domenica 4 luglio 2021

SERENATA

SMERDIAKOV E Mar'ja Kondrat'evna

 




Qualcuno si trovava, oppure si era appena seduto, a non più di una ventina di passi da lui, da qualche parte, fra i cespugli. Ad Alëša sovvenne ad un tratto che il giorno prima, mentre si allontanava dal chiosco, dove aveva lasciato il fratello, aveva intravisto, o gli era balenata davanti agli occhi per un attimo, una vecchia, bassa panchina verde da giardino, sulla sinistra presso lo steccato, fra i cespugli. Evidentemente gli ospiti si erano seduti lì.

Ma chi erano? 

Una voce maschile intonò all'improvviso un melenso ritornello in falsetto, con l'accompagnamento di una chitarra: Una forza invincibile mi lega alla mia bella Dio abbi pietà di lei e di me! Di lei e di me! Di lei e di me! La voce si interruppe. Era una voce tenorile da lacchè, e pure le infiorettature della canzone erano da lacchè. Un'altra voce, di donna, in tono carezzevole e timido, seppure spiccatamente affettato, disse: 

 «È da un pezzo che non venite a trovarci, Pavel Fëdoroviè, perché siete così sprezzante con noi?» 

 «Nient'affatto, signora», rispose la voce maschile con gentilezza, ma con una dignità tenace e ferma. Evidentemente, tra i due, era l'uomo che predominava mentre la donna civettava. 

"L'uomo deve essere Smerdjakov", pensò Alëša, "almeno così sembrerebbe dalla voce, mentre la signora è probabilmente la figlia della padrona di qui, quella che è venuta da Mosca, che porta il vestito con lo strascico e va a chiedere la minestra a Marfa Ignat'evna..." 

 «Mi piacciono da morire i versi, di qualunque genere, purché siano ben composti», proseguì la voce femminile. «Perché non cantate ancora?» 

 La voce intonò nuovamente: 

 Che importa la corona reale se la mia bella sta male? 
 Dio abbia pietà di lei e di me! Di lei e di me! Di lei e di me! 

 «La volta scorsa vi è riuscita ancora meglio», osservò la voce femminile. «A proposito della corona dicevate: "se il mio amore sta male". Era più dolce, forse oggi ve ne siete scordato».

 «La poesia è una gran stupidaggine, signora». 

 «No, affatto, io vado pazza per la poesia». 

 «Se si tratta di poesia, è sempre una gran stupidaggine, signora. Giudicate da voi: chi parla in rima nella realtà? E se cominciassimo tutti a parlare in rima, seppure per ordine del governo, non ci diremmo poi molto, non è vero? La poesia non è una buona cosa, Mar'ja Kondrat'evna». 

 «Come siete intelligente! Come avete fatto a pensare tutto questo?» e la voce femminile si faceva sempre più carezzevole. 

 «Avrei potuto fare anche di meglio, avrei potuto sapere molto di più, se non fosse stato per il destino che ho avuto sin dall'infanzia, signora. Avrei sparato in duello a chi avesse osato dirmi che sono un poco di buono, perché discendo dalla Smerdjascaja e non ho padre. Me lo hanno rinfacciato anche a Mosca; la notizia era giunta da qui grazie a Grigorij Vasil'eviè, signora. Grigorij Vasil'eviè mi rimprovera di ribellarmi contro le mie origini: "tu le hai squartato le viscere". Ammettiamo pure che l'abbia fatto, ma avrei permesso che mi uccidessero nel suo grembo piuttosto che venire al mondo. Al mercato andavano dicendo, anche la vostra mamma me lo ha riferito con la sua grande delicatezza, che andava in giro con la plica in testa ed era un "esseri-i-ino di un metro e mezzo". Perché dice esser-i-ino quando tutti dicono "esserino"? Forse voleva parlare in modo lacrimevole, ma con lacrimucce contadinesche, diciamo così, come contadineschi sono i suoi sentimenti. Si può dire che il contadino russo abbia dei sentimenti se lo confrontiamo con un uomo istruito? A causa della sua ignoranza non ci può essere sentimento alcuno. Sin da piccolo, quando sento l'espressione esserino, mi verrebbe voglia di sbattere la testa contro il muro. Odio la Russia intera, Mar'ja Kondrat'evna». 

 «Se foste stato cadetto dell'esercito o ussaro, non avreste parlato in questo modo, ma avreste sguainato la sciabola per difendere la Russia intera». 

 «Non solo non vorrei essere un ussaro, Mar'ja Kondrat'evna, ma al contrario vorrei la distruzione di tutti i soldati, vossignoria». 

 «E quando arriva il nemico chi ci difenderà?» 

 «Non ce n'è alcun bisogno. Nel '12 ci fu la grande invasione dell'imperatore francese Napoleone I, il padre di quello di adesso, e sarebbe stato un bene se ci avesse conquistati: una nazione intelligente ne avrebbe conquistato una stupida e l'avrebbe annessa a sé, signora. Avremmo avuto istituzioni completamente diverse, signora». 

 «Ma lì nel loro paese sono davvero poi tanto meglio che da noi? Non darei mai un certo elegantone di mia conoscenza in cambio di tre giovani inglesi», osservò teneramente Mar'ja Kondrat'evna, probabilmente accompagnando le sue parole con il più languido degli sguardi. 

 «Questione di gusti, vossignoria».

 «Ma voi siete come uno straniero, come un vero gentiluomo straniero, ecco che cosa vi dico, anche se mi vergogno un po'». 

 «Se ci tenete a saperlo, quanto a vizi sia quelli lì che la gente delle nostre parti sono tutti uguali. Sono tutti farabutti, solo che quelli lì vanno in giro con gli stivali verniciati, mentre i farabutti nostrani sono poveri e puzzolenti e non ci trovano niente di male. Il popolo russo va fustigato, ha detto giustamente ieri Fëdor Pavloviè, anche se lui e i suoi figli sono completamente matti, signora». 

 «Ma se voi stesso avete detto che stimate tanto Ivan Fëdoroviè». 

 «E invece lui di me va dicendo che sono un fetente lacchè. Pensa che potrei ribellarmi, ma qui si sbaglia, signora. Se avessi avuto in tasca una certa somma, me ne sarei andato da un pezzo. Dmitrij Fëdoroviè è peggiore di qualunque lacchè sia per comportamento sia per intelligenza, e anche perché è completamente al verde, e non sa fare niente, eppure è rispettato da tutti. Io sono solo un cucinabrodaglie, ma all'occasione buona potrei aprire un café-restaurant a Mosca sulla Petrovka. Perché la mia è una cucina speciale e nessun cuoco a Mosca, se si eccettuano gli stranieri, è in grado di preparare piatti speciali. Dmitrij Fëdoroviè è un pezzente, ma se dovesse sfidare a duello il figlio del primo conte del paese, quello accetterebbe di sicuro la sfida, ma in che cosa lui è migliore di me, signora? Anzi, lui è pure più stupido di me. Pensate soltanto ai soldi che ha sperperato senza alcun motivo, vossignoria». 

 «I duelli, sono una cosa meravigliosa, penso», osservò all'improvviso Mar'ja Kondrat'evna. 

 «Varrebbe a dire, signora?» 

 «È una cosa terribile, ci vuole un gran coraggio soprattutto se sono giovani ufficiali con la pistola in mano a spararsi per amore di qualche donna. Mi immagino la scena. Ah, se solo permettessero alle ragazze di assistere, darei qualunque cosa per vederli». 

 «Va bene se sei tu che spari a qualcuno, ma quando è quell'altro a spararti sul grugno, c'è da sentirsi proprio stupidi, signora! Sicuramente scappereste, Mar'ja Kondrat'evna». 

 «Perché, voi forse scappereste?» 

 Ma Smerdjakov non si degnò di rispondere. Dopo un minuto di silenzio si udì nuovamente l'accordo di chitarra e la voce riprese l'ultima strofa nello stesso falsetto di prima. 

