mercoledì 9 giugno 2021

QUANDO UNA BUONA IDEA è DETTA DA UN PERSONAGGIO ANTIPATICO

 RAKITIN




Ho sentito la sua stupida teoria poco fa: 

"Se non c'è immortalità dell'anima, non c'è nemmeno virtù, quindi tutto è permesso". 

(E tuo fratello Miten'ka, a proposito - ricordi? - ha gridato: "Lo terrò a mente!"). 

Una teoria seducente per i mascalzoni... Ma sto offendendo... è sciocco... non per i mascalzoni, ma per gli studenti spacconi dall'"irrisolta profondità di pensiero". 

Un vanitosello, il succo è tutto qui: 

"Da un canto, non si può non ammettere, dall'altro, non si può non riconoscere!" 

Tutta la sua teoria non è che una vigliaccata! 

L'umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù 

anche senza credere nell'immortalità dell'anima! 

La troverà nell'amore per la libertà, per l'uguaglianza, per la fratellanza...»

martedì 8 giugno 2021

SPAZIO

 











SPAZIO

L'azione è ambientata in una cittadina per il momento anonima.
Nel secondo libro abbiamo un'ampia descrizione del monastero.

i luoghi degli illustratori




i luoghi dello sceneggiato 2007
















NARRAZIONE E DURATA DEGLI EVENTI


 

TEMPO:
1° libro:
è tutto un flash-back sul passato della famiglia Karamazov.
Il narratore chiarisce subito che il delitto di Fedor è avvenuto 13 anni prima:

Aleksej Fëdoroviè Karamazov era il terzo figlio di un proprietario
terriero del nostro distretto, Fëdor Pavloviè Karamazov, assai noto ai suoi tempi (e del resto ancor oggi ricordato fra noi) per la sua tragica e oscura fine, avvenuta esattamente tredici anni fa e della quale parlerò a tempo debito."

Dunque forse sitratta del 1866 se il presente corrisponde al 1879, data di pubblicazione del libro.
L'arco di tempo considerato dal flash-back è il trentennio precedente: i due matrimoni di Fedor, la nascita e la crescita e l'educazione dei tre figli.

Età dei personaggi nel 1866:
Fedor 55 anni, Mitia 28, Ivan e Smerdiakov 24, Aleksei 20;
Miusov 50 e Zosima 65.
2° libro:
inizia con il racconto diretto della riunione della famiglia Karamazov nella cella dello starec (anticipata nelle ultime righe del libro primo)

...Era una magnifica, limpida, tiepida giornata di fine agosto".

D. indica gli orari con meticolosità.

L'incontro con lo starec era fissato per le undici e mezza circa, subito dopo l'ultima messa.
Dopo la visita all'eremo, il padre igumeno prega umilmente voi tutti
di recarvi a pranzo da lui. All'una, non più tardi.


E ancora:

I rintocchi dell'orologio aiutarono a cominciare la conversazione. Il
piccolo e modesto orologio a pendolo batté rapido le dodici


«È l'ora dell'appuntamento, esatta esatta», gridò Fëdor Pavloviè, «e mio figlio Dmitrij Fëdoroviè non si è ancora visto. Chiedo scusa per lui, santo starec!»

L'assenza dello starec dalla cella era durata venticinque minuti circa. 
 Erano già le dodici e mezza e Dmitrij Fëdoroviè, la persona per la quale erano tutti lì convenuti, non si era ancora presentato. 

  «Abbiate la generosità di perdonarmi per avervi fatto aspettare tanto a lungo. Ma Smerdjakov, il servitore mandato da mio padre, alle mie reiterate domande sull'ora dell'incontro mi ha risposto due volte, con aria molto sicura, che era fissato per l'una. Adesso vengo a sapere inaspettatamente...»

l monacello taceva e ascoltava. Durante il tragitto attraverso il boschetto si limitò a far notare che il padre igumeno li stava aspettando già da un pezzo, erano in ritardo di più di mezz'ora.


Per raccontare poco più di due ore (gli ospiti arrivano alle 11.30 circa e se ne vanno dopo l3.30) D. impiega tutti gli 8 capitoli del libro.

Ma per giungere alla notte di questa stessa giornata, l'autore impiegherà tutti gli 11 capitoli del 3° libro.
Dunque due libri per mezza giornata!
Il tempo della narrazione è enormemente dilatato rispetto alla durata reale degli eventi
e il lettore rischia di perderne la percezione.




domenica 6 giugno 2021

IL GIUDIZIO DI RAKITIN SU IVAN

 IL GIUDIZIO DI RAKITIN SU FEDOR MITJA IVAN GRUSHENKA




FEDOR E MITIA

Dimmi solo una cosa, Alëša: che significa quel sogno? Ecco che cosa volevo domandarti». 

