giovedì 22 settembre 2016

DOSTOEVSKIJ E IL CIELO STELLATO

Henri Matisse, Icaro (1944-47) Papier decoupé, illustrazione per Jazz.







DOSTOEVSKIJ E IL CIELO STELLATO

Incipit de « Le notti bianche »
Audiolibro

https://www.youtube.com/watch?v=xSfmZgK9mw0

Era una notte meravigliosa, 
una notte come forse ce ne possono essere soltanto 
quando siamo giovani, amabile lettore. 

Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso 

che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: 
è mai possibile che sotto un cielo simile 
possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa? [...]
Da I fratelli Karamazov
Libro VII - cap. IV . Cana di Galilea



[...] La volta celeste, 
punteggiata di placide stelle splendenti, 
si stendeva ampia e sconfinata sopra di lui. 
La Via Lattea si allungava in due pallide striature dallo zenit all'orizzonte. 
La notte fresca e tranquilla sino all'immobilità avvolgeva la terra intera.

Le bianche torri e le cupole dorate della cattedrale 
rilucevano sullo sfondo del cielo color zaffiro. 
I lussureggianti fiori autunnali delle aiuole intorno alla casa si
erano assopiti in attesa del giorno. 

Il silenzio della terra sembrava fondersi con quello del cielo, 
il segreto della terra faceva tutt'uno con quello delle stelle... 

Alëša stava in piedi, ad osservare la notte, 
quando ad un tratto si gettò di colpo per terra.
Non sapeva
perché stesse abbracciando la terra, 
non si spiegava
perché desiderasse così irrefrenabilmente baciarla, 
eppure la baciava,
piangendo, singhiozzando, 
la irrorava con le sue lacrime 
e giurava appassionatamente di amarla, 
di amarla nei secoli dei secoli. 

"Irrora la terra con le lacrime della tua gioia e amale quelle tue lacrime..." - 
risuonò dentro di lui. Per che cosa stava piangendo?
Oh, nella sua esultanza egli piangeva persino per quelle lacrime 
che brillavano per lui dall'abisso della notte,
e "non si vergognava della propria estasi".
Era come se i fili di tutti questi innumerevoli mondi divini 
si fossero uniti tutti insieme nella sua anima 
ed essa trepidasse "al contatto con gli altri mondi". 
Aveva voglia di perdonare tutti, di tutto 
e di chiedere perdono, ma non per se stesso - no! -
ma per tutti, per tutto e per ogni cosa, 
mentre "per me saranno gli altri a chiedere" - 
gli risuonò ancora nella mente. 
Ma ad ogni istante egli avvertiva chiaramente, 
e quasi tangibilmente, 
che qualcosa di stabile e imperturbabile, 
come la volta del cielo, 
era penetrato nella sua anima. [...]

Libro VIII - cap. VI – Ecco che arrivo anch’io!
Audiolibro Parte 53 - inizio
https://www.youtube.com/watch?v=1RLiq7ol2IE

Nel frattempo, Dmitrij Fëdoroviè volava 
verso la sua destinazione.
Mokroe si trovava a poco più di venti verste, 
ma i tre cavalli di Andrej
galoppavano così spediti che avrebbero potuto coprire quella distanza 
in un'ora e un quarto. 
Il ritmo sostenuto del viaggio corroborò Mitja.

L'aria era fresca e pungente, nel cielo terso brillavano, enormi, le stelle.
Era la stessa notte e forse la stessa ora in cui Alëša, 
crollato a terra, 
aveva giurato, in estasi, "che avrebbe amato la terra nei secoli dei secoli". 

Ma nell'anima di Mitja c'era confusione, 
solo confusione e, 
sebbene molte cose
stessero lacerando la sua anima, 
eppure, in quel momento, tutto il suo essere 
era irresistibilmente attratto soltanto da lei, dalla sua regina, da colei
verso la quale stava volando per guardarla per l'ultima volta. [...]