 Checché tu ne dica adesso Io partirò lo stesso 
 Lieta la vita sarà 
 Vivere è bello in città, 
 Rimpianti non avrò 
 Rimpianti non avrò son sicuro che rimpianti non avrò

UN BACIO


 

LIBRO QUINTO - FIDANZAMENTO





«Venite qui, Aleksej Fëdoroviè», proseguì Lise arrossendo sempre di più, «datemi la mano, ecco, così. Ascoltate, devo farvi una confessione: la lettera di ieri non era uno scherzo, scrivevo seriamente...» E si coprì gli occhi con una mano. Era evidente che si vergognava molto di confessare una cosa simile. Ad un tratto gli afferrò la mano e gliela baciò con ardore tre volte. «Ah, Lise, ma è meraviglioso», esclamò Alëša con gioia. «Ma, sapete, io ero sicuro che aveste scritto seriamente». «Sicuro, figuriamoci!», e allontanò la mano di lui, senza lasciarla andare però, mentre arrossiva tremendamente e rideva di una risatina felice. «Io gli bacio la mano e lui dice "è meraviglioso".» Ma il suo rimprovero era immeritato: anche Alëša era molto turbato. «Io vorrei piacervi sempre, Lise, ma non so come fare», mormorò arrossendo anche lui. «Alëša, caro, voi siete freddo e impertinente. Non vedete? Mi ha scelto come moglie e non ha più dubbi in merito! Era sicuro che scrivessi seriamente, ma guarda che tipo! Ma questa è impertinenza bella e buona, ecco cos'è!» «Ma è forse un male, che ne fossi sicuro?», scoppiò a ridere Alëša. «Ah, Alëša, tutt'altro, è bene, benissimo», disse Lise avvolgendolo in uno sguardo tenero e felice. Alëša stava in piedi e teneva ancora la mano nella mano di lei. D'un tratto si piegò e la baciò proprio sulle labbra. «Ma che fate? Che vi prende?», gridò Lise. Alëša si confuse del tutto. «Perdonatemi, non dovevo... Forse, mi sono comportato stupidamente... Voi avete detto che sono freddo, così vi ho baciata... Solo adesso mi rendo conto che è stata una sciocchezza...» Lise scoppiò a ridere e si coprì il volto con le mani. «E con quell'abito!», le scappò fra le risate, ma di colpo smise di ridere e si fece tutta seria, quasi severa. «Alëša, dobbiamo rimandare i baci, per adesso nessuno di noi due è pronto, e dobbiamo aspettare ancora un bel pezzo», concluse bruscamente. «Dite, piuttosto, come mai voi, che siete così intelligente, riflessivo e osservatore, avete scelto una stupida, una stupida invalida, come me? Ah, Alëša, sono terribilmente felice perché non vi merito affatto». «E invece mi meritate, Lise; a giorni lascerò definitivamente il monastero. Una volta nel mondo, dovrò sposarmi, questo lo so. Egli mi ha ordinato di farlo. Potrei mai scegliere una persona migliore di voi... e chi mi prenderebbe se non voi? Ci ho già riflettuto. In primo luogo, mi conoscete sin da quando eravamo piccoli, in secondo luogo, voi avete molte qualità che a me mancano del tutto. La vostra anima è più lieta della mia e, soprattutto, siete più pura di me, mentre io sono venuto a contatto di troppe, troppe cose... Ah, voi non lo sapete, ma anche io sono un Karamazov! Che cosa importa se ridete e scherzate, anche se alle mie spalle; ridete pure, ne sono contento... Voi, ridete, come una bambina, ma pensate come una martire...

SOGGETTIVE: lo straccio di stoppa

 SOGGETTIVE DEGLI EVENTI



SNEGIREV

Lo stesso evento è raccontato ora da un personaggio ora da un altro:
*ad esempio l'umiliazione inflitta da Mitja al capitano Snieghiriov
-è raccontata prima da Mitja ai presenti alla riunione ,
-poi da Katia ad Aleksei,
*infine dallo stesso Snieghiriov ad Aleksei.

IVAN ALL'OSTERIA: CONFESSIONI SU VITA, AMORE, DIO





 OSPITALITA'


«Ti ordino una zuppa di pesce oppure quello che vuoi, non vivrai mica di solo tè», 

gridò Ivan che sembrava al settimo cielo per aver invitato Alëša. 

Quanto a lui, aveva già finito di pranzare e stava bevendo il tè. 

 «Vada per la zuppa di pesce e vada anche per il tè; ho davvero appetito», disse allegramente Alëša. 

 «E la marmellata di amarene? Qui ce l'hanno. Ti ricordi che da piccoli dai Polenov ti piaceva tanto la marmellata di amarene?» 

 «Te lo ricordi? Vada anche per la marmellata, mi piace molto anche adesso». 

 Ivan chiamò il cameriere e ordinò zuppa di pesce, tè e marmellata. 

 «Ricordo tutto, Alëša, ti ricordo fino all'età di undici anni, allora io ne avevo quindici. Quindici e undici anni: a quell'età, quando c'è una simile differenza d'anni, i fratelli non sono mai amici. Non so neanche se provavo dell'affetto per te. Dopo la mia partenza per Mosca, per i primi anni non ti ho mai pensato. Poi, quando sei venuto a Mosca anche tu, ci siamo incontrati una volta sola, credo, da qualche parte. Invece adesso sono quasi quattro mesi che vivo qui e fino ad ora io e te non abbiamo scambiato una parola. 

Domani partirò e mentre me ne stavo seduto qui, mi domandavo come avrei fatto ad incontrarti per salutarti, quand'ecco che ti ho visto passare». 

 «Avevi davvero voglia di vedermi?» 

 «Tanta, voglio conoscerti una volta per sempre e voglio che anche tu conosca me. Dopo di che, ci diremo addio. Credo che sia la cosa migliore fare amicizia prima di separarsi. Ho notato come mi guardavi in questi tre mesi, nei tuoi occhi si leggeva una sorta di attesa incessante e questo io non lo sopporto, ecco perché sono rimasto sulle mie. Ma alla fine ho imparato a stimarti, ho pensato "questo piccolo uomo sa tenere duro". Bada che sebbene stia ridendo, sto parlando seriamente. Non è forse vero che sai tenere duro? Io amo le persone ferme, qualunque sia l'oggetto della loro fermezza, anche se sono dei marmocchi come te. Il tuo sguardo d'attesa ha finito per non darmi più fastidio; al contrario, ho cominciato ad amarlo, quel tuo sguardo d'attesa...Mi sembra che, chissà perché, tu mi voglia bene, vero Alëša?» 

 «Ti voglio bene, Ivan. Il fratello Dmitrij dice di te: "Ivan è una tomba"

Io dico di te: "Ivan è un enigma"

Anche in questo momento sei un enigma per me, ma qualcosa comincio a capirla in te, anche se soltanto da questa mattina!» 

 «Che cosa intendi dire?», scoppiò a ridere Ivan. «Non ti arrabbierai, vero?», scoppiò a ridere anche Alëša. «Allora?» «Ho capito che sei un giovane di ventitré anni come tutti gli altri della tua età, sei un ragazzo giovane, ingenuo, fresco e simpatico, uno sbarbatello insomma! Non ti avrò mica offeso troppo, vero?»


AMORE PER LA VITA


«Al contrario, sono colpito dalla coincidenza!», esclamò Ivan con allegria e calore. «Ci credi che dopo il nostro incontro di ieri a casa di lei, non ho fatto altro che pensare a questa mia sbarbatellaggine da ventitreenne, e tu ad un tratto hai come indovinato i miei pensieri e hai esordito proprio con questo. 

Sedevo qui poco fa e pensavo di me stesso: anche se non credessi nella vita, anche se avessi perso la fiducia nella donna che amo, se avessi perso la fiducia nell'ordine delle cose e mi fossi invece convinto che tutto è disordine, dannazione e, addirittura, diabolico caos, se fossi rimasto colpito da tutti gli orrori della delusione umana, tuttavia continuerei a desiderare di vivere e, dal momento che ho assaporato questo calice, non mi staccherò da esso fino a quando non avrò bevuto fino all'ultima goccia! Del resto, all'età di trent'anni potrei pure gettare questo calice, decidere di non bere fino all'ultima goccia e andare via... dove, non so. Ma fino ai trent'anni, questo lo so per certo, la mia giovinezza sconfiggerà tutto il resto: tutte le delusioni, tutta la repulsione per la vita.

SETE DI VIVERE 

Mi sono domandato molte volte: esiste sulla terra una disperazione che possa sopraffare in me questa frenetica e, forse, sconveniente sete di vivere? E ho concluso che, a quanto pare, non esiste, cioè, torno a ripeterlo, almeno fino all'età di trent'anni; allora forse sarò io stesso a perdere la voglia, almeno così credo. Alcuni moralisti tisici e mocciosi - i poeti soprattutto - spesso definiscono gretta questa voglia di vivere. Questa sete di vivere è, in parte, una caratteristica dei Karamazov, questo lo so, e, nonostante tutto, essa esiste anche in te, sono sicuro, ma perché poi dovrebbe essere gretta? La forza centripeta sul nostro pianeta è ancora terribilmente forte, Alëša. 

Ho voglia di vivere e vivo, anche a dispetto della logica. Sebbene io possa non credere nell'ordine delle cose, tuttavia amo le foglioline vischiose che si dischiudono in primavera, amo il cielo azzurro, amo alcune persone che a volte si amano senza sapere esattamente il perché - ci crederesti? - amo alcune grandi imprese umane, sebbene da un pezzo abbia cessato di credere in esse, eppure per una vecchia abitudine le ammiro con tutto il cuore. 