 «Quale sogno?» 

 «Quell'inchino fino a terra che ha fatto a tuo fratello Dmitrij Fëdoroviè. Ci ha picchiato forte con la fronte!» 

 «Stai parlando dello starec Zosima?» 

 «Sì, di padre Zosima». 

 «Picchiato con la fronte?» 

 «Ah, non mi sono espresso con il dovuto rispetto! E che sia pure senza il dovuto rispetto. Allora che significa quel sogno?» 

 «Non lo so, Miša, che cosa significa». 

 «Lo sapevo che non te l'avrebbe spiegato. Di tanto complicato, poi, a ben vedere non c'è proprio nulla, sono le solite stupidaggini da bigotti. Ma il trucco è stato fatto con un fine. Ecco che tutti i baciapile della città cominceranno a ricamarci sopra e a domandarsi per tutto il governatorato: "Che cosa significherà mai quel sogno?" Secondo me il vecchio ha davvero il naso fino: ha sentito odore di delitto. Se ne sente il lezzo lì dalle vostre parti». 

 «Di quale delitto parli?» 

 Era evidente che Rakitin volesse dire ancora qualche cosa. 

PRESAGIO DEL DELITTO

 «Avverrà nella vostra famigliola, quel delitto. Accadrà tra i tuoi fratelli e il tuo ricco papà. Padre Zosima ha battuto la fronte per ogni evenienza futura. E dopo che sarà accaduto, diranno: "Ah, il santo starec questo lo aveva predetto, lo aveva profetizzato". Anche se che grande profezia vuoi che ci sia in un colpetto con la fronte? No, si dirà che era un gesto simbolico, un'allegoria e il diavolo sa cos'altro! Si strombazzerà ai quattro venti, si ricorderà in futuro: "Ha previsto un delitto, ha individuato il colpevole". I fanatici esaltati fanno spesso così: nelle bettole si fanno il segno della croce e poi gettano le pietre contro il tempio. Lo stesso il tuo starec: i giusti li caccia con il bastone e agli assassini si inchina fino ai piedi». 

 «Ma di quale delitto parli? Di quale assassino? Che cosa stai dicendo?» Alëša si fermò impietrito, anche Rakitin si fermò. 

 «Quale assassino? Come se tu non lo sapessi! Scommetto che anche tu ci hai già pensato. A proposito, è curioso: ascolta, Alëša, tu dici sempre la verità, anche se tieni sempre il piede in due staffe: ci hai pensato o no? Rispondi». 

 «Ci ho pensato», rispose Alëša sommessamente. Persino Rakitin rimase sconcertato. 

 «Che cosa? Ci hai pensato davvero anche tu?», gridò. 

 «Non che ci abbia proprio pensato», mormorò Alëša, «ma quando tu hai cominciato a dire quelle strane cose poc'anzi, mi è sembrato di averci già pensato io stesso».

MITIA E GRUSHENKA

 Che cosa mi ha indotto a vedere tutto questo? Non avrei visto nulla, se oggi, all'improvviso, non avessi capito Dmitrij Fëdoroviè, tuo fratello, com'è veramente, un volta per tutte, in tutto il suo essere. L'ho colto per intero da un solo tratto. Queste persone onestissime, ma passionali, hanno un limite che non va oltrepassato. Altrimenti, altrimenti è capace di saltare addosso al paparino con un coltello. Ma il paparino, ubriacone e libertino smodato, non ha mai conosciuto la misura, in nessun caso, quindi basta che si lascino andare entrambi e vanno a finire tutti e due dritti dritti in un fosso...» 

 «No, Miša, no, se è solo per questo, mi sento sollevato. Non si arriverà a tal punto». 

 «E allora perché tremi tutto? Lo sai tu come vanno queste cose? Ammettiamo pure che sia una persona onesta, quel Miten'ka (è stupido ma onesto), però è un sensuale. Ecco la sua vera definizione e la sua essenza interiore. È stato il padre a trasmettergli questa bassa sensualità. Sai, mi meraviglio semplicemente di te, Alëša: come hai fatto a conservare la tua castità? Eppure sei un Karamazov anche tu! Nella vostra famiglia la sensualità arriva al parossismo. Ecco, quei tre sensuali si spiano a vicenda... con i coltelli pronti. Hanno sbattuto la fronte in tre e tu, forse, sei il quarto». 

 «Ti sbagli sul conto di quella donna. Dmitrij la... disprezza», disse Alëša sussultando lievemente.