mercoledì 21 settembre 2016

IL PADRE AL MOMENTO DEL RITORNO DEI FIGLLI


FIODOR PAVLOVIC KARAMAZOV

A proposito di Fëdor Pavloviè, prima dell'arrivo di Alëša, egli si era assentato per un bel pezzo dalla nostra città. Tre, quattro anni dopo la morte della seconda moglie si era recato nel sud della Russia e alla fine si era trovato ad Odessa dove aveva vissuto alcuni anni di seguito. Dapprima, secondo le sue stesse parole, aveva frequentato «molti giudei, giudee, giudeucci e giudeini», tanto che finì per essere accolto non solo dai giudei «ma anche dagli ebrei». È probabile che proprio in quel periodo della sua vita egli sviluppasse una particolare abilità nell'accumulare ed estorcere denaro. Fece di nuovo e definitivamente ritorno nella nostra cittadina solo tre anni prima dell'arrivo di Alëša. Gli amici di un tempo lo trovarono terribilmente invecchiato, benché non fosse poi così vecchio. Si comportava in modo non certo più dignitoso di prima, anzi era diventato ancora più spudorato. 

Per esempio, nel buffone di un tempo era spuntata l'insolente esigenza di far fare i buffoni agli altri. 

La sua depravazione con il gentil sesso non era la solita di sempre, ma addirittura più disgustosa. Presto istituì un gran numero di nuove bettole nel distretto. 

Era evidente che possedeva forse un capitale di centomila rubli o poco meno. Molti abitanti della città e del distretto presero subito a indebitarsi con lui, a fronte di garanzie più che consistenti, s'intende. 

Negli ultimissimi tempi si era come inflaccidito, aveva iniziato a perdere l'equilibrio, l'autocontrollo, era caduto persino in uno stato di trasandatezza, cominciava con il fare una cosa e finiva con un'altra, si disperdeva e sempre più spesso si ubriacava da non reggersi in piedi e se non fosse stato per il servitore Grigorij, ormai anch'egli molto invecchiato, che si prendeva cura di lui, a volte come un vero istitutore, forse Fëdor Pavloviè avrebbe passato un sacco di guai.[...] 

DESCRIZIONE FISICA
Ho già detto che si era molto inflaccidito.
La sua fisionomia in quel periodo presentava alcuni tratti 
che testimoniavano chiaramente 
il tipo e la natura di vita che aveva condotto fino a quel momento.
Oltre alle lunghe e carnose borse sotto gli occhi minuti,
dall'espressione eternamente
impudente, sospettosa e beffarda,
oltre a una miriade di profonde rughe
che gli solcavano il viso piccolo ma grasso,
sotto il mento aguzzo
gli pendeva anche un grosso pomo d'Adamo,
carnoso e allungato come un portamonete,
che gli conferiva un'aria disgustosamente lasciva.
Aggiungete a questo una lunga bocca vorace
con le labbra carnose
tra le quali spuntavano piccoli frammenti 
di denti neri quasi sgretolati.
Spruzzava saliva ogni volta che iniziava a parlare.
Del resto, egli stesso amava scherzare sul suo viso,
sebbene pareva che ne fosse abbastanza soddisfatto.
Soleva indicare soprattutto il proprio naso, non molto grosso,
ma affilato e sensibilmente aquilino:

«Un vero naso romano», diceva:
«insieme al pomo d'Adamo, mi dà una vera fisionomia
da patrizio dell'antica Roma nel periodo decadente».

Sembrava che ne andasse fiero.


GRUSCHENKA: prima apparizione

                                   GRUSCHENKA



(vista con gli occhi di Alioscia)

" [...] Eccola, quella donna terribile, la "belva"
com'era sfuggito di dire al fratello Ivan mezz'ora prima. 

Eppure si sarebbe detto 
che quella fanciulla lì davanti a lui 
fosse la creatura più ordinaria e semplice, 
una donna buona e gentile, 
anche bella, certo, 
però così simile ad altre donne belle, 
ma "ordinarie"! 

In verità, ella era molto, molto bella, 
era una bellezza russa di quelle che molti amano alla follia. 

Era una donna piuttosto alta, 
leggermente più bassa di Katerina Ivanovna però 
(quella era eccezionalmente alta), 

piena, dai movimenti del corpo morbidi, come silenziosi, 
quasi illanguiditi in quella stessa particolare mellifluità 
che caratterizzava pure la sua voce. 

Si accostò ad Alëša non come Katerina Ivanovna, 
con una camminata energica e piena di vitalità, 
ma al contrario, con andatura quasi silenziosa. 

I suoi passi sul pavimento 
non producevano assolutamente alcun rumore. 
Si lasciò cadere mollemente nella poltrona, 
facendo frusciare lievemente il sontuoso abito di seta nera 
e avvolgendo dolcemente il collo pieno, 
candido come schiuma, 
e le ampie spalle 
in un prezioso scialle nero di lana. 