Ecco, ti hanno portato la zuppa, mangiala, ti farà bene. È ottima, qui la sanno fare bene. Voglio girare l'Europa, Alëša, una volta partito di qui; eppure mi rendo conto di recarmi soltanto in un cimitero, nel più prezioso dei cimiteri, ecco cos'è! Valorosi sono i defunti ivi sepolti, ogni pietra sopra di essi parla di una vita così fervida in passato, di una fede così appassionata nelle proprie azioni, nella propria verità, nella propria lotta e nella propria scienza che io, lo so già, cadrò per terra e bacerò quelle pietre e piangerò su di esse - sebbene, in cuor mio, io sia convinto che quello, da molto tempo ormai, non è altro che un cimitero, niente di più. E non piangerò di disperazione, ma solo perché sarò felice di versare le mie lacrime. Mi inebrierò della mia stessa commozione. 

Io amo le vischiose foglioline primaverili, il cielo azzurro, ecco cosa ti dico! Qui non c'entrano l'intelligenza, la logica, questo è amare dal proprio intimo, dalle viscere, amare la forza della propria giovinezza... Ci hai capito niente di questo mio farneticare, eh, Alëša?», scoppiò a ridere Ivan all'improvviso. 

 «Capisco benissimo: "amare dal proprio intimo, dalle viscere", hai detto benissimo, sono felice che tu abbia tanta voglia di vivere», esclamò Alëša. «Penso che tutti al mondo debbano amare la vita sopra ogni cosa». 

  «Amare la vita più che il significato di essa?» 

«Proprio così, amarla a dispetto della logica, come hai detto tu, necessariamente a dispetto della logica; soltanto allora ne coglierai anche il significato. È da un pezzo che ci penso ormai. Metà del tuo lavoro l'hai concluso, Ivan, l'hai portato a termine: tu ami la vita. Adesso devi cercare di portare a termine la seconda metà e sarai salvo». 

 «Stai cercando di salvarmi, ma forse non sono perduto! E cosa intendi con la tua seconda metà del lavoro?» 

 «Devi cercare di fare resuscitare i tuoi morti che forse non sono mai veramente morti. Adesso, fammi bere il tè. Sono così contento della nostra chiacchierata, Ivan».

IL CUSTODE DI MIO FRATELLO?

 «Che ne sarà di Dmitrij e nostro padre? Come finirà tutto questo?», domandò Alëša allarmato. «Ma tu ripeti sempre la stessa cosa? Che ci posso fare io? Sono forse il custode di mio fratello Dmitrij?», fece per tagliar corto Ivan irritato, ma di colpo sorrise amaramente. «È la risposta che Caino dette a Dio dopo aver ucciso il fratello, vero? È questo che stai pensando in questo istante? No, al diavolo, non posso mica restare qua a fare il loro custode! Ho concluso i miei affari e me ne vado. Non penserai che sia geloso di Dmitrij, che in questi tre mesi non ho fatto che tentare di soffiargli la sua bella, Katerina Ivanovna. Eh, no, io avevo i miei affari da curare. 


KATERINA E L'AMORE


«Alludi a quello che è accaduto da Katerina Ivanovna?»

 «Sì, mi sono sciolto da lei una volta per tutte. E poi, che cosa posso farci con Dmitrij? Dmitrij qui non c'entra. Avevo soltanto delle questioni personali con Katerina Ivanovna. Anzi, sai bene anche tu che Dmitrij si è comportato come se ci fosse stato un complotto tra lui e me. Io non gli ho chiesto mica niente e lui invece me l'ha passata solennemente, con la sua benedizione. È tutto così ridicolo. No, Alëša, no, se sapessi come mi sento leggero adesso! 

Me ne stavo seduto qui a pranzo e - ci crederesti? - volevo ordinare dello champagne per festeggiare la mia prima ora di libertà. Accidenti, è durata sei mesi e poi ho gettato via tutto all'improvviso. Soltanto ieri non avrei mai sospettato che non mi sarebbe costato nulla troncare se lo avessi voluto». 

 «Parli del tuo amore, Ivan, vero?» 

 «Amore, se vuoi, sì, mi sono innamorato di una signorina, di una collegiale. Mi sono tormentato per lei e lei ha tormentato me. Mi ero fissato su di lei... e ora è andato tutto all'aria. Ho parlato con ispirazione, stamattina, ma quando sono uscito, sono scoppiato a ridere, ci crederesti? No, proprio così, alla lettera». 

 «Ne parli molto allegramente anche adesso», osservò Alëša, guardando il viso di lui che si era veramente fatto allegro, tutto ad un tratto. 

 «Come potevo immaginare che non l'amavo nemmeno un pochino! Eh,eh! Eppure è risultato proprio così. Eppure mi piaceva moltissimo! Anche poco fa, quando le facevo il mio discorso, lei mi piaceva! E lo sai? Anche adesso mi piace da morire, eppure è così facile separarsi da lei. Pensi che mi stia dando delle arie?» 

 «No, penso solo che forse non era amore». 

 «Alëška», scoppiò a ridere Ivan, «non ti mettere a disquisire sull'amore! Non sta bene che tu lo faccia. 

Questa mattina, come sei saltato su questa mattina, eh? Ho dimenticato di baciarti per quello... Come mi ha tormentato quella lì! In effetti era come assistere a una lacerazione. Oh, lei lo sapeva che io l'amavo! E lei amava me e non Dmitrij», insisteva Ivan gaiamente. 

AMORE E LACERAZIONI

«Dmitrij era soltanto una lacerazione per lei. Tutto ciò che le ho detto questa mattina è la pura verità, ma il peggio è che potrà impiegare quindici, anche vent'anni per scoprire che non ama affatto Dmitrij, ma ama soltanto me, colui che ha tormentato. E forse non lo scoprirà mai, malgrado la lezione che ha avuto oggi. Be', meglio così: mi sono alzato e me ne sono andato per sempre. A proposito, come sta adesso? Che è successo dopo che me ne sono andato?» 

 Alëša gli raccontò della crisi isterica e del fatto che in quel momento, a quanto pareva, era priva di sensi e delirante. «Non sarà mica tutta un'invenzione della signora Chochlakova?» «Pare di no». «Devo accertarmene. Del resto, di crisi isteriche non è mai morto nessuno. Ben vengano le crisi isteriche, Dio le ha concesse alle donne per il loro bene. Io certo non andrò a trovarla. A che pro farmi avanti un'altra volta?» «Eppure stamattina le hai detto che lei non t'ha mai amato». 

 «L'ho detto apposta. Alëška, ordiniamo lo champagne, berremo alla mia libertà. Se sapessi come sono contento!»


IN COSA CREDO

 Per gli altri è diverso, ma noi, che siamo degli sbarbatelli, dobbiamo prima di tutto risolvere le questioni eterne, una volta per tutte. Ecco quello che conta per noi. 

Tutti i giovani russi non fanno che discutere sulle questioni eterne adesso. Soprattutto ora che i vecchi sono alle prese con questioni di ordine pratico. 

Per quale motivo, in tutti questi tre mesi non hai fatto che guardarmi in attesa di qualcosa? Per domandarmi: 

"In che cosa credi, o meglio, c'è qualcosa in cui credi?": ecco a che cosa volevano andare a parare i vostri sguardi di questi tre mesi, signor Aleksej Fëdoroviè, non è vero?» 

 «Forse è così», rispose Alëša sorridendo. «Non ti starai prendendo gioco di me, fratello?» 

 «Io prendermi gioco di te? Non ho nessuna intenzione di amareggiare il mio fratellino che mi ha guardato per tre mesi con uno sguardo trepidante di attesa. 

Alëša, guardami in faccia: io sono esattamente un ragazzino come te, solo che non sono un novizio. 

E che cosa hanno combinato i ragazzi russi fino ad oggi, alcuni di loro, voglio dire? 

Si riuniscono in una trattoria puzzolente come questa, per esempio, e si siedono in un angolo. Non si sono mai incontrati prima in vita loro, e quando usciranno dalla trattoria, non si incontreranno per una quarantina d'anni, e di che cosa vuoi che parlino durante questo momentaneo incontro in trattoria? 

Delle questioni eterne, non di altro: dell'esistenza di Dio e dell'immortalità; e quelli che non credono in Dio, si metteranno a discutere di socialismo, di anarchia, della trasformazione dell'umanità secondo un nuovo modello, vale a dire, in fin dei conti, delle stesse questioni, ma dal punto di vista opposto. 

E masse, intere masse dei più originali ragazzi russi non fanno altro che parlare delle questioni eterne del nostro tempo, nel nostro paese. Non è forse così?» 

 «Sì, per i veri russi le domande sull'esistenza di Dio e sull'immortalità oppure, come hai appena detto, le stesse domande ma poste dal punto di vista opposto, sono questioni primarie, ed è giusto che sia così», disse Alëša guardando il fratello con lo stesso sorriso quieto e interrogativo. 