GRUSHENKA

«Grušen'ka? No, fratello, non la disprezza. Se ha preferito apertamente lei alla sua fidanzata, vuol dire che non la disprezza. In questo caso... in questo caso, fratello, si tratta di qualcosa che adesso tu non puoi capire. Quando un uomo si innamora di una certa bellezza, di un corpo femminile, oppure soltanto di una parte del corpo femminile (questo un sensuale può capirlo), per essa sarebbe capace di abbandonare i suoi figli, vendere il padre e la madre, la Russia e la patria; se è onesto, andrà a rubare; se è mite, ammazzerà, se è leale, tradirà. Un cantore dei piedini femminili, Puškin, ha decantato in versi quei piedini; altri non li decantano, ma non riescono a guardare quei piedini senza avere i brividi. E non solo per i piedini... In questo caso, fratello, il disprezzo non c'entra, anche se egli davvero disprezzasse Grušen'ka. La disprezza, ma non riesce a staccarsene». 

 «Lo capisco questo», si lasciò sfuggire Alëša d'un tratto.

ALEKSEI

«Davvero? E devi capirlo davvero se così di slancio ti lasci sfuggire che lo capisci», 

disse Rakitin con gioia maligna. 

Ti è sfuggito senza volerlo, ti è scappato. Per questo è un'ammissione tanto più preziosa: dunque l'argomento ti è già noto, alla sensualità ci hai già pensato. Hai capito il verginello! Tu, Alëška, sei un'acqua cheta, sei un santo, ne convengo, ma solo il diavolo sa i pensieri che ti sono già passati per la mente, solo il diavolo sa le cose di cui sei già venuto a conoscenza! Tu sei un puro, eppure sei già arrivato a una notevole profondità nelle tue riflessioni, è da un pezzo che ti tengo d'occhio. Anche tu sei un Karamazov, sei un Karamazov dalla testa ai piedi, la razza, la selezione dovranno pur significare qualcosa. Un sensuale da parte di padre, un puro folle da parte di madre. Perché tremi? Sto cogliendo nel segno? Sai una cosa? Grušen'ka mi ha detto: "Portamelo", stava parlando di te, "e io gli sfilerò la tonaca di dosso". E dovevi vedere come mi implorava: portamelo, portamelo! Mi è venuto solo da pensare: perché la incuriosisci tanto? Sai, anche lei è una donna fuori dal comune!» 

 «Salutala da parte mia e dille che non ci verrò», Alëša sorrise forzatamente.

 «Finisci quello che stavi dicendo, Michail, poi ti dirò il mio pensiero».

IVAN

«Non c'è niente da aggiungere, è tutto chiaro. Tutto questo, fratello, è storia vecchia. Se persino tu nascondi un uomo sensuale dentro di te, allora che dire di Ivan, il tuo fratello uterino? Infatti anche lui è un Karamazov. 

 Tutta l'essenza karamazoviana si riassume così: sensualità, cupidigia e follia

ARTICOLO

Adesso tuo fratello Ivan pubblica per burla, per qualche suo ignoto e stupidissimo motivo, articoli di teologia, pur essendo ateo; e confessa egli stesso questa sua bassezza - ecco che tipo è tuo fratello Ivan.

KATIA

 Inoltre, sta soffiando la fidanzata a suo fratello Mitja e forse riuscirà anche in questo intento. E c'è da vedere come: con il consenso di Miten'ka stesso, perché Miten'ka gli sta cedendo la fidanzata per sbarazzarsi di lei e fuggire al più presto da Grušen'ka. E tutto questo, nota bene, a dispetto della sua grande nobiltà d'animo e del completo disinteresse da parte sua. Questi sono i tipi più fatali che ci possano essere! Solo il diavolo vi capisce: ammette la propria bassezza e ci scivola dentro da solo! 

FEDOR

Sta a sentire ancora: adesso quel vecchiaccio di vostro padre sta tagliando la strada a Miten'ka. Infatti tutto d'un tratto ha perso la testa per Grušen'ka, gli viene la bava alla bocca solo a guardarla. È stato solo a causa di lei che ha sollevato quel po' po' di scandalo nella cella, solo per il fatto che Miusov ha osato chiamarla carogna dissoluta. 

È peggio di una gatta in amore. 

 Prima lei lavorava a pagamento solo in certi suoi loschi affarucci di bettole, 

mentre ora all'improvviso egli si è accorto di lei, l'ha guardata meglio e ha perso la testa, la insidia con le sue proposte, disoneste s'intende. 

E così padre e figlio finiranno con lo scontrarsi su quella stessa strada. 