Aveva ventidue anni 
e il suo viso dimostrava esattamente quell'età. 

Era molto pallida in volto, 
con una sfumatura di rosa chiaro sugli zigomi. 
I contorni del suo viso erano un po' troppo larghi 
e la mascella inferiore sporgeva un pochino in avanti. 
Il labbro superiore era sottile, 
mentre quello inferiore, leggermente sporgente, 
era due volte più pieno, quasi rigonfio. 
Ma i magnifici, foltissimi capelli biondo cupo, 
le sopracciglia nere e folte, 
gli incantevoli occhi grigio-azzurri 
dalle lunghe ciglia 
avrebbero immancabilmente costretto 
anche la persona più indifferente e distratta 
che l'avesse incontrata casualmente 
in mezzo alla folla per strada, 
a fermarsi all'istante davanti a quel viso 
e a ricordarlo poi a lungo. 

Quello che colpì più di tutto Alëša in quel viso 
fu l'espressione infantile, ingenua. 
Aveva lo sguardo di un bambino; 
era, per qualche ragione, allegra come un bambino; 
si era avvicinata al tavolo "raggiante di gioia" 
e sembrava che aspettasse qualcosa 
con la curiosità tipica dei bambini, impaziente e fiduciosa. 

Lo sguardo di lei rallegrava l'anima - Alëša lo sentiva. 

C'era anche qualcos'altro in lei, 
che Alëša non poteva o non sarebbe stato in grado di definire, 
ma che, forse, egli avvertiva inconsciamente: 
proprio quella dolcezza, 
quella dolcezza nei movimenti del suo corpo, 
quella silenziosità felina dei suoi movimenti. 
Eppure era un corpo vigoroso e abbondante. 
Sotto lo scialle si profilavano 
le spalle piene e ampie, 
il petto alto, ancora da giovanetta. 
Quel corpo suggeriva le linee della Venere di Milo, 
sebbene, probabilmente, in proporzioni già piuttosto abbondanti - 
questo si intuiva. 

Gli esperti della bellezza femminile russa 
avrebbero potuto prevedere con certezza, 
guardando Grušen'ka, 
che quella bellezza fresca, ancora giovane, 
verso i trent'anni avrebbe perso la sua armonia, 
si sarebbe sformata, 
che il viso si sarebbe appesantito, 
le rughe si sarebbero formate con straordinaria rapidità 
intorno agli occhi e alle labbra, 
la carnagione del viso si sarebbe indurita e, forse, arrossata - 
insomma, che quella era la bellezza di un momento, 
quella bellezza effimera 
che così spesso si incontra proprio nelle donne russe."


Libro III, capitolo X, L'una e l'altra insieme



DUE DONNE PER MITJA








GRUSCHENKA





(vista con gli occhi di Alioscia)

" [...] Eccola, quella donna terribile, la "belva"
com'era sfuggito di dire al fratello Ivan mezz'ora prima. 

Eppure si sarebbe detto 
che quella fanciulla lì davanti a lui 
fosse la creatura più ordinaria e semplice, 
una donna buona e gentile, 
anche bella, certo, 
però così simile ad altre donne belle, 
ma "ordinarie"! 

In verità, ella era molto, molto bella, 
era una bellezza russa di quelle che molti amano alla follia. 

Era una donna piuttosto alta, 
leggermente più bassa di Katerina Ivanovna però 
(quella era eccezionalmente alta), 

piena, dai movimenti del corpo morbidi, come silenziosi, 
quasi illanguiditi in quella stessa particolare mellifluità 
che caratterizzava pure la sua voce. 

Si accostò ad Alëša non come Katerina Ivanovna, 
con una camminata energica e piena di vitalità, 
ma al contrario, con andatura quasi silenziosa. 

I suoi passi sul pavimento 
non producevano assolutamente alcun rumore. 
Si lasciò cadere mollemente nella poltrona, 
facendo frusciare lievemente il sontuoso abito di seta nera 
e avvolgendo dolcemente il collo pieno, 
candido come schiuma, 
e le ampie spalle 
in un prezioso scialle nero di lana. 

Aveva ventidue anni 
e il suo viso dimostrava esattamente quell'età. 