 «Ecco, Alëša, a volte essere russi è davvero poco intelligente, ma non si può immaginare niente di più stupido del modo in cui i ragazzi russi passano il loro tempo. Però c'è un ragazzo russo che si chiama Alëška, al quale voglio bene con tutto il cuore». 

 «Ci sei arrivato in maniera deliziosa», commentò Alëša ridendo. «Be', da che cosa cominciamo, decidi tu: dall'esistenza di Dio? Dio esiste oppure no?» 

 «Da quello che vuoi, "anche dal punto di vista opposto". Ieri, a casa di nostro padre, hai dichiarato che Dio non esiste», e Alëša fissò il suo sguardo indagatore dritto sul fratello. 

 «Ieri da nostro padre ti ho voluto stuzzicare di proposito e ho visto come ti brillavano gli occhi. Ma ora non ho nessuna remora a parlarne con te e lo dico molto seriamente. Io voglio diventarti amico, Alëša, perché amici non ne ho mai avuti e voglio provare che cosa vuol dire. Be', immagina per un attimo, che io ammetta l'esistenza di Dio», scoppiò a ridere Ivan, «sarebbe una sorpresa per te, non è vero?» 

 «Naturalmente sì, sempre che tu non stia scherzando». 

 «Scherzare? Ieri, nella cella dello starec, qualcuno mi ha detto che stavo scherzando. 

VOLTAIRE

Vedi, caro, c'era un vecchio peccatore del diciottesimo secolo, il quale dichiarò che se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo, s'il n'existait pas Dieu il faudrait l'inventer. E l'uomo ha davvero inventato Dio. E ciò che è strano, ciò che dovrebbe destare stupore, non è che Dio possa esistere veramente, ma che questa idea, l'idea della necessità di Dio, abbia potuto infiltrarsi nella mente di un animale così selvaggio e cattivo come l'uomo - a tal punto è santa, commovente e saggia questa idea, a tal punto essa fa onore all'uomo. Per quanto riguarda me, ho smesso da un pezzo di pormi la domanda se è stato Dio a creare l'uomo o l'uomo a creare Dio. E non starò qui a prendere in esame tutti gli assiomi che a questo proposito hanno formulato i ragazzi russi di oggi, tutti per altro tratti da ipotesi europee; perché ciò che per gli altri è un'ipotesi, per il ragazzo russo diventa subito un assioma, e non soltanto per i ragazzi, ma anche forse per alcuni loro professori, dal momento che i professori russi sono molto spesso dei ragazzi pure loro. E quindi ometterò tutte le ipotesi. 

QUALE COMPITO

Qual è dunque il compito che abbiamo dinanzi, io e te? Io sto cercando di spiegarti,il più rapidamente possibile, la mia natura, cioè che uomo sono, in che cosa credo, che cosa spero, è questo, non è vero? 

E quindi ti dico che accetto Dio semplicemente, direttamente. Ma ecco, quello che dobbiamo notare: se Dio esiste e se è stato davvero lui a creare la terra, allora l'ha creata, come sappiamo tutti, secondo la geometria di Euclide, e ha creato la mente umana con la concezione delle sole tre dimensioni spaziali. Eppure ci sono stati, e ci sono ancora, matematici e filosofi, e anche fra i più illustri, che mettono in dubbio che il mondo, o per dirla in termini più ampi, l'universo sia stato creato unicamente in conformità alla geometria euclidea; osano persino ipotizzare che due linee parallele, che secondo la geometria euclidea non possono incontrarsi mai, possano in realtà incontrarsi in qualche punto dell'infinito. Io, fratellino caro, sono giunto alla conclusione che, se non riesco a capire nemmeno questo, come posso aspettarmi di comprendere l'idea di Dio? Riconosco umilmente di non avere le capacità necessarie per risolvere tali questioni, ho una mente euclidea, terrena, come faccio dunque a risolvere problemi che non sono di questo mondo? 

E consiglio anche a te di non pensarci mai, caro Alëša, soprattutto riguardo all'esistenza di Dio. Tutte queste domande sono del tutto fuori luogo per una mente creata con la concezione di uno spazio puramente tridimensionale. 

E quindi accetto Dio, e ne sono pure contento e, quel che più conta, accetto la sua saggezza, il suo fine, assolutamente imperscrutabile per la nostra mente; credo nell'ordine, nel significato della vita, credo nell'armonia eterna nella quale un giorno, dicono, ci dovremo fonder tutti, credo nel Verbo al quale aspira l'universo intero, il Verbo che era "presso Dio" e che era Dio e così via all'infinito. Sono state formulate molte espressioni a riguardo. Pare che io sia sulla buona strada, vero?

RIBELLIONE A QUESTO MONDO CREATO

Eppure, pensa un po', alla fine dei conti io non accetto affatto questo mondo creato da Dio, non lo accetto e anche se so che esso esiste, non lo approvo per niente. 

Non è che io non creda a Dio, cerca di capirmi, è il mondo che egli ha creato, il mondo di Dio che io non accetto e non posso accettare. Lasciami spiegare meglio: io credo, come un bambino, che le sofferenze saranno lenite e ricompensate, che tutta l'umiliante assurdità delle contraddizioni umane svanirà come un miraggio pietoso, come il prodotto deplorevole di una mente umana euclidea impotente e infinitamente piccola, come l'atomo; che in ultimo, alla fine del mondo, nel momento dell'armonia eterna, apparirà qualcosa di così prezioso che sarà sufficiente per tutti i cuori, di conforto a tutti i risentimenti, di riscatto per tutti i misfatti degli uomini, per tutto il sangue da essi versato, che renderà possibile non solo a tutti di perdonare tutto, ma anche di giustificare tutto quello che è accaduto agli uomini - sì, che tutto questo accada e si riveli, ma io non lo accetto e non lo voglio accettare! 

Che si incontrino pure le parallele, anche davanti ai miei occhi: vedrò e dirò che si sono incontrate, eppure non lo accetterò. Ecco qual è il mio essere, Alëša, ecco la mia tesi. 

 Ti ho parlato sinceramente. Ho cominciato apposta questa nostra conversazione nella maniera più stupida che si potesse immaginare, ma questo ha condotto alla mia confessione ed era questo che tu volevi. Tu non volevi sapere se credo o no in Dio, volevi solo scoprire di che vive il fratello che tu ami. Eccoti servito». 

 Ivan concluse questa sua lunga tirata con un fervore inatteso e del tutto particolare. 

 «E perché hai iniziato nella maniera più stupida che si potesse immaginare?», domandò Alëša, guardandolo pensieroso. 

 «Prima di tutto perché sono russo: le conversazioni dei russi su questi argomenti vengono sempre condotte nella maniera più stupida che si possa immaginare. 

In secondo luogo, più stupido sei, più sei vicino alla realtà. Quanto più stupido sei, più sei chiaro. La stupidità è breve e ingenua, mentre l'intelligenza si perde intorno all'argomento e si nasconde. L'intelletto è vile, mentre la stupidità è schietta e sincera. Ho condotto la discussione sulla mia disperazione e quanto più stupidamente l'ho presentata tanto meglio per me». 

 «Spiegami, se non è un segreto, per quale motivo "non accetti il mondo"?», disse Alëša. 

 «Certo che te lo spiego, non è un segreto, proprio a questo volevo andare a parare. Caro fratellino, non voglio affatto corromperti e allontanarti dalla tua roccaforte, anzi forse voglio farmi curare da te», 

disse Ivan sorridendo all'improvviso come un dolce ragazzino. 

Alëša non lo aveva mai visto sorridere in quel modo prima di allora.





 

ILLUSTRATORI - BORIS GRIGORIEV




BORIS GRIGORIEV (1886 - 1939)



 

giovedì 1 luglio 2021

COSTRUZIONE DEL PERSONAGGIO - SNEGIREV


 COSTRUZIONE DEL PERSONAGGIO 


Il capitano a riposo Snegirëv

LIBRO SECONDO


FEDOR E DMITRI

PRIME ALLUSIONI

Libro 2 - cap. 6


 Signori, pensate: vive qui da noi un uomo povero ma onesto, con una famiglia numerosa sulle spalle, un capitano a riposo, che è caduto in disgrazia ed è stato allontanato dal servizio, ma non con clamore, non con un processo, bensí conservando il proprio onore. 

Tre settimane fa il nostro Dmitrij Fëdoroviè, in una trattoria, lo ha afferrato per la barba, lo ha trascinato fuori, sempre tenendolo per la barba, e lo ha picchiato per strada pubblicamente, e tutto perché quello è il mio incaricato di fiducia per un certo affaruccio». 

«Padre! Io non giustifico il mio gesto; sì, lo riconosco davanti a tutti: mi sono comportato come una bestia con quel capitano e adesso me ne rammarico e provo disgusto di me stesso per quell'atto di ira brutale, ma quel capitano, il vostro incaricato, era andato da quella signora, che voi avete chiamato seduttrice, e le aveva proposto, a nome vostro, di rilevare le mie cambiali in vostro possesso e di esigerne il pagamento al fine di mettermi alle strette con quelle cambiali stesse, nel caso fossi diventato troppo insistente con voi nel rivendicare i diritti sui miei beni. 