GRUSHENKA

E Grušen'ka non si concede né all'uno né all'altro, per il momento tergiversa e li stuzzica entrambi, valuta chi le convenga di più: perché anche se il paparino ha moltissimi quattrini da sgraffignare, quello non è tipo che si sposa e alla fine è capace di fare l'ebreuccio e stringere i cordoni della borsa. Ed è qui che viene fuori il valore di Miten'ka: lui i soldi non ce li ha, ma è pronto a sposarla. Proprio così, è pronto a sposarla! Lasciare la fidanzata, una bellezza incomparabile come Katerina Ivanovna, ricca, nobile, figlia di un colonnello, per sposare Grušen'ka, l'ex mantenuta del vecchio mercantuccio Samsonov, volgare zoticone e capomastro. Da tutto questo può davvero derivare un delittuoso conflitto. 

IVAN KATIA MITIA

E tuo fratello Ivan non aspetta altro, sarebbe una vera pacchia per lui: 

conquisterebbe Katerina Ivanovna, per la quale si strugge, e intascherebbe pure i sessantamila rubli della sua dote. Per un uomo senza una posizione, per uno spiantato come lui, la cosa è estremamente allettante tanto per cominciare. 

E nota bene: non solo non offenderà Mitja, me se ne conquisterà la gratitudine sino alla tomba. 

Infatti so per certo che Miten'ka stesso, solo la settimana scorsa, mentre si trovava in una bettola con delle zigane, ubriaco, ha gridato a squarciagola di non essere degno della sua fidanzata Katen'ka, mentre il fratello Ivan, quello sì che ne è degno. 

E Katerina Ivanovna stessa ovviamente alla fine non respingerebbe un uomo affascinante come Ivan Fëdoroviè; già adesso tentenna fra i due. 

Ma come avrà fatto quell'Ivan a incantare tutti voi che lo venerate tanto? 

E invece lui ride di voi e dice: io me la spasso e mi ingozzo a vostre spese». 


IVAN

«Tu non ami Ivan. Ivan non si fa irretire dai soldi». 


 «Davvero? E la bellezza di Katerina Ivanovna dove la metti? Non contano solo i soldi in questo caso, sebbene sessantamila rubli facciano pur sempre gola». 

 «Ivan è superiore a queste cose. Ivan non si lascia irretire nemmeno da migliaia di rubli. Non è il denaro, non è il quieto vivere che Ivan cerca. Egli, forse, cerca il tormento». 

 «Che altro sogno è mai questo? Ah, voi... nobili!»

 «Eh, Miša, egli ha un'anima burrascosa. La sua mente è in catene. Dentro di lui c'è un grande pensiero irrisolto. È uno di quelli che non vuole denaro, ma solo dare una risposta al proprio pensiero». 

 «Plagio letterario, Alëška. Stai citando il tuo starec. 

Ma guarda un po', il vostro Ivan vi ha posto un bell'enigma!», 

gridò Rakitin con palese astio. Aveva persino cambiato faccia e le labbra gli si erano contratte. 

 «Eppure è un enigma stupido, questo, non c'è nulla da indovinare. Basta far funzionare il cervello e si capisce tutto. Il suo articolo è ridicolo e assurdo. 

Ho sentito la sua stupida teoria poco fa: 

"Se non c'è immortalità dell'anima, non c'è nemmeno virtù, quindi tutto è permesso"

(E tuo fratello Miten'ka, a proposito - ricordi? - ha gridato: "Lo terrò a mente!"). 

Una teoria seducente per i mascalzoni... Ma sto offendendo... è sciocco... 

 non per i mascalzoni, ma per gli studenti spacconi dall'"irrisolta profondità di pensiero". 

Un vanitosello, il succo è tutto qui: 

"Da un canto, non si può non ammettere, dall'altro, non si può non riconoscere!" Tutta la sua teoria non è che una vigliaccata! 

L'umanità troverà in se stessa la forza di vivere per la virtù 

anche senza credere nell'immortalità dell'anima! 

La troverà nell'amore per la libertà, per l'uguaglianza, per la fratellanza...»


Rakitin si era infervorato, non riusciva quasi a contenersi. Ma si bloccò all'improvviso come se si fosse ricordato di qualcosa. «Be', ora basta», disse con un sorriso ancora più forzato di prima. 


 «Perché ridi? Pensi che io sia un volgare?»

ALEKSEI 

 «No, non mi ha neanche sfiorato l'idea che tu possa essere una persona volgare. Tu sei intelligente, ma... lascia stare, è stato sciocco da parte mia sorridere. Capisco che tu possa infervorarti tanto, Miša. 

Dal tuo trasporto, ho intuito che tu stesso non sei insensibile al fascino di Katerina Ivanovna; io, fratello, lo sospettavo da tempo, ecco perché non hai simpatia per mio fratello Ivan. Sei geloso di lui?» 

GELOSIA DI RAKITIN

 «E sarei geloso anche dei soldini di lei? Non vuoi aggiungere pure questo?» 