Era molto pallida in volto, 
con una sfumatura di rosa chiaro sugli zigomi. 
I contorni del suo viso erano un po' troppo larghi 
e la mascella inferiore sporgeva un pochino in avanti. 
Il labbro superiore era sottile, 
mentre quello inferiore, leggermente sporgente, 
era due volte più pieno, quasi rigonfio. 
Ma i magnifici, foltissimi capelli biondo cupo, 
le sopracciglia nere e folte, 
gli incantevoli occhi grigio-azzurri 
dalle lunghe ciglia 
avrebbero immancabilmente costretto 
anche la persona più indifferente e distratta 
che l'avesse incontrata casualmente 
in mezzo alla folla per strada, 
a fermarsi all'istante davanti a quel viso 
e a ricordarlo poi a lungo. 

Quello che colpì più di tutto Alëša in quel viso 
fu l'espressione infantile, ingenua. 
Aveva lo sguardo di un bambino; 
era, per qualche ragione, allegra come un bambino; 
si era avvicinata al tavolo "raggiante di gioia" 
e sembrava che aspettasse qualcosa 
con la curiosità tipica dei bambini, impaziente e fiduciosa. 

Lo sguardo di lei rallegrava l'anima - Alëša lo sentiva. 

C'era anche qualcos'altro in lei, 
che Alëša non poteva o non sarebbe stato in grado di definire, 
ma che, forse, egli avvertiva inconsciamente: 
proprio quella dolcezza, 
quella dolcezza nei movimenti del suo corpo, 
quella silenziosità felina dei suoi movimenti. 
Eppure era un corpo vigoroso e abbondante. 
Sotto lo scialle si profilavano 
le spalle piene e ampie, 
il petto alto, ancora da giovanetta. 
Quel corpo suggeriva le linee della Venere di Milo, 
sebbene, probabilmente, in proporzioni già piuttosto abbondanti - 
questo si intuiva. 

Gli esperti della bellezza femminile russa 
avrebbero potuto prevedere con certezza, 
guardando Grušen'ka, 
che quella bellezza fresca, ancora giovane, 
verso i trent'anni avrebbe perso la sua armonia, 
si sarebbe sformata, 
che il viso si sarebbe appesantito, 
le rughe si sarebbero formate con straordinaria rapidità 
intorno agli occhi e alle labbra, 
la carnagione del viso si sarebbe indurita e, forse, arrossata - 
insomma, che quella era la bellezza di un momento, 
quella bellezza effimera 
che così spesso si incontra proprio nelle donne russe."


Libro III, capitolo X, L'una e l'altra insieme


KATJA 

(Katerina Ivanovna)



Martin Mendgen, (1893-1970), Lady in mourning, 1930

http://vangoyourself.com/paintings/lady-in-mourning/



(vista con gli occhi di Aliosha)

Tre settimane prima
"[..] La bellezza di Katerina Ivanovna 

aveva già in precedenza colpito Alëša 
quando il fratello Dmitrij, 
tre settimane prima circa, 
lo aveva condotto da lei la prima volta, 
secondo il vivissimo desiderio di Katerina Ivanovna in persona, 
per presentarlo alla fanciulla. 

Durante quell'incontro i due non avevano conversato. 
Supponendo che Alëša fosse molto imbarazzato,
Katerina Ivanovna lo aveva, 
in un certo senso, risparmiato, 
e per quella volta aveva parlato tutto il tempo con Dmitrij Fëdoroviè.
 Alëša aveva taciuto, 
ma aveva osservato molte cose con attenzione. 
Lo avevano colpito l'imperiosità, la fiera disinvoltura, 
la sicurezza in se stessa dell'altera ragazza. 
E tutto questo era indubbio. Alëša sentiva di non esagerare. 

Egli trovò che i suoi grandi e ardenti occhi neri 
fossero bellissimi 
e si adattassero in particolar modo al suo viso pallido, 
quasi olivastro, e piuttosto lungo. 
Ma in quegli occhi, 
come anche nel disegno delle magnifiche labbra, 
c'era qualcosa di particolare 
del quale certo il fratello aveva potuto innamorarsi 
sino a perdere la testa, 


ma che, forse, non era possibile amare a lungo.