LIBRO QUARTO

CAPITOLO 3

In quell'istante si vide piombare sul gruppo una pietra, che sfiorò leggermente il ragazzo mancino, e poi passò oltre, sebbene fosse stata lanciata con forza e abilità. 

Era stato il ragazzino appostato al di là del canale a lanciarla. «Colpiscilo, dagli addosso, Smurov!», si misero a gridare in coro. Ma Smurov, il mancino, non si fece tanto pregare e replicò immediatamente scagliando un sasso contro il ragazzino al di là del canale, ma mancò il bersaglio: la pietra rimbalzò per terra. Il ragazzino oltre il canale scagliò senza indugi un altro sasso, ma questa volta dritto addosso ad Alëša e lo colpì piuttosto forte sulla spalla. 

Quel ragazzaccio aveva tutta la tasca piena di sassi pronti all'uso. Si vedeva anche dalla distanza di trenta passi, dalle tasche rigonfie del suo cappottino. «L'ha lanciata a voi, proprio a voi, ha mirato proprio a voi. Siete un Karamazov, un Karamazov, vero?», urlarono i ragazzi fra le risa. «Su, coraggio, tiriamo tutti insieme, fuoco!» E sei sassi volarono tutti insieme dal gruppo. Uno colpì il ragazzino sulla testa e lo fece cadere, ma dopo un attimo quello balzò in piedi e cominciò, infuriato, a bersagliare di sassi il gruppo. La sassaiola divenne più fitta da entrambe le parti; anche alcuni ragazzini del gruppetto avevano fatto provvista di sassi e ne avevano le tasche piene. «Ma che fate? Non vi vergognate, signori? Sei contro uno, finirete per ammazzarlo!», gridò Alëša. Si era alzato e si parava dinanzi alle pietre volanti per proteggere con il suo corpo il ragazzino al di là del canale. 

Tre o quattro ragazzini smisero di gettare pietre per un attimo. «È stato lui a cominciare!», gridò un ragazzino in camiciotto rosso con una stizzosa vocina infantile. «È un mascalzone, tempo fa in classe ha ferito con un temperino Krasotkin, gli ha fatto uscire il sangue. Krasotkin non ha voluto fare la spia, ma dobbiamo dargli una lezione...» «Ma per quale motivo? Certo, sarete stati voi a provocarlo, vero?» «Ecco, vi ha tirato un altro sasso nella schiena. Lui sa chi siete», gridarono i ragazzini. «Adesso ce l'ha con voi, non più con noi. 

STRACCIO DI STOPPA

libri 4- cap. 3

«Siete diretto anche voi da quella parte, verso via Michajlovskij?», soggiunse lo stesso ragazzino di prima. «Allora cercate di raggiungerlo... Vedete? Si è fermato di nuovo, vi sta aspettando, sta guardando voi». «Sì, proprio voi, sta guardando proprio voi!», esclamarono gli altri. «Allora domandategli se gli piacciono gli stracci di stoppa, quelli del bagno, tutti stropicciati. Avete sentito? Domandateglielo». Scoppiò una risata generale. 

Alëša guardava i ragazzi e quelli guardavano lui. «Non ci andate, quello vi farà del male», gridò Smurov in tono di ammonimento. 

 «Signori, non gli domanderò nulla dello straccio di stoppa, state pur certi, perché voi sicuramente lo prendete in giro in qualche modo con quelle parole, ma scoprirò il motivo per cui lo odiate tanto...» «E allora scopritelo, scopritelo», e i ragazzi scoppiarono a ridere. Alëša superò il ponticello e si diresse per la salita affiancando uno steccato, in direzione di quel ragazzo che si era attirato le antipatie di tutti. 

LA MISSIONE DI KATERINA

libro4- cap. 5

Katerina Ivanovna tornò improvvisamente nella stanza. Aveva in mano due banconote iridate. «Ho un grosso favore da chiedervi, Aleksej Fëdoroviè», prese a dire, rivolgendosi direttamente ad Alëša, con voce calma e misurata, come se non fosse accaduto nulla. «Una settimana, sì, mi pare una settimana fa, Dmitrij Fëdoroviè ha compiuto un gesto avventato e ingiusto, molto riprovevole. C'è un luogo equivoco, una bettola. Lì egli incontrò un ufficiale a riposo, quel capitano che vostro padre ha impiegato per certi suoi affari. Per qualche ragione Dmitrij Fëdoroviè si è adirato contro questo capitano, lo ha afferrato per la barba e, alla presenza di tutti, lo ha trascinato in strada in questo stato umiliante. In strada l'ha trascinato così per un pezzo e dicono che il figlio di questo capitano, un ragazzo, ancora un bambino, che frequenta la scuola locale, abbia assistito alla scena, si sia messo a correre accanto ai due, piangendo a dirotto e invocando aiuto per il padre, chiedendo ai presenti che lo difendessero, fra le risate generali. Perdonate, Aleksej Fëdoroviè, non riesco a pensare a quest'episodio senza provare indignazione per questa sua vergognosa azione... una di quelle azioni che solo Dmitrij Fëdoroviè è capace di compiere quando è in preda all'ira e... alle sue passioni! Non riesco nemmeno a descrivere quest'episodio, non sono in grado di farlo. Non riesco a trovare le parole. Ho chiesto informazioni sulla vittima dell'oltraggio e ho saputo che è molto povero. Si chiama Snegirëv. Ha commesso qualche mancanza mentre prestava servizio, lo hanno espulso, non so spiegarvi queste cose, e adesso è precipitato in uno stato di terribile indigenza con la sua famiglia, una famiglia disgraziata di figli malati e una moglie demente, si dice. Vive da un pezzo qui in città, fa qualche lavoretto qua e là, ha lavorato come scrivano, ma adesso hanno smesso, tutt'a un tratto di pagarlo. Ho gettato lo sguardo su di voi... cioè ho pensato - non so, chissà perché mi sto confondendo - vedete, volevo chiedervi, Aleksej Fëdoroviè, mio carissimo Aleksej Fëdoroviè, di fare un salto da lui con una scusa, introdurvi a casa sua, di questo capitano cioè - Dio mio, perdo il filo! - e, con tatto, con cautela, proprio come sapete fare solo voi», (Alëša arrossì di colpo), «riuscire a dargli questo aiuto, ecco, duecento rubli. Lui sicuramente li accetterà... cioè, convincetelo ad accettarli... Oppure no, che si può fare? Vedete non si tratta di un compenso per tenerlo buono, per evitare che sporga denuncia (giacché pare che abbia questa intenzione), questo è un semplice gesto di simpatia, di aiuto, da parte mia, da parte della fidanzata di Dmitrij Fëdoroviè, non da lui direttamente... Insomma, voi sapete... Ci sarei andata io stessa, ma voi saprete farlo di gran lunga meglio di me. Abita in via Ozernaja, in casa della borghese Kalmykova... Per l'amor di Dio, Aleksej Fëdoroviè, fatemi questo favore. Ma adesso... adesso sono un po'... stanca. Arrivederci...» 


ALEKSEI FA CONOSCENZA COL CAPITANO

libro 4 . cap.6

L'incarico di Katerina Ivanovna lo condusse in via Ozërnaja, e l'abitazione del fratello Dmitrij si trovava lì vicino, proprio in una traversa di via Ozërnaja. Alëša decise di fare un salto da lui, in ogni caso, prima di recarsi dal capitano, sebbene avesse il presentimento che non avrebbe trovato il fratello in casa. Sospettava che quello, con ogni probabilità, si stesse tenendo di proposito alla larga da lui, ma comunque doveva trovarlo ad ogni costo. Il tempo passava: il pensiero dello starec in punto di morte non lo aveva abbandonato nemmeno un minuto, nemmeno un secondo, da quando aveva lasciato il monastero. Nell'incarico di Katerina Ivanovna era emersa una circostanza che lo interessava moltissimo: quando Katerina Ivanovna aveva menzionato il ragazzino, lo scolaretto, il figlio del capitano, che correva, piangendo a squarciagola accanto al padre, all'improvviso nella mente di Alëša si era affacciata l'idea che quel ragazzino potesse essere lo stesso scolaretto che poco prima gli aveva morso il dito, quando lui, Alëša, gli aveva domandato in che modo l'avesse offeso. Adesso Alëša ne era praticamente certo, sebbene lui stesso non ne sapesse il perché.

IL FATTO RACCONTATO DAL PROTAGONISTA

Vedete, questo straccio qui, solo una settimana fa era più folto - sto parlando della mia barba - straccio di stoppa, l'hanno soprannominata questa mia barbetta, soprattutto i ragazzi di scuola. 