 «No, non aggiungerò nulla in merito ai soldi, non ho nessuna intenzione di offenderti». 


 «Se lo hai detto, ci credo, ma che il diavolo vi pigli una volta per tutte, tu e tuo fratello Ivan! Nessuno di voi capisce che si può non avere affatto simpatia per lui anche a prescindere da Katerina Ivanovna. E per che diavolo dovrei volergli bene? Lui stesso si degna di ingiuriarmi. Perché mai non dovrei avere il diritto di ingiuriarlo io?» 

 «Non ho mai sentito che abbia detto qualcosa su di te, né in bene né in male; non parla mai di te»

IVAN SU RAKITIN

 «Invece io ho sentito che due giorni fa, a casa di Katerina Ivanovna, mi ha proprio conciato per le feste con i suoi improperi, ecco fino a che punto si è interessato del vostro umile servo. Dopo di che, fratello, chi è il geloso fra noi, questo non lo so proprio! 

Si è degnato di esprimere la sua idea secondo la quale se non mi dedicherò alla carriera di archimandrita in un futuro molto prossimo e non mi deciderò a prendere i voti, allora andrò di sicuro a Pietroburgo ed entrerò in qualche grossa rivista, sicuramente nel settore della critica, scriverò per una decina d'annetti, e alla fine diventerò proprietario della rivista stessa. Dopo di che, riprenderò la pubblicazione della rivista sotto rinnovata veste, imprimendole sicuramente un indirizzo liberale e ateo, persino con una sfumatura socialisteggiante, anzi, addirittura con una leggera vernice di socialismo, ma sempre con le orecchie all'erta, cioè, in sostanza, dando un colpo al cerchio e uno alla botte e gettando polvere negli occhi agli imbecilli. La fine della mia carriera, secondo l'interpretazione di tuo fratello, sarebbe la seguente: la sfumatura di socialismo non mi impedirà di depositare sul mio conto corrente i soldi degli abbonamenti e, all'occasione, di investirli sotto la guida di qualche ebreuccio, fino al giorno in cui costruirò un grosso stabile a Pietroburgo, vi trasferirò la redazione e darò in affitto i rimanenti piani. Ha persino scelto il luogo della costruzione: presso il ponte Novyj Kamennyj sulla Neva in progettazione a Pietroburgo, quello che unirà la Litejnaja alla Vyborskaja...» 


 «Eppure, Miša, vedrai che tutto questo si avvererà, dalla prima all'ultima parola!», esclamò ad un tratto Alëša senza riuscire a trattenersi dal ridere allegramente. 


 «Anche voi vi lasciate andare al sarcasmo, Aleksej Fëdoroviè»

LIZA, ALEKSEJ E LA DICHIARAZIONE D'AMORE

LIZA E ALEKSEJ


DALLO STAREC


 


Ho visto come ha fatto la birichina per tutto il tempo», disse scherzando lo starec. «Perché prendevate in giro Aleksej?» Lise infatti era stata intenta a quella birichinata per tutto il tempo. Ella si era accorta da tempo, sin dalla volta precedente, che Alëša si sentiva a disagio e cercava di non guardarla, e la cosa la divertiva un mondo. Ella aspettava attentamente di catturare il suo sguardo: non riuscendo a resistere a quello sguardo fisso su di lui, Alëša di tanto in tanto, involontariamente, spinto da una forza irresistibile, la sbirciava a sua volta e lei si metteva subito a ridacchiare con un sorriso di trionfo, proprio davanti a lui. Alëša si confondeva e si irritava ancora di più. Alla fine si era completamente girato dall'altra parte e si era nascosto alle spalle dello starec. Dopo qualche minuto, attratto dalla stessa forza irresistibile di prima, si voltò per vedere se lei lo stesse ancora guardando e vide che Lise, sporgendosi quasi completamente dalla sua poltrona, lo sbirciava da un lato e aspettava avidamente che lui si girasse a guardarla; dopo aver colto il suo sguardo, si mise a ridere così forte che persino lo starec non poté fare a meno di dire: «Perché, birichina, lo mettete così in imbarazzo?» Lise, ad un tratto, e del tutto inaspettatamente, arrossì, gli occhi le scintillavano, il viso aveva assunto un'espressione molto seria; ella si mise a parlare in fretta, nervosamente, con un tono di lamento risentito e indignato: 




«E lui allora perché ha dimenticato tutto? Mi portava in braccio quand'ero piccola, giocavamo insieme. Veniva ad insegnarmi a leggere, lo sapete questo? 

Due anni fa, quando ci salutammo, disse che non avrebbe mai dimenticato, che saremmo stati amici per sempre, per sempre, per sempre! 