LibroIII, capitolo X, L'una e l'altra insieme



LIZAVETA

Lizaveta Smerdjascaja, la "Puzzolente"


Vincenzo Gemito, (Napoli 1852–1929) 
Ragazza dormiente, firmato, datato e iscritto V. Gemito, Roma, 1916 6 Luglio, gessetto nero e biacca su cartone, cm. 37,5 x 46,

Libro III, capitolo II. (flash-back)
"[...] Questa Lizaveta Smerdjascaja era una ragazzetta di bassissima
statura, "un esserino sul metro e mezzo", come dicevano commosse di lei,
dopo la sua morte, molte vecchiette devote della nostra cittadina. Il suo
viso da ventenne, florido, ampio e colorito, aveva un'espressione
completamente idiota; anche lo sguardo dei suoi occhi era fisso e
sgradevole, sebbene mite. Per tutta la vita aveva sempre vagabondato
scalza, sia d'inverno sia d'estate, con indosso soltanto una camiciola di
canapa. I suoi capelli scuri, quasi neri, straordinariamente folti, arricciati
come quelli di un montone, le spuntavano sulla testa come una specie di
enorme cappello. Inoltre erano sempre impiastricciati di terra e fango e
pieni di foglioline, scheggette, trucioli appiccicati, in quanto ella dormiva
sempre per terra, in mezzo al fango. [...]"
OLTRAGGIO AL PLENILUNIO
"Accadde un giorno (molti anni fa), 
in una notte di luna piena 
tiepida e luminosa,
in settembre,
a un'ora molto tarda, secondo le nostre abitudini,
che una combriccola brilla di nostri concittadini, cinque o sei giovanotti,
tornasse dal club dopo una serata di bagordi, per una viuzza che
attraversava i cortiletti sul retro delle case.
Su entrambi i lati della viuzza si
snodavano le siepi dietro le quali si allungavano gli orti delle case attigue;
la viuzza sbucava su un ponticello che attraversava quella pozza d'acqua
fetida che da noi si suole chiamare fiumicello.
Presso la siepe, fra le
ortiche e la lappola, la nostra combriccola scorse Lizaveta che dormiva.
Gli avvinazzati signori si soffermarono accanto a lei ridendo e si misero a
fare dello spirito con la più sfacciata licenziosità. Ad uno di quei signorotti
venne ad un tratto in mente una domanda davvero singolare su un
argomento assurdo: "Sarebbe possibile che qualcuno consideri una bestia
del genere come una donna, e quindi..." e così via.
Tutti con fiero disgusto
decretarono che sarebbe stato impossibile.
Ma anche Fëdor Pavloviè si
trovava a far parte di quella combriccola, e questi subito saltò su e disse
che era possibile considerarla una donna, anzi possibilissimo e che nella
cosa ci sarebbe stato anche un che di piccante, eccetera eccetera.
Vero è
che da noi, in quel periodo egli si era esageratamente compenetrato nel
ruolo di buffone, gli piaceva mettersi in mostra e divertire i signori come
se fosse un loro pari, sebbene, in realtà, ai loro occhi fosse un perfetto
zoticone.
Era quello lo stesso periodo nel quale aveva ricevuto da
Pietroburgo la notizia della morte della sua prima moglie, Adelaida
Ivanovna e, con la fascia del lutto sul cappello, beveva e combinava tante
di quelle porcherie che alcuni dei peggiori libertini, nostri concittadini,
provavano disgusto a vederlo.
La combriccola, ovviamente, rise a
crepapelle sentendo formulare questa opinione inattesa, qualcuno cominciò
persino a istigare Fëdor Pavloviè, mentre gli altri si misero a manifestare il
loro ribrezzo più di prima, seppure con la stessa smodata allegria.
Alla fine
proseguirono per la loro strada.
In seguito Fëdor Pavloviè giurò di essere
andato via anche lui con gli altri quella sera: può anche darsi che le cose
fossero andate così, nessuno può saperlo per certo, né nessuno saprà mai
quale sia la verità, fatto sta che cinque o sei mesi più tardi in tutta la città si
cominciò a parlare, con intensa e sincera indignazione, della gravidanza di
Lizaveta: ci si domandava e si indagava di chi fosse la colpa e chi fosse
l'oltraggiatore. In quell'occasione si diffuse per tutta la città la terribile
voce che l'oltraggiatore altri non fosse che Fëdor Pavloviè."


