunati di poter stare lì, seppure in piedi, visto che per guadagnare spazio erano state levate tutte le sedie: e così gli spettatori che lì si accalcavano dovettero restare in piedi per tutto il tempo stretti come sardine, spalla a spalla.

Alcune delle signore, soprattutto tra le forestiere, fecero la loro apparizione in galleria sfarzosamente abbigliate, ma la maggior parte delle signore era incurante persino dell'abbigliamento. 

Sui loro visi si leggeva un'isterica, avida, persino morbosa curiosità. Una particolarità caratteristica di tutta quella gente riunitasi in aula, e che è degna di nota, consisteva nel fatto che - come fu osservato da molti in seguito - quasi tutte le signore, o per lo meno la stragrande maggioranza di esse, erano dalla parte di Mitja ed erano favorevoli alla sua assoluzione.

 Forse soprattutto perché egli si era fatto la reputazione di conquistatore di cuori femminili. Sapevano che sarebbero comparse due donne rivali. 

LE DUE RIVALI

In particolare una di esse, Katerina Ivanovna, suscitava l'interesse generale; sul suo conto si raccontavano molte cose straordinarie; sulla sua passione per Mitja a dispetto del delitto da questi perpetrato, si raccontavano aneddoti sbalorditivi. In particolare si menzionava l'orgoglio della giovane donna (ella non faceva visite quasi a nessuno nella nostra città), e i suoi "contatti in alto loco". Si diceva che avesse intenzione di presentare una petizione al governo per ottenere il permesso di seguire il criminale in deportazione e sposarsi con lui da qualche parte, nelle miniere, sotto terra. Con trepidazione non inferiore si attendeva l'apparizione al processo anche di Grušen'ka, in qualità di rivale di Katerina Ivanovna. Con curiosità spasmodica attendevano l'incontro delle sue rivali davanti ai giudici: l'orgogliosa ragazza aristocratica da un parte e l'"etera" dall'altra; del resto, le signore della nostra città conoscevano molto meglio Grušen'ka di Katerina Ivanovna. 

Avevano visto anche in passato la donna "che aveva portato alla rovina Fëdor Pavloviè e il suo disgraziato figlio" e tutte, quasi senza eccezioni, si meravigliavano che padre e figlio potessero aver perso la testa a quel modo "per una borghesuccia russa delle più ordinarie e, per di più, bruttina". Insomma, si faceva un gran parlare. 

LITI FAMILIARI SU MITJA

Ho saputo da fonte certa che nella nostra città si verificarono persino alcune liti familiari a causa di Mitja. Molte signore litigarono vivacemente con i loro mariti per via delle divergenze di vedute su questo raccapricciante caso ed era naturale, dopo un tale fatto, che tutti i mariti di quelle signore fossero convenuti in quell'aula non soltanto maldisposti nei confronti dell'imputato, ma persino risentiti contro di lui. E, del resto, si può affermare con sicurezza che, al contrario della componente femminile, la componente maschile del pubblico fosse prevenuta contro l'imputato. Si vedevano facce severe, accigliate, e molte addirittura piene di rancore. 

Vero è che Mitja era riuscito ad offendere personalmente molte di quelle persone durante il suo soggiorno nella nostra città. Indubbiamente, alcuni dei visitatori erano persino allegri e del tutto indifferenti, a livello personale, al destino di Mitja, ma non certo al processo in corso; attendevano con interesse l'esito del processo, e la maggioranza degli uomini desiderava decisamente la condanna del criminale, fatta eccezione forse per i giuristi, ai quali stava a cuore non tanto l'aspetto morale del caso quanto quello, diciamo cosí, di attualità giuridica. 

CURIOSITA' SULL'AVVOCATO DIFENSORE

Erano tutti eccitati per l'arrivo del famoso avvocato Fetjukoviè. Il suo talento era generalmente noto e quella non era la prima volta che veniva in provincia per assumere la difesa in casi penali così clamorosi.

. E quando la difesa era nelle sue mani, quei casi divenivano illustri in tutta la Russia e venivano a lungo ricordati. 

OSTILITA' DEL PROCURATORE IPPOLIT KIRILLOVIE

Circolavano alcuni aneddoti anche sul nostro procuratore e sul presidente del tribunale. 