Ed ecco che all'improvviso ha paura di me: che, lo mangio forse? Perché non vuole avvicinarsi, perché non parla? Perché non vuole più venire da noi? Forse siete voi che non lo lasciate venire: eppure noi sappiamo che egli va dove vuole. Non sta bene che lo inviti io, avrebbe dovuto essere lui a pensarci, se è vero che non ha dimenticato. No, adesso pensa alla salvezza della sua anima! 

Perché gli avete fatto mettere quella tonaca dalle lunghe falde?... Se si mette a correre, cade...»





Mentre pregava anche quella sera, sentì casualmente
nella tasca quella bustina rosa che gli aveva dato la cameriera di Katerina
Ivanovna quando lo aveva raggiunto per strada. 


Ne rimase turbato, ma finì di pregare. 

Poi, dopo aver tentennato un poco, aprì la busta. 

Conteneva una letterina per lui firmata Lise - la giovinetta, la figlia della signora Chochlakova che aveva tanto riso di lui quella mattina in presenza dello starec. 


 "Aleksej Fëdoroviè", scriveva, 

"vi scrivo di nascosto da tutti, anche dalla mamma, e so che questo non sta bene. Ma non posso più vivere senza comunicarvi il sentimento che è nato nel mio cuore, e questo nessuno dovrà saperlo, tranne voi e me, fino al momento opportuno. 

Ma come dirvi quello che tanto vorrei dirvi? La pagina, dicono, non arrossisce, ma vi assicuro che non è così e che essa arrossisce esattamente come sto arrossendo io in questo momento. 


Caro Alëša, io vi amo, vi amo da quando ero bambina, dai tempi di Mosca, quando eravate completamente diverso da adesso, e vi amerò per tutta la vita. 

Ho scelto voi con il mio cuore per unirmi a voi e terminare insieme la nostra vita in vecchiaia. Naturalmente, a condizione che voi abbandoniate il monastero. Quanto alla nostra età, aspetteremo il tempo stabilito dalla legge. Per quel giorno sarò sicuramente guarita e in grado di camminare e danzare. Su questo non c'è dubbio. 

 Vedete come ho pensato a tutto; solo una cosa non riesco a immaginare: che cosa penserete di me quando leggerete questa lettera. 

 Non faccio che ridere e scherzare, poco fa vi ho fatto alterare, ma vi assicuro che adesso, prima di prendere la penna in mano, ho pregato dinanzi all'immagine della Madonna, e anche in questo momento sto pregando e sono quasi sul punto di piangere. 

 Il mio segreto è nelle vostre mani; domani quando verrete non so come farò a guardarvi. 

Ah, Aleksej Fëdoroviè, e se di nuovo non mi trattenessi, come una sciocca, e scoppiassi a ridere nel guardarvi, come stamattina? 

Certo mi prenderete per una burlona cattiva e non crederete alla mia lettera. 

Per questo vi prego, caro, se avete della compassione per me, non guardatemi troppo fisso negli occhi quando verrete da noi domani, altrimenti, incrociando il vostro sguardo, sicuramente scoppierò a ridere, tanto più che indosserete quell'abito lungo... 

Persino ora mi vengono i brividi quando ci penso, quindi, quando entrerete, non guardatemi affatto per un po' di tempo, guardate la mamma o la finestra... 

 Ecco che vi ho scritto una lettera d'amore, Dio mio, che cosa ho fatto! 

Alëša, non mi disprezzate, e se quello che ho fatto è troppo brutto e vi ho amareggiato, allora perdonatemi. 

Adesso il segreto della mia reputazione, forse andata in fumo per sempre, è nelle vostre mani. Oggi piangerò sicuramente. 

Al prossimo incontro, al nostro prossimo terribile incontro, 

Lise. 

 P.S. Alëša, voi dovete, dovete, dovete venire, assolutamente! Lise".


Alëša lesse la lettera sbalordito, la lesse due volte, rifletté per un po' e ad un tratto si mise a ridere di una risata silenziosa, dolce. Trasalì: quella risata gli sembrò peccaminosa. Ma un attimo dopo tornò nuovamente a ridere, sempre silenziosamente e con la stessa felicità. Infilò lentamente la lettera nella sua bustina, si fece il segno della croce e si coricò. Il turbamento della sua anima si era dissolto in un baleno. «Signore, abbi pietà di loro, proteggi le loro anime infelici e violente, e correggile. Tu hai tante vie: guidali alla salvezza. Tu che sei amore e a tutti doni gioia!», mormorò Alëša facendosi il segno della croce e addormentandosi di un sonno sereno.


giovedì 3 giugno 2021

IL GIUDIZIO DELLO STAREC SU IVAN



 



«Siete davvero convinto che sarebbero queste le conseguenze alle quali andrebbero incontro gli uomini, se in essi si esaurisse la fede nell'immortalità dell'anima?», domandò ad un tratto lo starec rivolto ad Ivan Fëdoroviè. 