NASCITA DI SMERDIAKOV

"[...] Accadde che proprio la notte successiva alla sepoltura del piccino dalle sei dita, 
Marfa Ignat'evna, fu svegliata da un rumore simile al pianto di un neonato. 
Si spaventò e svegliò il marito. 
Quello si mise in ascolto e disse che gli sembrava piuttosto che qualcuno si stesse lamentando, "sembrerebbe una donna". 
Si alzò, si vestì; 
era una sera di maggio abbastanza mite. 
Uscito sul terrazzino, sentì distintamente che i lamenti provenivano dal giardino. 
Ma il giardino era stato chiuso a chiave per la notte dalla parte del cortile 
e non c'era altro modo di entrarvi, 
dal momento che esso era cinto tutt'intorno da uno steccato alto e solido. 
Grigorij rientrò in casa, accese una lanterna, prese la chiave del giardino e, senza badare alle paure isteriche della moglie, ancora convinta di sentire il pianto di un bambino, anzi, sicuramente, del suo bambino che piangeva e la chiamava, si recò in silenzio nel giardino. 
Lì si accorse chiaramente che i gemiti provenivano dalla casetta del bagno situata nel giardino
poco distante dalla porticina, e che a lamentarsi era proprio una donna. 
Aprì la porta del bagno e vide uno spettacolo che lo lasciò di stucco: 
una mentecatta della città, una che vagabondava per strada 
ed era conosciuta da tutti in città con il soprannome di Lizaveta Smerdjascaja, 
si era rifugiata nella loro casetta da bagno 
e aveva appena dato alla luce un bambino. 
Il bimbo giaceva accanto a lei ed ella stava morendo accanto a lui.
Non disse nulla semplicemente perché non aveva mai saputo parlare."


Libro III, capitolo I, Nei locali della servitù
(l'evento è anticipato nel capitolo precedente)

PELLEGRINE: UNA SIGNORA DI POCA FEDE






LIBRO SECONDO . GIUNGONO AL MONASTERO

E per le signore di alto rango sono state costruite proprio qui sul portico, ma al di fuori del recinto, due camerette, ecco le finestre, e lo starec, quando si sente bene, si reca a trovarle attraverso un passaggio interno, quindi oltrepassa sempre il recinto. Ecco, anche adesso, 
 una proprietaria di Char'kov, la signora Chochlakova, lo sta aspettando con la figlia malata. 

Probabilmente ha promesso che sarebbe uscito per incontrarle, anche se di recente si è così indebolito che si mostra di rado anche al popolo».


Da "Pellegrine fedeli", Libro II, Capitolo III.
"Anche le possidenti della famiglia
Chochlakov, che pure aspettavano lo starec, erano uscite sul portico, ma in
un posto separato, destinato agli ospiti appartenenti alla nobiltà.
Erano due:
madre e figlia.


LA SIGNORA CHOCHLAKOVA

La madre, la signora Chochlakova, una signora ricca e
sempre vestita con gusto, era ancora giovane e molto avvenente, un po'
pallida, con gli occhi molto vivaci quasi perfettamente neri. 
Non aveva più
di trentatré anni, ed era vedova già da cinque.[...]
ANSIA DI MADRE E GRATITUDINE
Allo starec: "...Voi avete guarito la
mia Liza, l'avete guarita completamente, è stato quando avete pregato
accanto a lei giovedì, imponendole le mani. Siamo corse a baciare queste
mani, a esprimere i nostri sentimenti e la nostra gratitudine!»
«Come, l'ho guarita? Ma se è ancora sulla sua sedia!».
«Ma le febbri notturne sono cessate del tutto, sono già due giorni,
esattamente da giovedì», si affrettò a dire la signora nervosamente.
«E poi
le gambe sono più forti. Quando si è alzata stamattina si sentiva bene, ha
dormito tutta la notte, guardate che bel colorito che ha, guardate che
occhietti splendenti. Prima non faceva che piangere, mentre ora ride, è
allegra, felice. Oggi ha voluto assolutamente che la lasciassi stare un po' in
piedi ed è restata così un minuto intero senza alcun sostegno. Scommette
con me che tra due settimane ballerà la quadriglia.
Ho chiamato il dottore
del posto, Gercenštube, egli ha stretto le spalle e ha detto: "Sono stupito,
non mi capacito". E voi volevate che non vi disturbassimo, che non
corressimo qui a ringraziarvi? Lise, su, ringrazia, ringrazia!»