Si diceva che il nostro procuratore temesse l'incontro con Fetjukoviè, che i due fossero nemici di lunga data, sin dai tempi di Pietroburgo, cioè dagli inizi della loro carriera, che il nostro permaloso Ippolit Kirilloviè, che si considerava costantemente danneggiato da qualcuno sin dai tempi di Pietroburgo per il fatto che le sue qualità non erano adeguatamente apprezzate, si fosse molto risollevato di spirito per il caso dei Karamazov e con esso sperasse addirittura di ridar vigore alla sua carriera sfiorita, 

ma quello che lo spaventava era soltanto Fetjukoviè. 

Ma riguardo al timore nei confronti di Fetjukoviè, i commenti non erano del tutto giusti. Il nostro procuratore non era tipo da abbattersi dinanzi al pericolo; al contrario, era uno di quelli per i quali la sicurezza in se stessi cresce e prende il volo proprio nella misura in cui aumenta il pericolo. 

Comunque, va detto che il nostro procuratore era troppo impulsivo e morbosamente impressionabile. A volte ci metteva tutta l'anima in un caso e lo conduceva come se tutto il suo destino e la sua fortuna dipendessero da esso. 

Nell'ambiente dei magistrati ne ridevano un po', giacché il nostro procuratore, per questa sua caratteristica, si era conquistato anche una certa notorietà: se non universale, certo superiore a quella che si poteva supporre dalla sua modesta posizione nel nostro tribunale. Soprattutto lo prendevano in giro per la sua passione per la psicologia. Secondo me, sbagliavano tutti: a me sembra che il nostro procuratore avesse una personalità e un carattere di gran lunga più profondi di quello che molti pensavano. Solo che quest'uomo cagionevole di salute non aveva saputo affermarsi nei primi passi della carriera e poi nemmeno in seguito, per il resto della sua vita. 

IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE

Quanto al presidente della nostra corte, di lui si può dire che era un persona raffinata, umana, esperta nella sua professione e di idee progressiste. Era abbastanza ambizioso, ma non si preoccupava molto della propria carriera. Lo scopo principale della sua vita era essere un uomo di idee avanzate. Era anche un uomo agiato e con molte relazioni sociali. Il caso Karamazov lo aveva coinvolto molto, come risultò in seguito, ma solo in senso generale. Lo interessava il fenomeno, la sua classificazione, l'angolazione dalla quale guardarlo come prodotto delle nostre condizioni sociali, come manifestazione tipica del carattere nazionale, e così via. Il suo atteggiamento riguardo all'aspetto personale del caso, riguardo alla tragedia che comportava e alle persone in essa coinvolte, a cominciare dall'imputato, era piuttosto indifferente e distratto, come, del resto, forse, era giusto che fosse.

AULA STRACOLMA

 Prima ancora che entrasse la corte, l'aula era stracolma. La nostra aula del tribunale è la migliore della città, spaziosa, dal soffitto alto, con una buona acustica. 

Alla destra dei giudici, che si trovavano su una pedana sollevata, erano stati preparati un tavolo e due file di sedie per la giuria. 

A sinistra c'era il posto dell'imputato e del suo difensore. 

Al centro dell'aula, vicino alla postazione dei giudici, c'era un tavolo con le "prove materiali". Su di esso giacevano 

la vestaglia di Fëdor Pavloviè macchiata di sangue, 

il fatale pestello di ottone, con il quale si presumeva fosse stato compiuto il delitto; 

la camicia di Mitja con la manica inzuppata di sangue; 

la sua finanziera tutta macchiata di sangue sul retro all'altezza della tasca, dove aveva infilato quella sera il fazzoletto tutto sporco di sangue; 

il fazzoletto stesso, indurito dal sangue rappreso e ormai ingiallito; 

la pistola, che Mitja aveva caricato per suicidarsi a casa di Perchotin, e che Trifon Borisoviè gli aveva sottratto alla chetichella a Mokroe; 

la busta con la scritta nella quale erano stati preparati i tremila rubli per Grušen'ka; 

il sottile nastrino rosa e molti altri oggetti che non starò qui ad elencare. 

A una certa distanza, più in là, in fondo alla sala, avevano inizio i posti per il pubblico, 

ma davanti alla balaustra c'erano alcune sedie per quei testimoni che sarebbero rimasti in aula dopo aver rilasciato la loro deposizione.