 «Sì, io ho dichiarato questo. Non ci può essere virtù senza l'immortalità».

 «Beato voi se siete convinto di questo, oppure infelicissimo voi!» 

 Perché infelice?», domandò Ivan Fëdoroviè sorridendo. 

 «Perché, con ogni probabilità, voi stesso non credete né nell'immortalità della vostra anima, né in tutto ciò che avete scritto sulla Chiesa e sulla questione della giustizia ecclesiastica». 

 «Forse avete ragione!... Tuttavia non stavo del tutto scherzando...», ammise stranamente, all'improvviso, Ivan Fëdoroviè, arrossendo di colpo. 

 «Non stavate del tutto scherzando, è la verità. Questa idea non ha ancora trovato una risposta nel vostro cuore e lo tormenta. Ma anche il martire, a volte, ama baloccarsi con la propria disperazione, come se fosse indotto a far questo dalla disperazione stessa. Intanto, anche voi, nella vostra disperazione, vi state baloccando con gli articoli sulle riviste, con le discussioni mondane, senza che voi stesso crediate nella vostra dialettica e ridendo di essa, dentro di voi, con il dolore nel cuore... La questione non ha ancora trovato risposta in voi, questo è il vostro grande dolore, giacché essa esige improrogabilmente una risposta...» 

 «Ma può avvenire che in me trovi una risposta? Una risposta in senso positivo?», continuò a domandare in modo strano Ivan Fëdoroviè, guardando lo starec con lo stesso inesplicabile sorriso. 

 «Se non dovesse risolversi in senso positivo, non si risolverà mai neanche in senso negativo, voi stesso conoscete questa peculiarità del vostro cuore; proprio da questo dipende la vostra pena. Ma ringraziate il Creatore che vi ha concesso un cuore nobilissimo, capace di sopportare una tale pena, di "meditare cose sublimi, ricercare cose sublimi, giacché la nostra dimora è nei cieli". 



Che Dio conceda al vostro cuore di trovare una risposta su questa terra, e che Dio benedica il vostro cammino!»

martedì 1 giugno 2021

LA CELLA DELLO STAREC ZOSIMA E LA PRIMA PARTE DELLA RIUNIONE

 






Lo starec si sedette su un divanetto di mogano, ricoperto di cuoio, di
foggia molto antica, e fece accomodare gli ospiti, eccetto i due ieromonaci,
lungo la parete opposta, tutti e quattro uno accanto all'altro, su quattro
sedie di mogano rivestite di cuoio nero molto consunto. 






Gli ieromonaci si
sedettero ai lati, uno presso la porta, l'altro vicino alla finestra. Il
seminarista, Alëša e il novizio rimasero in piedi. 






La cella era molto
angusta e aveva un'aria alquanto sbiadita. Gli oggetti e i mobili, lo stretto
indispensabile, erano rozzi e miseri. Due vasi di fiori alla finestra, molte
icone in un angolo - una di esse, di enormi dimensioni, rappresentava la
Madonna e risaliva presumibilmente a un'epoca di molto anteriore allo
scisma. Dinanzi ad essa ardeva una piccola lampada. Vicino a quella
c'erano altre due icone in rivestimenti sfavillanti, e poi piccoli cherubini
scolpiti, uova di porcellana, una croce cattolica di avorio con una Mater
dolorosa che l'abbracciava, alcune incisioni straniere di grandi pittori
italiani dei secoli passati. Accanto a quelle incisioni, raffinate e di valore,
facevano bella mostra di sé alcune fra le più dozzinali litografie russe di
santi, martiri, prelati e così via, di quelle che si comprano a poche copeche
in qualsiasi fiera. C'erano anche, ma sulle altre pareti, alcuni ritratti in
litografia di vescovi russi del presente e del passato. 







Miusov lanciò una
rapida occhiata a tutta quellla "paccottiglia" e poi fissò lo sguardo dritto
sullo starec. Egli teneva in gran conto le proprie opinioni, aveva questa
debolezza, in ogni caso perdonabile se si tiene conto che aveva già
cinquant'anni - età nella quale un uomo di mondo, intelligente e agiato,
comincia sempre, a volte persino involontariamente, a nutrire un po' più di
rispetto nei confronti di se stesso.