Be', quel vostro fratellino Dmitrij Fëdoroviè mi stava tirando per la barba quel giorno, io non gli avevo fatto nulla, ma lui era infuriato e se la prese con me, mi trascinò fuori dalla trattoria sino alla piazza, proprio mentre i ragazzi stavano uscendo da scuola, e anche Iljuša era con loro. 

Quando mi vide in quello stato, si precipitò verso di me gridando: "Papà! Papà!". Si aggrappò a me, mi abbracciò, voleva strapparmi via, gridava al mio aggressore: "Lasciatelo, lasciatelo, è il mio papà, il mio papà, perdonatelo", gridava proprio così: "Perdonatelo"; lo afferrò con le sue manine, gli prese la mano, proprio la mano di lui e gliela baciò, signore... Ricordo il suo faccino in quel momento, non l'ho dimenticato e non lo dimenticherò mai!...

L'UMILIAZIONE DI ILIUSHA

 Me ne stetti coricato e per quel giorno mi dimenticai di Iljuša, quando proprio quel giorno i ragazzini cominciarono a sbeffeggiarlo a scuola sin dalla mattina, signore: "Straccio di stoppa", gli gridavano, "hanno trascinato tuo padre fuori dalla trattoria tirandolo per il suo straccio di stoppa e tu che gli correvi dietro a chiedere perdono". Il terzo giorno, quando tornò da scuola, lo guardai e vidi che aveva un faccino sciupato, pallido. "Che ti è successo?", gli domandai. Lui non rispose. 

PADRE E FIGLIO

Be', nella nostra residenza non c'è verso di fare due chiacchiere senza che la mamma e le ragazze si intromettano - tanto più che le ragazze avevano saputo tutto sin dal primo giorno. Anzi Varvara Nikolaevna aveva già cominciato a gracchiare come suo solito: "Buffoni, pagliacci, potreste mai fare voi qualcosa di sensato?" "Proprio così, Varvara Nikolaevna", le risposi, "potremmo mai fare noi qualcosa di sensato?" Così me la cavai per quella volta.

 Verso sera portai il ragazzo a fare una passeggiata. Vossignoria deve sapere che io e lui uscivamo ogni sera e facevamo esattamente lo stesso percorso che stiamo facendo noi adesso, dal cancelletto di casa nostra fino, ecco, fino a quel macigno che spunta lì sulla strada, accanto alla siepe che segna l'inizio del pascolo cittadino: un posto deserto e bellissimo, vossignoria. Camminiamo io e il mio Iljuša, lui con la manina nella mia mano, come sempre; ha una manina minuta, con le ditina sottili sottili, e così fredde - sapete, soffre di bronchi. "Papà, papà!" "Che c'è?", gli rispondo e vedo che gli occhi gli brillano. "Papà, come ti ha trattato quell'uomo!" "Che vuoi farci, Iljuša?", gli rispondo io. "Non fare la pace con lui, non fare la pace, papà. I compagni a scuola dicono che ti ha dato dieci rubli per fare la pace". "No, Iljuša", gli rispondo io, "non accetterei per nulla al mondo denaro da lui". Lui allora trema tutto, stringe forte la mia mano con tutte e due le manine e me la bacia. "Papà, papà, sfidalo a duello, a scuola mi prendono in giro, dicono che sei un vigliacco, che non lo sfiderai a duello e che accetterai i suoi dieci rubli". "Non posso sfidarlo a duello, Iljuša", gli rispondo e gli spiego in breve tutto ciò che ho appena raccontato a voi. Lui ascolta con attenzione. "Papà, però non fare lo stesso la pace con lui: quando sarò grande lo sfiderò io a duello!" Gli occhietti gli brillavano ardenti. Be', nonostante tutto, sono pur sempre un padre, quindi dovevo dirgli una parola di verità. "È peccato", gli dico, "uccidere, anche nel corso di un duello". E lui mi risponde: "Quando sarò grande, io lo farò cadere per terra, gli farò saltare via la sciabola con la mia sciabola e gli dirò: 'Potrei ucciderti in questo momento, ma ti perdono, così impari!'" Vedete, vedete, signore, che cosa gli era frullato nella testolina in quei due giorni, non aveva fatto che pensare a quella vendetta con la sciabola, giorno e notte e di notte, forse, proprio di quello delirava, vossignoria. Solo che ha cominciato a tornare da scuola tutto pesto, l'ho scoperto l'altro ieri e voi avete ragione: non lo manderò più in quella scuola, signore. Quando venni a sapere che era solo contro tutti in classe e che era lui a provocare gli altri, che si era inasprito, che il suo cuore era pieno di rancore, ebbi paura per lui. Facemmo un'altra passeggiata. "Papà, ma i ricchi sono sempre più forti di tutti in questo mondo?" mi domanda. "Sì, Iljuša", gli rispondo io, "non c'è nessuno più forte dei ricchi su questa terra". "Papà, allora io diventerò ricco, diventerò ufficiale e sconfiggerò tutti, lo zar mi decorerà e allora tornerò qui e nessuno oserà più toccarmi". Poi tace per un po' e continua - le labbrucce continuavano a tremargli: "Papà, com'è brutta la nostra città!" "Sì Iljušeèka", gli dico io, "la nostra città non è molto bella". "Papà, trasferiamoci in un'altra città, in una bella città, dove nessuno sa niente di noi". "Ci trasferiremo, ci trasferiremo Iljuša, non appena avrò messo da parte un po' di soldi". Fui contento di avere l'occasione di distrarlo da pensieri cupi e cominciammo a fantasticare io e lui di come ci saremmo trasferiti in un'altra città, avremmo comprato un cavallo e un carro.

COSA RACCOTA LUI DI FEDOR E GRUSHENKA

«Avevo intenzione di sporgere denuncia», continuava il capitano, «ma date un'occhiata al nostro codice, otterrei in fin dei conti una gran riparazione da parte del mio aggressore per l'offesa subita? E poi, a un certo punto, mi manda a chiamare Agrafena Aleksandrovna e mi urla: "Non osare nemmeno pensarci! Se sporgerai denuncia, farò in modo che tutto il mondo sappia che lui ti ha picchiato per la tua disonestà, così sarai tu a finire sotto processo". E solo Dio sa chi è l'artefice di quella truffa e per ordine di chi io, personaggio di secondaria importanza, ho agito in quel modo: non è stato forse per ordine di Agrafena Aleksandrovna in persona e Fëdor Pavloviè? "E non finisce qui", mi fa lei. "Ti caccerò per sempre e da me non riceverai più un quattrino. Lo dirò anche al mio mercante (lo chiama così il vecchio: il mio mercante), e pure da lì sarai cacciato". Allora io ho pensato che se mi caccia via anche il mercante, allora chi mi darà più lavoro? Perché mi sono rimasti solo loro due, dal momento che vostro padre Fëdor Pavloviè non solo ha smesso di affidarmi incarichi, per un'altra ragione, signore, ma lui stesso vuole sfruttare alcune carte che ho firmato e trascinarmi in giudizio. In considerazione di tutto questo ho deciso di tacere, e vossignoria ha visto il sottosuolo in cui vivo... 

LIBRO QUARTO - ALL'ARIA APERTA

Ho un incarico che vi riguarda: sempre mio fratello, Dmitrij, ha offeso anche la sua fidanzata, una ragazza nobilissima, della quale forse avete sentito parlare. Ho il diritto di confidare a voi l'offesa che lei ha subito, anzi ho il dovere di farlo, dal momento che lei, dopo aver saputo della vostra offesa e della difficile situazione in cui vi trovate, mi ha incaricato adesso... poco fa... di portarvi questo aiuto da parte sua... ma unicamente da parte sua, non di Dmitrij, che l'ha abbandonata, assolutamente no, né da parte mia, che sono suo fratello, né da parte di chicchessia, ma da parte sua, di lei sola! Ella vi supplica di accettare questo aiuto... siete stati entrambi offesi dalla stessa persona... Ella ha pensato a voi solo nel momento in cui anche lei ha subito un'offesa pari alla vostra (pari in gravità) da parte di mio fratello! Quindi è come se una sorella soccorresse un fratello... Ella mi ha espressamente incaricato di convincervi ad accettare questi duecento rubli come da parte di una sorella. Nessuno lo verrà mai a sapere, non potranno nascere ingiusti pettegolezzi... ecco i duecento rubli, vi giuro che dovete accettarli, altrimenti... altrimenti vorrebbe dire che tutti gli uomini sono condannati a essere nemici su questa terra! Eppure anche su questa terra ci sono i fratelli... Voi avete un'anima nobile... dovete capire questo, dovete!» E Alëša gli porse le due banconote iridate da cento rubli, nuove di zecca. In quel momento si trovavano entrambi proprio presso quello stesso macigno, vicino alla siepe, e non c'era nessuno in giro.