Il'ja Efimovič Repin, Portrait Of Nadezhda Repina, 1900, 

Tretyakov Gallery, Moscow, Russia

LIZA CHOCHLAKOVA


... la figlia, quattordicenne,
aveva le gambe paralizzate. Erano già sei mesi che la povera ragazzina non
poteva camminare e la trasportavano in una lunga e comoda poltrona a
rotelle. Aveva un visetto delizioso, un po' smunto a causa della malattia,
ma allegro. Un'espressione birichina risplendeva nei suoi grandi occhi neri
dalle lunghe ciglia.[...]
CON ALIOSHA
Il grazioso visetto sorridente di Lise ad un tratto si fece serio, ella si
alzò dalla sedia, per quanto le fu possibile, e, guardando lo starec, giunse
le manine davanti a lui, ma non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere...
«È per lui, per lui!», disse indicando Alëša, irritata con se stessa
come una bambina per non essere riuscita a trattenersi dal ridere. Chi in
quel momento avesse guardato Alëša che stava in piedi, a un passo dallo
starec, avrebbe notato un subitaneo rossore imporporargli le guance. I suoi
occhi scintillarono per un attimo e poi si abbassarono.
La signora piangeva.
«Lise, la mia Lise, beneditela, beneditela!», ella gridò trasalendo di
colpo.
«Non vale neanche la pena di volerle bene. Ho visto come ha fatto la
birichina per tutto il tempo», disse scherzando lo starec. «Perché
prendevate in giro Aleksej?»
UNA BIRICHINA
Lise infatti era stata intenta a quella birichinata per tutto il tempo.
Ella si era accorta da tempo, sin dalla volta precedente, che Alëša si
sentiva a disagio e cercava di non guardarla, e la cosa la divertiva un
mondo. Ella aspettava attentamente di catturare il suo sguardo: non
riuscendo a resistere a quello sguardo fisso su di lui, Alëša di tanto in
tanto, involontariamente, spinto da una forza irresistibile, la sbirciava a sua
volta e lei si metteva subito a ridacchiare con un sorriso di trionfo, proprio
davanti a lui. Alëša si confondeva e si irritava ancora di più. Alla fine si
era completamente girato dall'altra parte e si era nascosto alle spalle dello
starec. Dopo qualche minuto, attratto dalla stessa forza irresistibile di
prima, si voltò per vedere se lei lo stesse ancora guardando e vide che Lise,
sporgendosi quasi completamente dalla sua poltrona, lo sbirciava da un
lato e aspettava avidamente che lui si girasse a guardarla; dopo aver colto
il suo sguardo, si mise a ridere così forte che persino lo starec non poté
fare a meno di dire:
«Perché, birichina, lo mettete così in imbarazzo?»
RICORDI D' INFANZIA
Lise, ad un tratto, e del tutto inaspettatamente, arrossì, gli occhi le
scintillavano, il viso aveva assunto un'espressione molto seria; ella si mise
a parlare in fretta, nervosamente, con un tono di lamento risentito e
indignato:
«E lui allora perché ha dimenticato tutto? Mi portava in braccio
quand'ero piccola, giocavamo insieme. Veniva ad insegnarmi a leggere, lo
sapete questo? Due anni fa, quando ci salutammo, disse che non avrebbe
mai dimenticato, che saremmo stati amici per sempre, per sempre, per
sempre! Ed ecco che all'improvviso ha paura di me: che, lo mangio forse?
Perché non vuole avvicinarsi, perché non parla? Perché non vuole più
venire da noi? Forse siete voi che non lo lasciate venire: eppure noi
sappiamo che egli va dove vuole. Non sta bene che lo inviti io, avrebbe
dovuto essere lui a pensarci, se è vero che non ha dimenticato. No, adesso
pensa alla salvezza della sua anima! Perché gli avete fatto mettere quella
tonaca dalle lunghe falde?... Se si mette a correre, cade...»
E ad un tratto, non riuscì a trattenersi, si coprì il volto con una mano
e scoppiò in una risata incontenibile, prolungata, nervosa, convulsa e
impercettibile. Lo starec l'aveva ascoltata con un sorriso e ora la benedisse
con tenerezza; mentre gli baciava la mano, ella ad un tratto se la premette
agli occhi e scoppiò a piangere:
«Non vi adirate con me, sono una sciocca, non valgo niente... e forse
Alëša ha ragione a non voler venire da una ragazza ridicola come me».
«Lo manderò senz'altro da voi», decise lo starec.


Konstantin Egorovič Makovskij, (1839-1915)  Portrait of a Young Girl