Lo starec non gli piacque sin dal primo istante. Infatti, c'era qualcosa
nel viso dello starec che a molti, oltre che a Miusov, poteva riuscire
sgradita.[...]
"Secondo tutte le apparenze, un'animuccia perfida e piena di bieca
alterigia", venne in mente a Miusov. In generale era molto insoddisfatto
della situazione in cui si trovava.
I rintocchi dell'orologio aiutarono a cominciare la conversazione. Il
piccolo e modesto orologio a pendolo batté rapido le dodici


«È l'ora dell'appuntamento, esatta esatta», gridò Fëdor Pavloviè, «e mio figlio Dmitrij Fëdoroviè non si è ancora visto. Chiedo scusa per lui, santo starec!» Alëša trasalì tutto nel sentire "santo starec". «Io invece sono sempre puntuale, spacco il minuto e tengo a mente che la puntualità è la cortesia dei re...»



BATTIBECCHI FRA FEDOR E MIUSOV


Pëtr Aleksandroviè non finì di parlare e, tutto confuso, fece per uscire dalla stanza. «Non inquietatevi, vi prego», lo starec si alzò all'improvviso dal suo posto sulle gambe malferme e, prendendo Pëtr Aleksandroviè per entrambe le mani, lo fece risedere al suo posto. «State tranquillo, vi prego. Chiedo a voi, in modo particolare, di rimanere mio ospite». Fece un inchino, si girò e si sedette di nuovo sul suo divanetto.


 «Grande starec, ditemi: vi sto forse offendendo con la mia vivacità?», gridò ad un tratto Fëdor Pavloviè afferrando con entrambe le mani i braccioli della sedia come sul punto di fare un balzo a seconda della risposta. «Prego caldamente anche voi di non inquietarvi e di non sentirvi in imbarazzo», gli disse lo starec con tono suadente. «Non sentitevi in imbarazzo, ma fate come se foste a casa vostra. E, soprattutto, non vergognatevi tanto di voi stesso, giacché è da questo che deriva tutto»


MENTIRE A SE STESSI

La cosa più importante è che non mentiate a voi stesso. Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri. Costui, non avendo rispetto per nessuno, cessa di amare e, incapace di amare, per distrarsi e divertirsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari e nei suoi vizi tocca il fondo della bestialità, e tutto questo a causa dell'incessante menzogna nei confronti degli altri e di se stesso. Colui che mente a se stesso è più suscettibile degli altri all'offesa. Offendersi a volte è molto piacevole, non è vero? Eppure egli sa che nessuno gli ha arrecato offesa, ma che egli stesso si è inventato l'offesa e ha mentito per mettersi in mostra, ha esagerato egli stesso per creare un quadretto pittoresco, ha tratto spunto da una parola e ha fatto di un sassolino una montagna: egli sa benissimo tutto questo, tuttavia è il primo a offendersi, a offendersi per provare piacere, per assaporare una grande soddisfazione, e così finisce per nutrire autentico rancore... Ma alzatevi di lì e mettetevi seduto, ve ne prego caldamente, giacché anche questi sono gesti pieni di menzogna...»


IL SANTO DECAPITATO CHE SE NE ANDO' CON LA TESTA SOTTOBRACCIO

La domanda è questa: è vero, grande padre, che nei Èet'i-Minei si racconta, in un punto, di un santo taumaturgo che fu torturato per la fede, e, quando alla fine gli fu tagliata la testa, quello si alzò, si prese la sua testa e "baciandola amorevolmente" se ne andò, portandosela in mano e camminò a lungo, "baciandola amorevolmente". È vero o no, venerandi padri?»


 «No, non è vero», rispose lo starec. «Non esiste niente di simile in tutti i Èet'i-Minei. Di quale santo, secondo voi, si scrive questo?», domandò uno dei due ieromonaci, il padre bibliotecario. «Non so neanch'io di quale santo. Non ne ho la minima idea. Mi hanno tratto in inganno, me l'hanno raccontato. L'ho sentito dire e sapete chi me l'ha raccontato? Ecco, Pëtr Aleksandroviè Miusov, quello che or ora si è tanto alterato per Diderot, è stato proprio lui a raccontarmelo». «Non vi ho mai raccontato una cosa simile, anzi, io con voi non parlo mai di niente».


Lo starec si alzò all'improvviso dal suo posto: «Perdonatemi, signori, se vi lascio per qualche minuto», disse rivolto a tutti gli ospiti, «ma mi aspettavano ancora prima che voi arrivaste. E voi cercate lo stesso di non mentire», soggiunse rivolgendosi a Fëdor Pavloviè con un'espressione allegra. Egli si mosse per uscire dalla cella, Alëša e il novizio si affrettarono ad aiutarlo a scendere dalle scale. Alëša era senza fiato, era contento di uscire, ma era pure contento che lo starec non si fosse offeso e fosse allegro.