LE BANCONOTE SOTTO  I PIEDI

«Che vi prende?», domandò Alëša trasalendo. «Aleksej Fëdoroviè... io... voi...», mormorò il capitano inceppandosi, mentre lo fissava con uno sguardo strano, selvaggio, con l'aria di chi ha preso una decisione disperata, ma allo stesso tempo con una specie di sorriso sulle labbra, «io, vossignoria... voi... Volete che vi mostri un piccolo gioco di prestigio?», mormorò all'improvviso con un sussurro rapido, brusco; non balbettava più. «Quale gioco di prestigio?» «Un giochetto di prestigio, un bel giochetto di prestigio», continuava a sussurrare il capitano; le labbra gli si erano storte sul lato sinistro, l'occhio sinistro era socchiuso. Egli continuava a guardare Alëša senza distogliere lo sguardo, come incantato. «Ma che avete? Di che trucco state parlando?», gridò l'altro ormai in preda al panico. «Ecco quale, guardate!», sibilò a bruciapelo il capitano. E mostrandogli le due banconote, che per tutta la durata della conversazione aveva tenuto per un angolo, tra il pollice e l'indice, le afferrò con furia, le accartocciò e le strinse forte nel pugno destro. «Vedete, signore? Vedete?», sibilò, pallido e frenetico; poi, sollevato di colpo il pugno, gettò con rabbia le banconote sulla sabbia. «Vedete?», strillò ancora una volta indicandole con il dito: «Ecco fatto!» Poi, sollevata di scatto la gamba destra, con furia selvaggia si mise a calpestare le banconote sotto il tacco, esclamando affannato ad ogni colpo: «Ecco che ne faccio dei vostri soldi, signore! Ecco che ne faccio dei vostri soldi, signore! Eccoli, i vostri soldi! Eccoli, i vostri soldi!» Poi balzò all'indietro e si eresse dinanzi ad Alëša. Tutta la sua figura esprimeva indicibile orgoglio. «Dite a quelli che vi hanno mandato che lo straccio di stoppa non vende il suo onore, signore!», gridò alzando il braccio in aria. Poi si voltò di scatto e cominciò a correre, ma non aveva fatto cinque passi che girò su se stesso e salutò Alëša con la mano. Corse per altri cinque passi e si girò per l'ultima volta, ma questa volta non aveva più quella smorfia di scherno: il suo viso era contratto dal pianto. Con voce rotta, balbettando e singhiozzando, gridò in tutta fretta: «Che cosa avrei detto al mio ragazzo, se avessi accettato da voi i soldi a prezzo del nostro onore?» Detto questo, si mise a correre, senza più voltarsi indietro. Alëša lo seguì con lo sguardo, pervaso da un'indicibile tristezza. Si rendeva conto che fino all'ultimo momento quell'uomo non sapeva che avrebbe sgualcito e gettato via le banconote. Intanto correva e non si voltava più e Alëša sapeva che non lo avrebbe fatto. Non volle seguirlo né chiamarlo, e sapeva bene il perché. Quando l'uomo scomparve dalla sua vista, Alëša raccolse le due banconote. Erano soltanto molto sgualcite, accartocciate e premute sotto la sabbia, ma erano integre, frusciarono persino come ancora nuove quando Alëša le spiegò per stirarle perbenino. Dopo averle stirate, le piegò, le infilò nella tasca e si diresse verso la casa di Katerina Ivanovna per riferirle l'esito della missione.

LIBRO QUINRO - FIDANZAMENTO

«Perché, perché meglio di così non poteva andare?», domandò Lise concitata, guardando Alëša con grande meraviglia. «Perché, Lise, se non li avesse calpestati quei soldi, ma li avesse presi, una volta giunto a casa, dopo un'oretta diciamo, sarebbe scoppiato a piangere per l'umiliazione subita, ecco che cosa sarebbe sicuramente successo. Sarebbe scoppiato a piangere e forse domani sarebbe venuto da me all'alba, mi avrebbe gettato in faccia quelle banconote e le avrebbe calpestate come ha fatto poco fa. Mentre adesso è andato via fiero e solenne, sebbene consapevole di "essersi rovinato con le proprie mani". Pertanto, adesso che ha dato prova del suo onore, che ha gettato i soldi e li ha calpestati, non c'è niente di più facile che indurlo a prendere quei duecento rubli anche domani stesso... Mentre li calpestava, non poteva immaginare che domani andrò a riportarglieli. E poi quei soldi gli sono davvero necessari come l'aria. Anche se in questo momento è tutto fiero, non potrà fare a meno, a partire da oggi stesso, di pensare al grosso aiuto che ha perduto. Questa sera se ne renderà conto ancora meglio, lo sognerà stanotte e per domani mattina sarà pronto, forse, a correre da me a chiedermi perdono. In quel momento invece io mi presenterò da lui e gli dirò: "Siete un uomo di grande orgoglio, l'avete dimostrato, ma adesso prendete il denaro e perdonateci". E lui allora lo prenderà!»

TEMI - I RAGAZZI - ILIUSCIA E LA SASSAIOLA

 

LIBRO QUARTO - CAPITOLO 3




Ma Alëša non ebbe il tempo di pensare a lungo: per strada gli accadde un incidente all'apparenza non molto rilevante, ma che gli fece un profonda impressione. 

VIE DI CITTA' E CANALI

Aveva appena attraversato la piazza e svoltato nel vicolo che portava in via Michajlovskij, parallela alla Bol'šaja, ma separata da questa da un piccolo canale (la nostra città è interamente intersecata da canali), quando scorse giù, davanti al ponticello, un gruppo di scolaretti, tutti ragazzini dai nove ai dodici anni, non di più. 

Stavano tornando a casa da scuola, 

chi con la cartelletta in spalla, 

chi con la borsa di cuoio a tracolla, 

alcuni con il giubbetto, altri con il cappottino; 

alcuni calzavano persino quegli alti stivali con i risvolti sul gambale con cui amano tanto darsi arie i ragazzini viziati dai padri facoltosi. 

Tutto il gruppetto discuteva con animazione, tutto lasciava credere che si stessero consultando. 

Alëša non passava mai con indifferenza accanto ai bambini; anche a Mosca gli capitava questo, e sebbene egli prediligesse i bimbi sui tre anni, gli piacevano pure gli scolaretti sui dieci, undici anni e, per quanto in quel momento fosse preoccupato, tuttavia gli venne voglia di deviare verso di loro e attaccare discorso. 

Mentre si avvicinava, osservava i loro visetti rossi, animati e subito notò che tutti i ragazzini avevano in mano una pietra, alcuni anche due. 

Al di là del canale, all'incirca a una trentina di passi dal gruppetto, 

ILIUSCIA

c'era un altro ragazzino in piedi, accanto a uno steccato, anche lui uno scolaretto con la sua borsa dei libri a tracolla; a giudicare dalla statura poteva avere una decina d'anni, non di più, forse anche meno, palliduccio, piuttosto emaciato, con gli occhietti neri scintillanti. 

GLI ALTRI 6

Egli osservava con sguardo attento e indagatore il gruppo degli altri sei scolaretti, probabilmente suoi compagni, con i quali era appena uscito da scuola, ma evidentemente tra loro non correva buon sangue. Alëša si avvicinò e, rivolgendosi a 

un bambino ricciuto, biondo, colorito, che indossava un giubbetto nero, osservò: 

«Quando portavo la mia borsa dei libri, uguale alla vostra, la tenevo sul fianco sinistro per poterci arrivare subito con la mano destra, invece voi la portate sulla destra, così è più scomodo prendere quello che vi occorre». Alëša aveva intavolato la discussione con questa osservazione di ordine pratico, senza alcuna astuzia o premeditazione da parte sua; d'altronde, per un adulto, non c'è un modo migliore se vuole conquistare subito la fiducia di un bambino, tanto più di un gruppo intero di bambini. Si deve proprio cominciare con piglio serio e con argomenti pratici in modo da trovarsi subito su un piede di parità; Alëša questo lo intuiva istintivamente. 

 «Ma lui è mancino», gli rispose prontamente 

un altro ragazzino, un tipetto sveglio e in salute, sugli undici anni. 

Gli altri cinque fissarono tutti Alëša. «Anche le pietre le lancia con la sinistra», notò un terzo bambino. In quell'istante si vide piombare sul gruppo una pietra, che sfiorò leggermente il ragazzo mancino, e poi passò oltre, sebbene fosse stata lanciata con forza e abilità. Era stato il ragazzino appostato al di là del canale a lanciarla. «Colpiscilo, dagli addosso, Smurov!», si misero a gridare in coro. Ma Smurov, il mancino, non si fece tanto pregare e replicò immediatamente scagliando un sasso contro il ragazzino al di là del canale, ma mancò il bersaglio: la pietra rimbalzò per terra. Il ragazzino oltre il canale scagliò senza indugi un altro sasso, ma questa volta dritto addosso ad Alëša e lo colpì piuttosto forte sulla spalla. 

Quel ragazzaccio aveva tutta la tasca piena di sassi pronti all'uso. Si vedeva anche dalla distanza di trenta passi, dalle tasche rigonfie del suo cappottino. 

 «L'ha lanciata a voi, proprio a voi, ha mirato proprio a voi. Siete un Karamazov, un Karamazov, vero?», urlarono i ragazzi fra le risa. 

«Su, coraggio, tiriamo tutti insieme, fuoco!» E sei sassi volarono tutti insieme dal gruppo. Uno colpì il ragazzino sulla testa e lo fece cadere, ma dopo un attimo quello balzò in piedi e cominciò, infuriato, a bersagliare di sassi il gruppo. La sassaiola divenne più fitta da entrambe le parti; anche alcuni ragazzini del gruppetto avevano fatto provvista di sassi e ne avevano le tasche piene. 

 «Ma che fate? Non vi vergognate, signori? Sei contro uno, finirete per ammazzarlo!», gridò Alëša. Si era alzato e si parava dinanzi alle pietre volanti per proteggere con il suo corpo il ragazzino al di là del canale. Tre o quattro ragazzini smisero di gettare pietre per un attimo.

ACCENNO A KRASOTKIN

 «È stato lui a cominciare!», gridò un ragazzino in camiciotto rosso con una stizzosa vocina infantile. «È un mascalzone, tempo fa in classe ha ferito con un temperino Krasotkin, gli ha fatto uscire il sangue. Krasotkin non ha voluto fare la spia, ma dobbiamo dargli una lezione...» «Ma per quale motivo? Certo, sarete stati voi a provocarlo, vero?» 

 «Ecco, vi ha tirato un altro sasso nella schiena. Lui sa chi siete», gridarono i ragazzini. «Adesso ce l'ha con voi, non più con noi. Tutti addosso, ragazzi, ancora una volta, non lo mancare Smurov!» 

SASSAIOLA

 E riprese la sassaiola, questa volta con impeto più violento. Il ragazzino al di là del canale fu colpito in pieno petto da una pietra; lanciò un urlo, scoppiò a piangere e si mise a correre su per la salita in direzione di via Michajlovskij. 

Un urlo si levò dal gruppetto: «Ah, ha avuto paura, se la batte, straccio di stoppa!» 

 «Voi, Karamazov, non lo sapete che mascalzone è quello lì, ammazzarlo sarebbe poco», ripeté il ragazzo in giubbetto, con gli occhietti accesi; sembrava il più anziano del gruppo. «Ma che male ha fatto?», domandò Alëša. «Ha fatto la spia forse?» I ragazzini si scambiarono un'occhiata, ridacchiando. «Siete diretto anche voi da quella parte, verso via Michajlovskij?», soggiunse lo stesso ragazzino di prima. «Allora cercate di raggiungerlo... Vedete? Si è fermato di nuovo, vi sta aspettando, sta guardando voi». «Sì, proprio voi, sta guardando proprio voi!», esclamarono gli altri. «Allora domandategli se gli piacciono gli stracci di stoppa, quelli del bagno, tutti stropicciati. Avete sentito? Domandateglielo». 

 Scoppiò una risata generale. Alëša guardava i ragazzi e quelli guardavano lui. «Non ci andate, quello vi farà del male», gridò Smurov in tono di ammonimento. 

 «Signori, non gli domanderò nulla dello straccio di stoppa, state pur certi, perché voi sicuramente lo prendete in giro in qualche modo con quelle parole, ma scoprirò il motivo per cui lo odiate tanto...» «E allora scopritelo, scopritelo», e i ragazzi scoppiarono a ridere. 


 Alëša superò il ponticello e si diresse per la salita affiancando uno steccato, in direzione di quel ragazzo che si era attirato le antipatie di tutti. «State attento», gli gridarono dietro i ragazzi a mo' di avvertimento, «quello non avrà paura nemmeno di voi, è capace di colpirvi a tradimento, come ha fatto con Krasotkin». 

LENTE SU ILIUSCIA

 Il ragazzo era fermo lì ad attenderlo. Quando gli fu vicino, Alëša si vide davanti

  un ragazzino di nove anni, non di più, esile e denutrito, con un visetto lungo, pallido e magro, da cui spuntavano due occhioni scuri che lo scrutavano con ostilità. Indossava un vecchio cappottino liso, che gli andava grottescamente piccolo. Le braccia nude gli spuntavano dalle maniche. Sul ginocchio destro dei pantaloni c'era una grossa toppa e sulla punta dello stivaletto destro, all'altezza dell'alluce, si apriva un grosso buco, che evidentemente era stato mascherato con un'abbondante mano di inchiostro. Le tasche rigonfie del cappotto erano piene di sassi. Alëša si fermò a due passi di distanza da lui, guardandolo con aria interrogativa. 

Il ragazzo capì subito dallo sguardo di Alëša che questi non voleva picchiarlo, allora abbandonò la sua aria spavalda e gli rivolse per primo la parola. «Io sono solo e loro sono sei... Ma non importa, li batterò tutti da solo», disse a bruciapelo con gli occhi di fuoco. «Un sasso deve avervi colpito molto forte», osservò Alëša. «Ma anche io ho colpito Smurov alla testa!», replicò il ragazzo. 

 «Mi hanno detto che mi conoscete e che mi avete lanciato quel sasso di proposito, è vero?», domandò Alëša. Il ragazzo lo guardò con aria torva. «Io non vi conosco. Ma voi mi conoscete?», tornò a domandare Alëša. «Lasciatemi in pace!», strillò il bambino stizzito, restando immobile al suo posto, come se aspettasse; i suoi occhi erano nuovamente accesi di odio. «Va bene, me ne andrò», disse Alëša. «Io non vi conosco e non vi prendo in giro. Mi hanno detto che cosa vi dicono per prendervi in giro, ma io non voglio prendervi in giro, addio!» «Monaco in calzoni!», gli gridò dietro il ragazzo sempre con lo stesso sguardo provocatorio e carico d'odio, mettendosi subito in guardia, sicuro del fatto che Alëša a quel punto lo avrebbe aggredito. Invece Alëša si voltò, lo guardò appena e proseguì per la sua strada. Ma aveva fatto pochi passi, quando fu colpito alla schiena da un grosso sasso, il più grosso di quelli che il ragazzo teneva nella tasca. «Come, colpite alla schiena? Allora dicono il vero sul vostro conto, voi colpite a tradimento?», Alëša si voltò nuovamente, ma questa volta il ragazzo gli lanciò con accanimento un altro sasso dritto in faccia, Alëša riuscì a schivarlo e la pietra lo colpì soltanto al gomito. «Ma come, non vi vergognate? Che male vi ho fatto io?», gridò. 

IL DITO MORSICATO

 Il ragazzo taceva e aspettava con aria provocatoria soltanto che Alëša gli si scagliasse finalmente contro; vedendo che quello non lo aggrediva nemmeno questa volta, si arrabbiò come una piccola belva: balzò dal suo posto e si scagliò lui stesso contro Alëša, e quello non fece in tempo a muoversi, che il perfido ragazzino con il capo chino gli afferrò con entrambe le mani la mano sinistra e gli addentò dolorosamente il dito medio. Affondò i denti nella carne e per una decina di secondi non mollò la presa. 

Alëša lanciò un urlo di dolore, cercando con tutte le sue forze di liberare il dito. Il ragazzo allentò la presa e balzò indietro al suo posto. Il dito aveva una brutta ferita, vicino all'unghia, profonda sino all'osso; il sangue sgorgava abbondante. Alëša estrasse il fazzoletto e si fasciò stretta la mano ferita. Stette lì a fasciarsi la mano per un intero minuto. Nel frattempo il ragazzo rimaneva lì in piedi, in attesa. Finalmente Alëša sollevò su di lui il suo sguardo calmo: «Vedete», disse, «vedete che brutto morso mi avete dato? Adesso basta, vero? Ora ditemi: che cosa vi ho fatto?» Il ragazzo lo guardò con aria stupita. «Sebbene io non vi conosca affatto e questa sia la prima volta che vi vedo», continuò Alëša sempre con il suo tono pacato, «non è possibile che io non vi abbia fatto nulla, non mi avreste mai fatto male senza un motivo. E allora, che cosa vi ho fatto? Che colpa ho verso di voi? Parlate». 

 Invece di rispondere, il bambino scoppiò in un pianto dirotto e scappò via da Alëša singhiozzando. Alëša lo seguì con calma in via Michajlovskij e seguì a lungo con lo sguardo il ragazzo che correva lontano, senza rallentare il passo, né girarsi a guardare e, probabilmente, continuando a piangere a squarciagola. Si ripromise fermamente di riprendere le ricerche, non appena ne avesse avuto il tempo, per chiarire quell'enigma che lo aveva colpito in modo straordinario. Adesso, però, non aveva tempo.